Come sviluppare l’autostima nel bambino

Come giungono i bambini ad avere un livello alto o basso di autostima? In larga misura lo traggono dall’ambiente: interagendo con le persone e gli oggetti intorno a loro, ricevono di continuo nuove informazioni e raccolgono nuove percezioni su se stessi, che li portano a mantenere o a modificare il senso della propria dignità e valore.
Se il feedback è costantemente negativo, è molto probabile che l’autostima raggiunga un livello basso, mentre se invece comunica una sensazione di dignità e di valore, l’autostima tenderà a essere alta.

I bambini hanno bisogno di quel certo tipo di comunicazione con i genitori che li aiuti non solo a crescere e ad imparare, ma che sia anche in grado di stimolarli a sentirsi bene con se stessi.
Il primo passo da compiere per aiutare i nostri figli a sviluppare un senso di autostima è cercare di capire il modo in cui guardano il mondo e imparare ad accettarlo come quello più adeguato a loro in quella fase specifica dello sviluppo. I bambini ragionano in modo diverso dagli adulti. Molto spesso non sono in grado di pensare a nessuno se non a se stessi e molte volte trovano difficoltà a guardare avanti, a fare un piano in anticipo, a ricordare ciò che gli ė stato detto.
Nell’affrontare il compito di costruire nei propri figli il senso di autostima, è bene tenere a mente queste caratteristiche psicologiche infantili: I bambini tendono ad essere impulsivi, pretendono qualcosa e vogliono ottenerla subito, nelle prime fasi evolutive sono incapaci di rimandare la gratificazione, anche per breve tempo.

I bambini tendono ad essere egocentrici, i bambini sono il centro del loro mondo, sono egoisti: bene è ciò che dà loro piacere, male ciò che causa dolore. Man mano che crescono sono più disposti a considerare gli altri, ma solo se ottengono in cambio qualcosa (almeno all’inizio).
I bambini tendono a pensare in termini semplici e concreti. Con il termine “concretamente” intendiamo dire che i bambini pensano in termini di oggetti che possono vedere e toccare e di suoni che possono udire: sperimentano la vita attraverso i loro sensi.
I bambini tendono a cercare la ricompensa e a evitare la punizione, vanno a letto presto per farsi leggere una storia prima di dormire, oppure svolgono qualche piccola incombenza affidata loro per mettere una stellina in più sul “tabellone dei lavoretti” o colorano una figura per essere lodati dai genitori.

Allo stesso tempo i bambini cercano di evitare il disagio della punizione. Così per sottrarsene a volte non dicono la verità, danno la colpa agli altri e cercano di trovare scuse per evitare problemi.
I bambini inoltre si lasciano facilmente influenzare dall’ambiente in cui si trovano, differentemente dagli adulti trovano molto difficile resistere alle attrattive di ciò che li circonda.
Comprendere la natura dei bambini ci offre le fondamenta su cui costruire i nostri sforzi per aiutare i figli ad avere una visione positiva di se stessi e delle proprie capacità.
Quando riusciamo a trovare il tempo di ascoltare i nostri figli e siamo capaci di dar loro tutta la nostra attenzione quando ci parlano, la nostra comprensione ed empatia e sappiamo rendere con parole compiute i loro pensieri e sentimenti, tutto questo è un modo di comunicare loro che li accettiamo, che contano e sono importanti per noi.
Bisognerebbe cercare di rafforzare nei nostri bambini la convinzione di essere capaci e degni di affetto, lodandoli e abbracciandoli, coccolandoli; non esiste limite al bisogno di conferma e rassicurazione che hanno i bambini.
Alcuni genitori non lasciano ai propri figli un controllo sufficiente di se stessi, ma con la loro iperprotezione non fanno altro che comunicare loro un senso di inadeguatezza, una sensazione di incapacità.

Sarebbe invece importante riuscire a dare ai nostri figli un senso ragionevole di controllo della loro vita.
Da ultimo cerchiamo di dare ai nostri figli un’immagine positiva di noi stessi: questo è un principio molto saggio perché implica che i nostri figli possono afferrare e far loro il senso di autostima secondo il grado di autoconsiderazione che siamo capaci di modellare per loro.
Non possiamo controllare totalmente le emozioni e i sentimenti che proviamo nei confronti di noi stessi, ma siamo in grado, di controllare almeno entro certi limiti, il modo in cui parliamo di noi e il nostro modo di reagire alle circostanze di vita.
Dunque modellare per i nostri figli una sana autostima di noi stessi è fondamentale per sviluppare in loro un’autostima altrettanto sana verso sé stessi.

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Bibliografia

  • “Come sviluppare l’autostima del bambino” di Eugene Anderson, George Redman, Charlotte Rogers, edizioni Red, 2005.
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La depressione post-partum

