La depressione post-partum

C’è un aspetto della giovane madre al quale bisogna prestare molta attenzione, che è la cosiddetta depressione post-partum o depressione puerperale, un perfido male in agguato. Il meccanismo ipotizzato pare sia il seguente.
Nella gravidanza, la natura ha previsto che certi ormoni abbiano un’azione distensiva, sedativa sulle cellule nervose. Alcuni metaboliti del progesterone hanno addirittura evidenziato un effetto sedativo 200 volte superiore a quello dei barbiturici.
Durante la gravidanza la donna beneficia dal punto di vista psicologico del ruolo “rasserenante” svolto da questo cambiamento ormonale.
Si verificano, certo, casi di depressione anche in gravidanza, ma solitamente per le donne questo è effettivamente un periodo sereno: persino le donne che durante la loro vita hanno sofferto di ansie o depressione dicono di non essersi mai sentite così bene.
Anche certe gravidanze inizialmente rifiutate, con conflitti e tensioni, vengono poi accettate forse grazie anche all’azione di questi ormoni.
Il problema può invece emergere al termine della gravidanza.
E si ipotizza che sia, almeno in parte, collegato all’espulsione della placenta, un organo dotato di un importante attività ormonale.
È un cambiamento improvviso, che scombussola ancora una volta gli equilibri ormonali interni della donna. In particolare, provocherebbe la mancanza degli ormoni dotati di un’azione sedativa e forse anche antidepressiva.
Spesso, quindi, durante l’allattamento, affiora un lieve stato melanconico, che col passare dei giorni si associa a uno stato di ansia e apprensione dovuto alle responsabilità delle cure nei confronti del bambino. Poi c’è la stanchezza causata dal sonno interrotto e anche dai pianti del bambino.
Alcuni ritengono invece che sia soprattutto la montata lattea e l’azione della prolattina ad agire sui centri dell’emotività rendendo certe madri più sensibili e più inclini al pianto.
In passato, quando si viveva in famiglie allargate, tutto ruotava intorno al neonato e anche intorno alla puerpera, che aveva così un maggior sostegno.
Oggi la madre invece torna a casa e spesso rimane tutto il giorno sola, senza nemmeno il marito, assente per lavoro.
Queste “melanconie”, peraltro, sono passeggere e scompaiono da sole abbastanza rapidamente. Non si può parlare quindi di depressione vera e propria.
La vera depressione, invece, è cosa ben diversa. È una brutta bestia che colpisce un numero ristretto di madri e che può peggiorare col tempo.
A volte in modo drammatico. Perché può essere l’innesco di una malattia molto seria, che scatena i disturbi dell’umore e disturbi dell’ansia.
In particolare certe donne che hanno in famiglia casi di depressione bipolare hanno maggiori probabilità di “esordire” con una loro depressione dopo il parto.
Naturalmente bisogna distinguere tra varie forme depressive di diversa gravità e che sono tutt’altra cosa rispetto a quella transitoria melanconia che è invece spesso associata al solo periodo che segue il parto.
In passato molte donne hanno sofferto di depressione suscitata dal parto.
Ma allora non si conoscevano anche i meccanismi biochimici legati a questa malattia. Veniva vista come una condizione dovuta alla prostrazione del dopo parto, un esaurimento nervoso da curare con ricostituenti e con frasi affettuose: “Su non fare così…tutti ti vogliono bene! Pensa al tuo bambino, vedrai che ti passerà! Esci, distraiti un po’!…”.
Oggi si sa che non è un problema di nutrizione, né tanto meno di buona volontà da parte di chi è veramente depresso.
È un male che colpisce dentro, in profondità: il depresso si sente come in fondo a un pozzo dal quale non riesce più a uscire.
Per questo è importante non lasciare che la depressione si installi.
Da psicoterapeuta il mio parere è che è importante curare soprattutto le forme gravi di depressione con il farmaco giusto (non separo l’aspetto psicologico da quello fisiologico quando sono così interconnessi), ma altrettanto rilevante è un aiuto psicologico che aiuti ad affrontare questo momento di vita così delicato per la giovane madre.

