La morte, la perdita, il lutto

Freud (1915), parla di lutto come stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell’esistenza.
Dal lutto, che comporta sempre un’identificazione con l’oggetto perduto, si esce attraverso un processo di elaborazione psichica o lavoro del lutto che prevede uno stadio di diniego in cui il soggetto rifiuta l’idea che la perdita abbia avuto luogo, uno stadio di accettazione in cui la perdita viene ammessa ed uno stadio di distacco dall’oggetto perduto con reinvestimento su altri oggetti della libido ad esso legata.
Secondo Bowlby (1973, 1980), il lutto è un trauma scatenato dalla perdita dell’oggetto di attaccamento ed egli equipara il lutto nell’adulto alla separazione/distacco dalla madre nel bambino.
Anche Bowlby individua delle tappe del lutto per cui esiste una prima fase di stordimento, una seconda fase di ricerca e struggimento per la persona persa ed una terza fase di disorganizzazione e disperazione che, successivamente, può evolvere nell’accettazione della perdita.
Secondo Canevaro (2003) il lutto “è come una ferita, ustione e solo dopo che si sarà cicatrizzata se ne potrà conoscere l’intensità”. Inoltre “è solo abbandonando ogni speranza che la persona defunta possa tornare che si possono perdere le angosce, provare la tristezza ed elaborare il lutto”.
Al contrario, nel caso in cui il soggetto continui a rimuginare, a provare rimpianto, a provare rabbia verso coloro che ritiene responsabili della morte della persona cara, e a permanere nell’aspettativa di un suo possibile ritorno, si avrà un’evoluzione in senso patologico con impossibilità ad elaborare la perdita.
Canevaro, riprendendo i contributi di Bowlby, considera il lutto patologico come un’amplificazione ed un’esagerazione del lutto normale, per cui la persona può bloccarsi in una delle fasi descritte in precedenza senza riuscire a completare il processo elaborativo. L’elaborazione del lutto può coprire un arco temporale che va dai due ai cinque anni.
Il lavoro del lutto, necessariamente, richiede un certo tempo per il ritiro degli investimenti libidici e l’umanità ha sempre provveduto ad occupare questo tempo con cerimonie e pratiche rituali. Attualmente, però, la morte è meno ritualizzata da un punto di vista sociale e questo potrebbe essere considerato un elemento sfavorevole circa la possibilità di elaborarla.
Paradossalmente, “oggi nulla è più incerto della morte” (Grmek, 1992), si ha quasi la certezza di potere vivere fino a tarda età, di potere avere una morte certa in età tardiva e la morte non è più addomesticata, come nel passato, in cui quasi ogni persona viveva almeno un’esperienza diretta di qualcuno che moriva. Oggi si muore in ospedale, c’è chi se ne occupa dall’esterno, la morte è diventata qualcosa che si vuole evitare e quando ci sono malattie nei giovani è ancora più scandaloso ed inaccettabile.
Come evidenziato da Canevaro (2003), la morte è un fatto privato, profondamente individuale ma anche condivisibile, relazionale, pubblico, sociale e tutte queste dimensioni di pensare, provare, vivere un lutto sono degne di valore e hanno un proprio peculiare ruolo.
Accanto a sintomi e processi individuali quali disorientamento, tristezza, depressione, rabbia, paura, ansia, sensi di colpa (a livello intrapsichico), pianto, ritiro in se stessi, spossatezza, scatti d’ira (a livello comportamentale), si trovano aspetti familiari come possibile confusione della gerarchia generazionale, cambiamento di diadi e triadi, confusività dei ruoli e comportamenti quali isolamento, passaggi all’atto dei membri, ritiro dalle abituali reti di supporto, iperprotettività dei membri ed altro ancora.
Anche il lutto, come ogni altro evento significativo nel processo del ciclo vitale individuale e familiare, prevede che vengano svolti precisi compiti evolutivi ed elaborativi affinché il percorso possa continuare senza bloccarsi o assumere risposte disfunzionali.
Di fronte ad un lutto, il soggetto deve confrontarsi con la morte, accettarne la realtà, elaborare il dolore e la tristezza della perdita, inserirsi in un contesto di realtà in cui rimpiangere la persona scomparsa, trovare un posto adeguato per la stessa nel sistema emozionale – familiare e continuare a vivere (Worden, 1991).
A livello familiare è importante comunicare il riconoscimento della morte, consentire l’avverarsi del processo di lutto, rinunciare alla presenza della persona scomparsa, riallineare i ruoli intrafamiliari ed extrafamiliari (Godlberg, 1975).
Solo riconoscendo che ogni familiare vive il proprio lutto, riorganizzando i ruoli e reinvestendo i membri in una nuova configurazione della famiglia (Gibert, 1996), si potrà donare significato e senso all’accaduto e ricostruire l’identità familiare.

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Bibliografia

  • Bowlby J, Attaccamento e perdita vol. 2 La separazione dalla madre, Torino, Boringhieri 1975.
  • Bowlby J, Attaccamento e perdita vol. 3 La perdita della madre, Torino, Boringhieri 1980.
  • Canevaro A, L’approccio trigenerazionale al lutto familiare (Seminario organizzato a Treviso a giugno 2003).
  • Freud S. (1976), Lutto e melanconia. In Metapsicologia (1915) in Opere, cit. Torino, Boringhieri.
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