C’è un aspetto della giovane madre al quale bisogna prestare molta attenzione, che è la cosiddetta depressione post-partum o depressione puerperale, un perfido male in agguato. Il meccanismo ipotizzato pare sia il seguente.
Nella gravidanza, la natura ha previsto che certi ormoni abbiano un’azione distensiva, sedativa sulle cellule nervose. Alcuni metaboliti del progesterone hanno addirittura evidenziato un effetto sedativo 200 volte superiore a quello dei barbiturici.
Durante la gravidanza la donna beneficia dal punto di vista psicologico del ruolo “rasserenante” svolto da questo cambiamento ormonale.
Si verificano, certo, casi di depressione anche in gravidanza, ma solitamente per le donne questo è effettivamente un periodo sereno: persino le donne che durante la loro vita hanno sofferto di ansie o depressione dicono di non essersi mai sentite così bene.
Anche certe gravidanze inizialmente rifiutate, con conflitti e tensioni, vengono poi accettate forse grazie anche all’azione di questi ormoni.
Il problema può invece emergere al termine della gravidanza.
E si ipotizza che sia, almeno in parte, collegato all’espulsione della placenta, un organo dotato di un importante attività ormonale.
È un cambiamento improvviso, che scombussola ancora una volta gli equilibri ormonali interni della donna. In particolare, provocherebbe la mancanza degli ormoni dotati di un’azione sedativa e forse anche antidepressiva.
Spesso, quindi, durante l’allattamento, affiora un lieve stato melanconico, che col passare dei giorni si associa a uno stato di ansia e apprensione dovuto alle responsabilità delle cure nei confronti del bambino. Poi c’è la stanchezza causata dal sonno interrotto e anche dai pianti del bambino.
Alcuni ritengono invece che sia soprattutto la montata lattea e l’azione della prolattina ad agire sui centri dell’emotività rendendo certe madri più sensibili e più inclini al pianto.
In passato, quando si viveva in famiglie allargate, tutto ruotava intorno al neonato e anche intorno alla puerpera, che aveva così un maggior sostegno.
Oggi la madre invece torna a casa e spesso rimane tutto il giorno sola, senza nemmeno il marito, assente per lavoro.
Queste “melanconie”, peraltro, sono passeggere e scompaiono da sole abbastanza rapidamente. Non si può parlare quindi di depressione vera e propria.
La vera depressione, invece, è cosa ben diversa. È una brutta bestia che colpisce un numero ristretto di madri e che può peggiorare col tempo.
A volte in modo drammatico. Perché può essere l’innesco di una malattia molto seria, che scatena i disturbi dell’umore e disturbi dell’ansia.
In particolare certe donne che hanno in famiglia casi di depressione bipolare hanno maggiori probabilità di “esordire” con una loro depressione dopo il parto.
Naturalmente bisogna distinguere tra varie forme depressive di diversa gravità e che sono tutt’altra cosa rispetto a quella transitoria melanconia che è invece spesso associata al solo periodo che segue il parto.
In passato molte donne hanno sofferto di depressione suscitata dal parto.
Ma allora non si conoscevano anche i meccanismi biochimici legati a questa malattia. Veniva vista come una condizione dovuta alla prostrazione del dopo parto, un esaurimento nervoso da curare con ricostituenti e con frasi affettuose: “Su non fare così…tutti ti vogliono bene! Pensa al tuo bambino, vedrai che ti passerà! Esci, distraiti un po’!…”.
Oggi si sa che non è un problema di nutrizione, né tanto meno di buona volontà da parte di chi è veramente depresso.
È un male che colpisce dentro, in profondità: il depresso si sente come in fondo a un pozzo dal quale non riesce più a uscire.
Per questo è importante non lasciare che la depressione si installi.
Da psicoterapeuta il mio parere è che è importante curare soprattutto le forme gravi di depressione con il farmaco giusto (non separo l’aspetto psicologico da quello fisiologico quando sono così interconnessi), ma altrettanto rilevante è un aiuto psicologico che aiuti ad affrontare questo momento di vita così delicato per la giovane madre.

Quando i genitori si dividono: i temporali che scoppiano all’alba

La donna, anche se nei primi due anni di vita del figlio è soprattutto una mamma, fa parte comunque della coppia coniugale e non sempre questa doppia appartenenza procede in modo armonioso.
In un certo senso tutto ciò che turba i rapporti coniugali turba anche quelli materni e il figlio, che si trova nel punto d’intersezione delle coordinate, può venire sottoposto a tensioni non sempre tollerabili.
Nei primi tempi è la mamma che dovrebbe adattarsi al figlio. Se questo non avviene, sarà il bambino a adattarsi alla madre, sottoponendosi a uno sforzo eccessivo per la sua età.
Quando il piccolo, che non sa ancora parlare, si sente dimenticato o incompreso, reagisce con l’unico linguaggio che possiede, quello del corpo. I sintomi “parlano” per lui e molti disturbi dei neonati – come il pianto, l’insonnia, la diarrea, il vomito, le dermatiti atipiche- cessano di manifestarsi appena si comprende che cosa intendono esprimere e si risponde in modo adeguato.
Non solo adottando comportamenti più attenti, ma anche rassicurando il bambino con frasi come: “Ho capito che ti senti solo, ma ora ti starò più vicina, mi prenderò più cura di te. Sai la mamma in questi giorni è un po’ turbata perché papà è andato via, ma vedrai che domani verrà a prenderti e giocherete assieme”.
In questo modo si colloca il piccolo nella posizione di soggetto, anziché di oggetto, e si conferma la sua capacità di interagire emotivamente, di comunicare, se non verbalmente, nel codice degli affetti.
Un grave sintomo di rottura dell’equilibrio infantile è rappresentato da atteggiamenti, quali assenze mentali, scatti d’ira, irrequietezza motoria, incapacità di attenzione. Sembra che, spezzato il contenitore materno, il bambino non riesca ad assemblare i suoi pezzi e rincorra, da solo, un’impossibile unità.
Una delle soluzioni più comuni di fronte alla separazione, è quella di isolare la coniugalità dalla filiazione, di non dire nulla al figlio, di continuare la vita familiare come niente fosse, nascondendogli, per il “suo bene”, ogni indizio di crisi.

Aldo racconta: “I miei si sono separati quando ero ancora all’asilo e ricordo che la maestra preoccupata perché stavo sempre in un angolo, cupo e silenzioso, li mandò a chiamare. Venne così a sapere che si erano appena lasciati ma non credevano che io avessi problemi, dato che della questione non ne sapevo niente.”