Nascere insieme

La relazione madre – bambino

Quando nasce, il bambino ha un potenziale ereditario, ma per crescere ha sicuramente bisogno delle cure dell’ambiente esterno, soprattutto di cure materne (non necessariamente deve trattarsi della madre biologica).
Esiste un’interazione tra le caratteristiche biologiche e innate del neonato e le cure da parte dell’ambiente.
Nella primissima fase, quando soma e psiche sono tutt’uno nel bambino, le cure di cui necessita sono soprattutto di ordine fisico: la madre deve comprendere i bisogni fisiologici e rispondervi adeguatamente, sostenendo la dipendenza totale del bambino in questa prima fase. E’ necessario che la madre lo pensi, si identifichi con lui e che lo possa capire.
Il primo nucleo di identità del bambino è nella madre.
Dopo l’iniziale fusione è necessario che la madre permetta al bambino di separarsi, in modo graduale, sostenuta e protetta in questo compito dal partner.
Perché la simbiosi madre – bambino possa realizzarsi è necessaria la presenza di un terzo esterno, il padre, che, a sua volta, contiene e protegge la diade.
Per comprendere maggiormente i vissuti della madre è importante partire dai vissuti della gravidanza e del parto.

La gravidanza

La gravidanza costituisce una modificazione sostanziale della donna, della sua immagine, del suo corpo e della relazione col partner.
Tutte queste trasformazioni possono essere vissute con sentimenti ambivalenti, anche nei casi in cui la gravidanza sia stata scelta:

  • le modificazioni del corpo che possono essere vissute come intrusive, pericolose per l’incolumità fisica, anche in relazione ai disturbi insorti con la gravidanza;
  • le modificazioni del rapporto col partner, relativamente alla sessualità, alla esclusione e alla paura dell’uomo di perdere la moglie;
  • modificazione dei rapporti col mondo esterno: rapporti sociali, di lavoro, con la famiglia allargata.

Il rapporto più significativo che si ridefinisce è il rapporto interno con la propria madre.
Il desiderio di gravidanza emerge durante l’adolescenza come desiderio di mettere alla prova il proprio corpo, che è diventato capace di generare, come quello della propria madre.
La gravidanza, quindi, mette in moto le problematiche di acquisizione dell’identità femminile che erano già emerse durante l’adolescenza, in particolare il difficile processo di identificazione e separazione dalla propria madre. Con la gravidanza la donna deve affrontare una doppia identificazione: con la propria madre, alla quale sta diventando simile, col bambino, al quale è stata simile.
Se il rapporto con la madre è stato sufficientemente buono, allora sarà più facile per la donna identificarsi con la madre e con la bambina che è stata; se, invece, la madre riteneva sé stessa una bambina inadeguata, allora i vissuti rispetto alla propria gravidanza possono essere più complessi.
Un altro aspetto importante riguarda le fantasie che la madre fa sul bambino: all’inizio della gravidanza il bambino è come se fosse una parte della madre; la donna vive un ripiegamento su sé stessa, che è funzionale all’identificazione col bambino e che poi verrà riversato sul bambino al momento della nascita.
Il bambino è pensato, immaginato, fantasticato. Deve essere così: il bambino deve esistere oltre lo spazio corporeo anche in uno spazio mentale.
Nelle fantasie sul bambino possono essere presenti, naturalmente, anche delle paure, di malattie, malformazioni, patologie genetiche.