Il bambino non parla perché non trova parole per esprimere il suo scompenso profondo. Occorre che il figlio si senta autorizzato a raccontare che cosa sta accadendo a casa sua e lo può fare solo se i genitori, informandolo, gli hanno mostrato che è giusto e possibile e hanno trovato espressioni che lui stesso può utilizzare.
Spesso queste omissioni, apparentemente casuali, provocano conseguenze a lungo termine.
Il mondo del bambino è stato destrutturato dalla separazione familiare e per ricomporlo egli ha bisogno di renderlo dicibile e condiviso.
Quando però il bambino è molto piccolo e non è ancora in grado di parlare, nel senso di comprendere e formulare un discorso articolato e compiuto, il silenzio sembra la cosa migliore.
Invece neppure in questo caso lo è, perché i più piccoli hanno mille antenne per captare le nostre tensioni, per condividere, anche senza saperlo, i nostri stati d’animo e, se li teniamo all’oscuro della realtà in cui sono immersi, oscuriamo anche parte della loro mente.
Nel momento della separazione, l’etica risiede nel porre al primo posto il bene dei figli.
Una constatazione troppo ovvia per essere esplicitata, un atteggiamento troppo difficile per non essere mai disatteso. Forte è infatti la tentazione di discolparsi, di porsi in buona luce, di far valere le proprie ragioni contro quelle dell’altro; impossibile non cedere mai, neppure per un attimo, alle pressanti richieste del narcisismo.
Ma non si chiede ai genitori di essere perfetti, tanto meno in questi frangenti, basta che siano genitori abbastanza buoni.

“I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili,
quanto dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia.

JAMES HILLMAN, Il Codice dell’anima

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Bibliografia

  • “Quando i genitori si dividono, le emozioni dei figli” di Silvia Vegetti Finzi, Mondadori Editore, 2005.

Padri e figlie

Questo articolo è dedicato alle pazienti che rivolgendosi a me per risolvere talune problematiche, si sono imbattute a ripercorrere la loro storia da figlie, nonché il rapporto difficile col proprio padre.
Lo dedico inoltre a tutte le potenziali lettrici che hanno sofferto o soffrono tuttora per delle mancanze nella loro relazione di padre e figlia.

C’è sempre nel cuore di una figlia un posto per il padre ed è questo che ne rende così esaltante la presenza e dolorosa l’assenza.
Ma c’è anche nel padre un amore particolare per la sua bambina perché, al di là dell’affetto e della tenerezza che suscita, lei rappresenta quel territorio enigmatico e sconosciuto che è la femminilità.
Padri e figlie sono sempre esistiti, ma di recente il loro rapporto sembra aver trovato un nuovo slancio e una maggiore complessità.
Il padre oggi è diventato, molto più che in passato, un protagonista della scena familiare.
Il suo ruolo, un tempo prevalentemente normativo, si va trasformando.
La paternità (come del resto la maternità) corre su binari diversi, a seconda che il figlio sia un maschio o una femmina.
E’ una verità ovvia, sostenuta da luoghi comuni antichissimi. Da sempre si parla di legami privilegiati tra figli e genitori di sesso diverso.
Preoccupati dal timore di apparire parziali, e quindi ingiusti, i padri e le madri giurano spesso di amare tutti i figli allo stesso modo e con uguale intensità. Mentono. Persino a se stessi.
Confrontarsi con un maschio o con una femmina non è la stessa cosa. Tra i due rapporti esiste, per ognuno di noi, una differenza che non va confusa con altre diversità (amore e disamore, superiorità e inferiorità). E’ una differenza a sé, presente sin da quando ha inizio il rapporto emotivo tra genitori e figli.
Le madri sono il primo oggetto d’amore per ogni bambino; per questo la maggior parte di esse ha la sicurezza, più o meno fondata, che il distacco dalla loro creatura non sarà mai completo.
Nell’amore materno il figlio si “imbatte”ancora prima di nascere.
È un elemento naturale dentro cui si immerge, attingendone a piene mani.
L’amore paterno è diverso: non è un dato acquisito una volta per tutte, è un processo che cresce, si costruisce e si trasforma negli anni.
Via via che la figlia cresce, e da bambina diventa donna, il padre va incontro a nuovi problemi, a nuovi turbamenti.
Certo anche il maschio si trasforma, crescendo, ma si tratta di passaggi meno”inquietanti”, che il padre conosce per averli vissuti direttamente.
Il sentimento paterno verso il figlio è di solito versatile e concreto, quello verso la figlia fragile e insicuro.
In un padre che non riesce a trasmettere il proprio amore alla figlia non ci sono sempre insensibilità ed egoismo; più spesso si tratta di una sorta di analfabetismo affettivo, dovuto al severo controllo delle emozioni al quale l’uomo viene abituato fin da piccolo.
Ma le figlie si confrontano con questo tipo di padre molto prima di disporre degli strumenti per capire che, dietro a quei silenzi, più che l’indifferenza e disamore c’è l’incapacità di riconoscere e manifestare i propri sentimenti, e crescono portandosi dentro quell’originaria ferita.
Le figlie che si sono sentite respinte o poco amate da padri emotivamente distanti accumulano un fortissimo bisogno di risarcimento affettivo.
Più sono ampi i vuoti lasciati dal padre, maggiore è lo spazio che le figlie hanno a disposizione per costruire l’uomo dei sogni.
I cambiamenti culturali degli ultimi decenni hanno permesso a molti uomini di vivere una paternità più calda e partecipe di quella ereditata dai loro padri. Forse i padri egoisti, ottusi e anaffettivi fra qualche tempo ci appariranno un retaggio del passato.
Già oggi questo stereotipo è in gran parte caduto, ma resta, più o meno sotterranea, l’idea che l’amore paterno sia secondario per i figli rispetto a quello della madre.
Quell’assenza di emozioni, quell’indifferenza che fa tanto soffrire le donne è certamente il risultato del carattere e della sensibilità dei singoli, ma anche una sorta di decreto culturale che stenta a ridare ai padri ciò che è dei padri.
E’ per questo che l’assenza o la presenza paterna nella vita di una figlia è una condizione di base per il formarsi della sua personalità.
“Un padre occorre” ha scritto Bernard Muldworf, “non solo perché un figlio nasca dal ventre di una donna, ma anche perché un essere umano possa svilupparsi in tutte le sue virtualità. Ci vuole un padre perché un uomo diventi uomo e una donna diventi donna”.

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Bibliografia

  • Gianna Schelotto, Ti ricordi, papà? Padri e figlie, un rapporto enigmatico, ed.Mondadori.

Nascere insieme

La relazione madre – bambino

Quando nasce, il bambino ha un potenziale ereditario, ma per crescere ha sicuramente bisogno delle cure dell’ambiente esterno, soprattutto di cure materne (non necessariamente deve trattarsi della madre biologica).
Esiste un’interazione tra le caratteristiche biologiche e innate del neonato e le cure da parte dell’ambiente.
Nella primissima fase, quando soma e psiche sono tutt’uno nel bambino, le cure di cui necessita sono soprattutto di ordine fisico: la madre deve comprendere i bisogni fisiologici e rispondervi adeguatamente, sostenendo la dipendenza totale del bambino in questa prima fase. E’ necessario che la madre lo pensi, si identifichi con lui e che lo possa capire.
Il primo nucleo di identità del bambino è nella madre.
Dopo l’iniziale fusione è necessario che la madre permetta al bambino di separarsi, in modo graduale, sostenuta e protetta in questo compito dal partner.
Perché la simbiosi madre – bambino possa realizzarsi è necessaria la presenza di un terzo esterno, il padre, che, a sua volta, contiene e protegge la diade.
Per comprendere maggiormente i vissuti della madre è importante partire dai vissuti della gravidanza e del parto.

La gravidanza

La gravidanza costituisce una modificazione sostanziale della donna, della sua immagine, del suo corpo e della relazione col partner.
Tutte queste trasformazioni possono essere vissute con sentimenti ambivalenti, anche nei casi in cui la gravidanza sia stata scelta:

  • le modificazioni del corpo che possono essere vissute come intrusive, pericolose per l’incolumità fisica, anche in relazione ai disturbi insorti con la gravidanza;
  • le modificazioni del rapporto col partner, relativamente alla sessualità, alla esclusione e alla paura dell’uomo di perdere la moglie;
  • modificazione dei rapporti col mondo esterno: rapporti sociali, di lavoro, con la famiglia allargata.

Il rapporto più significativo che si ridefinisce è il rapporto interno con la propria madre.
Il desiderio di gravidanza emerge durante l’adolescenza come desiderio di mettere alla prova il proprio corpo, che è diventato capace di generare, come quello della propria madre.
La gravidanza, quindi, mette in moto le problematiche di acquisizione dell’identità femminile che erano già emerse durante l’adolescenza, in particolare il difficile processo di identificazione e separazione dalla propria madre. Con la gravidanza la donna deve affrontare una doppia identificazione: con la propria madre, alla quale sta diventando simile, col bambino, al quale è stata simile.
Se il rapporto con la madre è stato sufficientemente buono, allora sarà più facile per la donna identificarsi con la madre e con la bambina che è stata; se, invece, la madre riteneva sé stessa una bambina inadeguata, allora i vissuti rispetto alla propria gravidanza possono essere più complessi.
Un altro aspetto importante riguarda le fantasie che la madre fa sul bambino: all’inizio della gravidanza il bambino è come se fosse una parte della madre; la donna vive un ripiegamento su sé stessa, che è funzionale all’identificazione col bambino e che poi verrà riversato sul bambino al momento della nascita.
Il bambino è pensato, immaginato, fantasticato. Deve essere così: il bambino deve esistere oltre lo spazio corporeo anche in uno spazio mentale.
Nelle fantasie sul bambino possono essere presenti, naturalmente, anche delle paure, di malattie, malformazioni, patologie genetiche.

Il parto

Anche il parto ha dei vissuti psicologici molto complessi: da un lato è una perdita, una separazione fisiologica (il bambino abbandona la madre, la madre espelle il bambino), dall’altro è un vissuto di dolore intenso che si collega alla paura di morire, a dei sentimenti di ostilità nei confronti del bambino che ha provocato il dolore e, a volte, delle lesioni vere e proprie.
Inoltre, c’è il compito di confrontare il bambino fantasticato col bambino reale: bisogna superare la quasi inevitabile non corrispondenza tra le due immagini e per questo è molto importante il contatto precoce madre – figlio.
Tutti questi aspetti legati a sé stessa, al dolore, all’immagine del bambino sono sempre dotati di ambivalenza e la donna deve confrontarsi con questa ambivalenza: è necessario che la donna li accetti e li riconosca per poi poterli superare. In questo senso sono importanti i corsi di preparazione al parto, dove è possibile, in un contesto di tipo contenitivo e nel confronto con altre donne, esprimere questi sentimenti.

La maternità

Anche per quello che riguarda la maternità esiste una mistica, l’idea di una “mamma immediata”, della donna che immediatamente è capace di essere una brava mamma. Questo non è vero: il comportamento materno non è né innato né automatico, ma necessita di tempo perché madre e bambino stabiliscano un adattamento reciproco. All’inizio le cure materne devono essere una continuazione delle cure fisiologiche del periodo prenatale:la madre continua ad avere un’identificazione col figlio per comprendere i suoi bisogni e stabilire una comunicazione che, prima di tutto, è fisica, empatica.
Il neonato in questo periodo ha bisogno di acquisire una continuità dell’esistenza, difeso, grazie alle cure materne, dagli urti dell’ambiente esterno. Quando ha fame è necessario che la mamma lo allatti, la madre deve fornirgli una stabilità dei ritmi che gli permetta un’organizzazione spazio – temporale, deve tenere conto della sensibilità cutanea, agli stimolo visivi e uditivi del bambino, che lo tocchi e lo tenga in braccio. È necessario che lo sostenga, comprendendo e soddisfacendo tutti i suoi bisogni.
Tutte queste cose insieme possono riassumersi nel concetto di holding, che non è semplicemente “l’atto di tenere in braccio”ma ha un significato più ampio.
Gradualmente e parallelamente alla maturazione psico – fisica del bambino, la madre passa da una comprensione essenzialmente fisica ed empatica del suo bambino ad una comunicazione basata su quello che il bambino segnala. All’inizio le grida del bambino esprimono solo un disagio, un modo di scaricare la tensione; è la madre che, piano piano, dà un significato al pianto e, gradualmente anche per il bambino questi segnali assumono un significato di comunicazione. La madre, allora, non risponde più magicamente ai suoi bisogni e il bambino sperimenta l’attesa, la frustrazione e in questo modo diventa un essere separato dal suo ambiente e impara a dare dei segnali perché i suoi bisogni vengano soddisfatti.
Nell’interazione con la madre il bambino sperimenta l’efficacia dei suoi segnali e il mondo diventa più ordinato, più prevedibile. Inizia il processo di separazione.
Inoltre, durante l’attesa il bambino può fantasticare la soddisfazione dei suoi bisogni e così inizia la sua attività mentale.
In questo processo, sia madre che bambino oscillano tra la totale dipendenza e simbiosi e la separazione, che è per la mamma altrettanto difficile che per il bambino.