Il parto

Anche il parto ha dei vissuti psicologici molto complessi: da un lato è una perdita, una separazione fisiologica (il bambino abbandona la madre, la madre espelle il bambino), dall’altro è un vissuto di dolore intenso che si collega alla paura di morire, a dei sentimenti di ostilità nei confronti del bambino che ha provocato il dolore e, a volte, delle lesioni vere e proprie.
Inoltre, c’è il compito di confrontare il bambino fantasticato col bambino reale: bisogna superare la quasi inevitabile non corrispondenza tra le due immagini e per questo è molto importante il contatto precoce madre – figlio.
Tutti questi aspetti legati a sé stessa, al dolore, all’immagine del bambino sono sempre dotati di ambivalenza e la donna deve confrontarsi con questa ambivalenza: è necessario che la donna li accetti e li riconosca per poi poterli superare. In questo senso sono importanti i corsi di preparazione al parto, dove è possibile, in un contesto di tipo contenitivo e nel confronto con altre donne, esprimere questi sentimenti.

La maternità

Anche per quello che riguarda la maternità esiste una mistica, l’idea di una “mamma immediata”, della donna che immediatamente è capace di essere una brava mamma. Questo non è vero: il comportamento materno non è né innato né automatico, ma necessita di tempo perché madre e bambino stabiliscano un adattamento reciproco. All’inizio le cure materne devono essere una continuazione delle cure fisiologiche del periodo prenatale:la madre continua ad avere un’identificazione col figlio per comprendere i suoi bisogni e stabilire una comunicazione che, prima di tutto, è fisica, empatica.
Il neonato in questo periodo ha bisogno di acquisire una continuità dell’esistenza, difeso, grazie alle cure materne, dagli urti dell’ambiente esterno. Quando ha fame è necessario che la mamma lo allatti, la madre deve fornirgli una stabilità dei ritmi che gli permetta un’organizzazione spazio – temporale, deve tenere conto della sensibilità cutanea, agli stimolo visivi e uditivi del bambino, che lo tocchi e lo tenga in braccio. È necessario che lo sostenga, comprendendo e soddisfacendo tutti i suoi bisogni.
Tutte queste cose insieme possono riassumersi nel concetto di holding, che non è semplicemente “l’atto di tenere in braccio”ma ha un significato più ampio.
Gradualmente e parallelamente alla maturazione psico – fisica del bambino, la madre passa da una comprensione essenzialmente fisica ed empatica del suo bambino ad una comunicazione basata su quello che il bambino segnala. All’inizio le grida del bambino esprimono solo un disagio, un modo di scaricare la tensione; è la madre che, piano piano, dà un significato al pianto e, gradualmente anche per il bambino questi segnali assumono un significato di comunicazione. La madre, allora, non risponde più magicamente ai suoi bisogni e il bambino sperimenta l’attesa, la frustrazione e in questo modo diventa un essere separato dal suo ambiente e impara a dare dei segnali perché i suoi bisogni vengano soddisfatti.
Nell’interazione con la madre il bambino sperimenta l’efficacia dei suoi segnali e il mondo diventa più ordinato, più prevedibile. Inizia il processo di separazione.
Inoltre, durante l’attesa il bambino può fantasticare la soddisfazione dei suoi bisogni e così inizia la sua attività mentale.
In questo processo, sia madre che bambino oscillano tra la totale dipendenza e simbiosi e la separazione, che è per la mamma altrettanto difficile che per il bambino.

Alcune situazioni di rischio si possono individuare se il bambino non è stato mai “pensato” in gravidanza, se è troppo diverso da quello fantasticato, nell’incapacità della madre di separarsi o peggio quando la madre ha sentimenti di rifiuto, di ansia o ostilità quando c’è il contatto intimo con il bambino (sentimenti che nega a sé stessa).
La situazione è più complicata quando c’è un conflitto di coppia. Nel rapporto disturbato fra madre e bambino si inseriscono le alleanze del padre che dimostra che la sua cattiva moglie è anche una cattiva madre, amplificando il disturbo della relazione.
La funzione genitoriale è una funzione complessa e complicata; diventare genitori non è una semplice aggiunta allo stato precedente, ma un evento che modifica profondamente e durevolmente sia l’individuo che la coppia.

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Bibliografia

  • Ammaniti, “Gravidanza e interazioni sociali precoci”. Psicoterapia e scienze umane, 1978.
  • Bowlby, “Attaccamento e perdita”, Bollati Boringhieri, 1972.