Alcune situazioni di rischio si possono individuare se il bambino non è stato mai “pensato” in gravidanza, se è troppo diverso da quello fantasticato, nell’incapacità della madre di separarsi o peggio quando la madre ha sentimenti di rifiuto, di ansia o ostilità quando c’è il contatto intimo con il bambino (sentimenti che nega a sé stessa).
La situazione è più complicata quando c’è un conflitto di coppia. Nel rapporto disturbato fra madre e bambino si inseriscono le alleanze del padre che dimostra che la sua cattiva moglie è anche una cattiva madre, amplificando il disturbo della relazione.
La funzione genitoriale è una funzione complessa e complicata; diventare genitori non è una semplice aggiunta allo stato precedente, ma un evento che modifica profondamente e durevolmente sia l’individuo che la coppia.

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Bibliografia

  • Ammaniti, “Gravidanza e interazioni sociali precoci”. Psicoterapia e scienze umane, 1978.
  • Bowlby, “Attaccamento e perdita”, Bollati Boringhieri, 1972.

Lettera alla tua famiglia

Carissimo,
sento un forte desiderio di rivolgermi alla tua famiglia che, pur essendo formata da più individui e tutti con la propria specifica e ben distinta personalità, è al tempo stesso un’unità inscindibile.
Come un trio per archi o un quartetto, un ensemble musicale, in cui il violino, la viola da gamba e il violoncello hanno ciascuno capacità espressive tonali e melodiche proprie, ma la sonata emerge dall’insieme di tutti gli strumenti.
Mi sembra questa una buona metafora della famiglia, un insieme in cui le capacità del singolo, e quindi la sua personalità irripetibile, sono fondamentali, ma devono contribuire alla riuscita di un risultato comune.
Penso al contrappunto, a quando due strumenti entrano in una vera comunicazione e le note si susseguono in un dialogo serrato: la bellezza è il dialogo, non i pezzi melodici serrati di ciascuno strumento. Se suonano insieme, danno sensazioni musicali piacevoli, separatamente fanno pensare a qualche cosa di incompleto, di rotto.
Ed ecco il primo messaggio: nessuno può essere escluso dalla famiglia di cui è parte.
La famiglia è il luogo dei sentimenti, il risultato risiede nello stare bene insieme, in particolare nel luogo fisico della famiglia, la casa.
La casa è particolarmente importante. Lo è per me, per tutti noi italiani che la desideriamo e la curiamo fino a imprimervi uno stile di famiglia.
Ognuno di noi esercita un compito proprio fuori casa, legato alle caratteristiche di ciascuno, alla propria professione, ma quando i solisti rientrano, l’ensemble si ordina per una sonata di famiglia, e abbiamo fatto cose straordinarie.
Straordinarie anche se solcate talora dal dolore, tra il dispiacere, le difficoltà, le incomprensioni.
Molte volte ho sentito la famiglia come un vincolo insopportabile, talora mi è sembrato di non essere capito e di venire criticato, come se io fossi inadeguato. Momenti in cui la famiglia mi è apparsa un inferno nemico, con la sensazione di aver sbagliato tutto.
Ma da trentasette anni faccio parte dell’organico e ora so che una famiglia cambia, che ha capacità di rinnovarsi, di ricrearsi.
Non saprei vivere senza questa famiglia, non perchè sia legato da una dipendenza, dall’incapacità a un’esistenza solitaria, ma perchè sto bene, perchè qui trovo la forza di vivere dentro il mondo, di andare verso il mondo sapendo e pensando sempre al mio punto di riferimento. La famiglia non mi toglie la libertà di agire da singolo, ma mi dà la forza di farlo.
Insomma sono parte di una famiglia che non è né perfetta, né un esempio di romanticismo poetico, ma ha retto ed è rimasta, tra qualche scossone e seguendo l’andamento da alta a bassa marea, il luogo dei sentimenti.
Chi pensa che l’affetto sia uno status continuo o che si spenga in funzione dell’età, sbaglia.
Se pensate che una famiglia vecchia abbia consumato gli affetti e sia chiusa dentro le coordinate del minimalismo, vi ingannate.
Se pensate che il gusto della relazione totale, che certo mescola anche i corpi, sia una proprietà esclusiva della giovinezza, siete in errore. Se credete che, diminuendo il vigore delle passioni, si è fuori dall’amore, prendete un grande abbaglio. Le relazioni affettive sono sempre nuove per totalità, per eleganza, per l’accumulo dell’esperienza passata: un racconto musicale barocco, non privo di improvvisazioni e di qualche resurrezione. Oltre il tempo: una durée che parla di infinito.
Voglio ora riempire i fogli da lettera che mi rimangono con le mie riflessioni su ciascuno dei ruoli che appartengono alla famiglia.
Dopo aver composto una sonata, occorre farne una trascrizione per strumenti e dunque comporre lo spartito.

La madre

Cara signora,
il pericolo che corri è di dedicarti completamente alla famiglia, di considerare che non c’è altro al di fuori di questo piccolo mondo e, quindi, di assumere tutto il significato al suo interno e di perderlo completamente quando ne sei fuori. La madre deve svolgere al meglio possibile la funzione familiare, e in alcuni momenti l’impegno è enorme, ma non può ridursi ad esso e quindi deve poter coltivare e promuovere un senso fuori della famiglia.
Non rinunciare mai ad esercitare il ruolo, ma non accattare mai di esercitare solo quello.
Dunque non rinunciare mai a svolgere bene il ruolo di madre, ma non dimenticare che rimane, per lo più, il tempo per fare altro.
Se metti al mondo un bambino, e io ti auguro di fare questa esperienza eccezionale, sappi che per i primi tre anni dovrai vivere in gran parte per lui.
Tra zero e tre anni si compie nel bambino il processo di separazione – individuazione che è uno dei punti essenziali della crescita, poiché è con il compimento di questo processo che un bambino si percepisce come un’unità staccata e in grado di raggiungere un primo livello di autonomia, nel senso di potersi relazionare con gli altri.
Non ti sembri troppo scontata questa affermazione e pensa che alla nascita il bambino non si distingue come qualche cosa di separato da te e quindi deve procedere verso l’acquisizione di una diversità che sorge solo se si confronta continuamente con persone stabili, e la madre gli serve per distinguersi da lei e se cambia come in un caleidoscopio, lui non riesce a percepire un che di stabile su cui confrontare la propria individuazione, una individuazione che avviene proprio attraverso la separazione. Solo così non sarà un bambino timido, ma fiducioso e si proporrà, andrà verso gli altri e verso gli altri bambini per giocare o per scambiare la propria esperienza.

Ora permettimi di fare un salto e raggiungere la pubertà, quando per tuo figlio o tua figlia comincia la metamorfosi del corpo, ma anche della personalità e della sensibilità sociale.
Anche qui c’è la ricerca di un ulteriore livello di autonomia, questa volta non nell’acquisizione di un Sè che sappia relazionarsi con altri, ma un’autonomia psicologica della famiglia per poter uscire e sperimentare le relazioni sociali, non più sotto l’ombrello e la guida di mamma e papà.
Ebbene, in questo momento il pericolo per una madre è di voler esserci a tutti i costi, di voler imporsi, di controllare eccessivamente il bisogno, anche di avventura che l’adolescente cerca.
In questa fase è positivo che te ne stia anche lontana, senza rancori certo, e senza rispondere violentemente alle provocazioni che gli adolescenti mandano contro la famiglia nel suo insieme. Ecco un momento in cui ti puoi dedicare di più a una dimensione fuori dalla famiglia, a meno di non avere altri figli che ora abbiano un’età che richiede l’impegno già superato dal primo.
Insomma, il ruolo di madre ha periodi di diversa attività e guai a non esserci quando occorre, mentre non serve o serve starne lontano, in età differenti. E ciò, ovviamente, non vuol dire abbandono, ma una presenza da lontano, una presenza che si riallaccia nel racconto e nell’ascolto della vita del figlio vissuta fuori casa, e che tende a diventare anche segreta.
Se non prendi le distanze e continui a fare la madre dedicata anima e corpo, finirai per essere inopportuna ed esserci quando sarebbe meglio non esserci e persino esercitare un mammismo insopportabile. Senza accorgertene, cercherai di dimostrare di essere necessaria a tuo figlio e quindi lo vedrai sempre insicuro, incapace, vicino a commettere sciocchezze se non rimanesse sotto il tuo sguardo.
Diventerai una madre odiosa, una di quelle che interferiscono persino nel suo matrimonio, se mai quel figlio sarà capace di scegliere una donna che non sia la madre o come la madre.
Ci sono delle madri tremende, è bene che tu lo sappia per non diventarlo. Come un violino che vuole suonare sempre, anche quando non ha ruolo sullo spartito, se non suona si sente non – violino e così rovina le capacità singole e di ensemble di ogni altro strumento.

E ora permettimi di vederti un po’ come moglie.
Non accettare mai di diventare succube di tuo marito. Rifiuta di essere trasformata in una serva che accoglie ordini e che, all’esecuzione puntuale, riceve in cambio silenzio e semmai rimbrotti. Non diventare una cameriera e dunque non accettare nemmeno di essere al servizio di un signore che, stanco, deve venire rifocillato da una moglie sempre gentile; ricordalo: per essere gentili bisogna godere della libertà persino di non esserlo. Mentre una serva deve servire sempre, tu sei la moglie, la compagna, una che si trova in una relazione d’affetto con lui, e non dimenticare anche che, se una moglie diventa schiava, è perchè lo ha voluto. Non c’è mai nessuna motivazione sufficiente perchè tu debba accettare di esser trattata male, sia sul piano psicologico che fisico.

Il padre

Carissimo padre,
rivolgendomi a te mi pare di scrivere a uno che non c’è, a un padre mancato, non so colpevolizzarti perchè ti voglio bene, perchè soffri e risenti del tempo presente, in cui l’uomo si muove senza sapere perchè, oberato dagli stimoli del momento e con la paura che la batteria si scarichi.
Se mi permetti un consiglio, per ritrovarti cerca di fare il padre e il marito, scoprirai la bellezza di avere un senso e la grandezza dell’affettività e del valore dei sentimenti.
Porta a casa meno roba, meno simboli e portati a casa tu, perchè i figli hanno bisogno di te e così tua moglie, e scoprendo che sei essenziale per loro avrai la dimensione anche di te stesso e allora potrai esistere senza faticare per l’inutile, per ricoprirti di cose che ti diano un senso. In quel modo non solo non lo ottieni, ma ti perdi sempre di più. Fermati, “perditi per finalmente ritrovarti”.

I figli

Cari figli,
lo sapete bene di essere la parte centrale della vita della famiglia e che lo sguardo di tutti è rivolto a voi. Ebbene, vi prego, non ritenete di avere soltanto diritti. Non è vero che, poiché siete il fine, l’oggetto dell’educazione, dovete ricevere e non dare mai, e protestare e lamentarvi degli educatori e del clima in cui si svolge la relazione educativa. Non limitatevi al lamento, anche se a ragione, senza fare il minimo sforzo per capire cosa è successo e senza nemmeno porvi il problema di un possibile aiuto da dare a vostra madre o a vostro padre. Mi meraviglio che non facciate nulla per facilitarli in questo compito, perchè non si tratta di due robot che non possono andare mai in crisi e allora, se volete un’attenzione adeguata, aiutateli. Suggerimento in perfetta sintonia con la certezza che l’educazione non è un processo a una sola direzione. Con ciò non sostengo affatto che si debbano scambiare i ruoli, sono ben lontano dal pensarlo; affermo con decisione che se i padri e le madri non sono motivati, fanno maggiore fatica a svolgere il loro ruolo e su questo tasto voi avete una grandissima capacità per incidere.
Fatelo e cercate poi di evitare i tono aggressivi che, se hanno bisogno di esser capiti e talora tradotti nel loro significato, demotivano e fanno sentire a padri o madri di essere inadeguati. Insomma, l’educazione va da loro a voi con ritorni che siano di sostegno, di correzione reciproca e di rinforzo per continuare. Continuare un’esistenza assieme sentendo gratificazione, gioia di vivere, di vivere con loro anche se non sono perfetti.

Queste sono alcune considerazioni sulla famiglia, tratte dal libro “Lettera alla tua famiglia” di Vittorino Andreoli, Bur Saggi, 2006.
Ovviamente ho riportato una minima parte dei contenuti della lettera, sperando di suscitare nella mente di chi la legge riflessioni sulla propria famiglia, visioni che possono portare all’identificazione in ciò che si è letto come pure ad una visione opposta su ruoli e/o contenuti citati.
Credo che l’autore del libro abbia voluto sottolineare l’importanza nella famiglia del dialogo, un dialogo di sentimenti e il valore dell’unità familiare dato dal contributo dei singoli componenti.

La violenza in famiglia

«Poiché violenza genera violenza, nella famiglia la violenza tende a
perpetuarsi di generazione in generazione»

– Bowlby –

Per arrivare a comprendere i casi estremi di violenza nella famiglia, può essere utile considerare prima quello che conosciamo dei casi minori ed ordinari che si verificano nella famiglia quando i suoi membri sono presi da sentimenti di rabbia.

I bambini piccoli, e spesso anche i più grandi, sono gelosi in genere dell’attenzione che la madre dà al nuovo nato. Gli amanti litigano se uno pensa che l’altro si stia rivolgendo altrove, e lo stesso vale dopo il matrimonio. Inoltre, una donna può infuriarsi con il figlio se il bambino fa qualcosa come attraversare di corsa la strada, ed anche il marito se questi per affrontare pericoli inutili rischia un arto o la vita.
Quindi diamo per scontato che usualmente, quando il rapporto con una persona particolarmente amata viene messo in pericolo, siamo non solo ansiosi ma anche arrabbiati.
Come risposte alla minaccia della perdita, ansia e rabbia vanno insieme. Non per nulla hanno la stessa radice etimologica. Spesso, nelle situazioni descritte, la rabbia è funzionale. Perciò, nel luogo giusto, al momento giusto ed al livello giusto, la rabbia non solo è appropriata ma può essere indispensabile. In ogni caso, l’obiettivo del comportamento di rabbia è lo stesso: proteggere un rapporto che ha un valore molto particolare per la persona arrabbiata. Stando così le cose, è necessario chiarire perché alcuni rapporti specifici, spesso chiamati rapporti d’amore, debbano divenire così importanti nella vita di ciascuno di noi.
I rapporti specifici, che se minacciati possono suscitare rabbia, sono di tre tipi principali: rapporti con un partner sessuale, fidanzato o coniuge, rapporti con i genitori, rapporti con i figli. Ognuno di questi rapporti è carico di forti emozioni.

La tesi di Bowlby consiste nel considerare gran parte della violenza disadattiva della famiglia come una versione distorta e sproporzionata di un comportamento potenzialmente funzionale, in particolare il comportamento di attaccamento da un lato, ed il comportamento di allevamento dall’altro.
Appare evidente che cure sensibili e amorevoli determinano nel bambino lo svilupparsi della fiducia che gli altri saranno disposti ad aiutarlo se necessario, il divenire sempre più sicuro di sé e coraggioso nell’esplorare il mondo, collaborativo con gli altri, ed anche empatico e di sostegno per altri in difficoltà.
Al contrario, quando al comportamento di attaccamento del bambino si risponde lentamente e malvolentieri, come se si fosse disturbati, il bambino può attaccarsi in modo ansioso e divenire apprensivo per paura che chi lo accudisca scompaia o non sia di aiuto nel momento di bisogno e perciò è restio ad allontanarsi dalla madre, obbedisce malvolentieri ed in modo ansioso ed è indifferente ai problemi altrui. Se inoltre il bambino è rifiutato attivamente dagli adulti che lo accudiscono, può sviluppare un modello di comportamento in cui l’evitamento compare con il desiderio di vicinanza e di cure ed il comportamento di rabbia tende a divenire prominente.

Bambini maltrattati

Considerando gli effetti sullo sviluppo di personalità dei bambini maltrattati, dobbiamo tenere presente che le aggressioni fisiche non sono le uniche forme di ostilità che questi bambini hanno sperimentato da parte dei genitori. In moltissimi casi infatti gli attacchi fisici non sono che la punta dell’iceberg, i segni manifesti di quelli che sono stati gli episodi ripetuti di un rifiuto ostile, verbale e fisico. Perciò nella maggior parte dei casi gli effetti psicologici possono essere considerati come il prodotto di un rifiuto e di un disinteresse prolungato ed ostile. Ciononostante, le esperienze dei singoli bambini possono variare ampiamente.
Alcuni, ad esempio, possono ricevere delle cure materne sufficientemente buone e subire solo raramente esplosioni di violenza da parte di un genitore. Per questi motivi non c’è da sorprendersi del fatto che anche lo sviluppo socioemotivo dei bambini può variare. Qui di seguito vengono descritti alcuni risultati che sembrano essere tipici.
Gli studiosi che hanno osservato questi bambini nelle loro case o altrove li descrivono variamente come depressi, passivi e inibiti, “dipendenti” e ansiosi, arrabbiati e anche aggressivi. Graensbauer e Sands nel confermare questo quadro, sottolineano quanto possa essere disturbante un comportamento del genere per chi si prende cura del bambino. I bambini non riescono a partecipare al gioco e mostrano di divertirsi poco o affatto.
Spesso l’espressione del sentimento è così attenuata che è facile non rilevarla, o altrimenti è ambigua e contrastante. Il pianto può essere prolungato e insensibile al conforto; la rabbia può insorgere rapidamente, violenta e non facilmente risolubile.
Una volta stabiliti, questi schemi tendono a persistere.

Donne maltrattate

Passiamo ora ad esaminare il comportamento degli uomini che maltrattano le loro ragazze o mogli.
L’ipotesi che la maggioranza di uomini sia costituita da bambini maltrattati ora cresciuti è confermata da molte ricerche. Uno studio rilevava che da quanto riferivano le mogli, 51 su 100 uomini violenti erano stati picchiati a loro volta da bambini. Inoltre, 33 su 100 uomini erano stati già accusati di altri reati di violenza. Le ricerche mostrano che la maggioranza di delinquenti violenti proviene da famiglie in cui essi stessi hanno ricevuto un trattamento crudele e brutale.
Infine troviamo che molte delle mogli picchiate provengono da famiglie disturbate e rifiutanti dove in minoranza significativa sono state picchiate da bambine. Queste esperienze le hanno condotte a lasciare la loro casa durante l’adolescenza, a legarsi con quasi il primo uomo conosciuto, proveniente molto spesso da un ambiente simile al loro, e a restare presto incinte. Il doversi occupare di un bambino piccolo crea mille problemi alla ragazza che è impreparata ed ha un attaccamento ansioso; inoltre le attenzioni che rivolge al bambino provocano un’intensa gelosia nel suo partner. Questi sono alcuni dei processi attraverso cui si perpetua un ciclo intergenerazionale di violenza.
I modelli di interazione in alcune di queste famiglie sono risultati abituali: la coppia si separava ripetutamente per ritornare insieme solo dopo pochi giorni o settimane.
Talvolta, dopo le dure parole della moglie, il marito se ne andava per conto suo, per ritornare dopo poco tempo. Oppure la moglie, aggredita fisicamente dal marito, se ne andava con i figli, ma ritornava in pochi giorni alla stessa identica situazione.
Quello che appariva veramente straordinario era la durata di alcuni di questi matrimoni: che cosa teneva uniti i due partner?
È emerso che sebbene apparentemente la scena fosse dominata dalla violenza del marito e dalle parole minacciose e rabbiose della moglie, ogni partner era legato profondamente anche se in modo ansioso all’altro ed aveva sviluppato una strategia per controllare l’altro e per evitare di essere abbandonato.
Venivano utilizzate varie tecniche, soprattutto coercitive, molte delle quali potevano sembrare ad un estraneo di un genere non solo estremo ma controproducente.
Ad esempio, erano frequenti le minacce di abbandono e di suicidio, non erano rari gli atti di suicidio. Questi ultimi producevano in genere l’effetto di assicurarsi rapidamente l’attenzione premurosa del partner anche se facevano insorgere il suo senso di colpa e la sua rabbia. Si è visto che la maggior parte dei tentativi di suicidio erano in reazione ad eventi specifici, in particolare ad abbandono reali o minacciati.
Una tecnica coercitiva, utilizzata soprattutto dagli uomini, consisteva nell'”imprigionare” la moglie chiudendola dentro casa, chiudendo a chiave i suoi vestiti, oppure tenendosi tutti i soldi e facendo la spesa per evitare alla moglie di vedere chiunque altro. L’attaccamento fortemente ambivalente di un uomo che adottava questa tecnica era tale che non solo rinchiudeva la moglie dentro casa, ma la rinchiudeva anche fuori. La buttava fuori casa dicendole di non tornare mai più, ma dopo che lei si trovava per strada, la rincorreva e la portava indietro fino all’appartamento.
Una terza tecnica coercitiva consisteva nel picchiare. Come diceva un uomo, nella sua famiglia le cose si chiedevano sempre con i pugni. Nessuna donna gradiva questo trattamento, ma alcune ne ottenevano una certa soddisfazione. È risultato che nella maggioranza di questi matrimoni, ogni individuo tendeva a sottolineare quanto fosse indispensabile per l’altro, mentre non riconosceva il proprio bisogno del partner. Naturalmente, intendevano per bisogno ciò che Bowlby chiama il desiderio di una figura che li accudisse. Erano terrorizzati soprattutto dalla solitudine.

È proprio perchè in queste famiglie gli schemi tendono a perpetuarsi e le persone vengono coinvolte in rapporti contrastanti e ambivalenti senza esserne pienamente consapevoli che diviene necessario per loro richiedere un aiuto esterno, parlarne con amici, familiari e/o rivolgersi ad un professionista per elaborare assieme tali vissuti.

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Bibliografia

  • La violenza nella famiglia, John Bowlby, Terapia Familiare, 1986.
  • Attaccamento e perdita, John Bowlby, ed. Boringhieri, 1983.