Gli attacchi di panico, come affrontarli

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) l’attacco di panico corrisponde ad un periodo preciso di paura e disagio intensi, durante il quale una serie di sintomi si sviluppa improvvisamente:

  1. palpitazioni o tachicardia,
  2. sudorazione,
  3. tremori fini o a grandi scosse,
  4. dispnea o sensazioni di soffocamento,
  5. sensazioni di asfissia,
  6. dolore o fastidio al petto,
  7. nausea o disturbi addominali,
  8. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento,
  9. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi),
  10. paura di perdere il controllo o di impazzire,
  11. paura di morire,
  12. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio),
  13. brividi o vampate di calore.

Un’esperienza di attacchi di panico ha peculiarità uniche, come unica è la storia dell’individuo, ma è possibile delineare alcune caratteristiche più comuni: in primo luogo, l’attacco di panico ha una durata relativamente breve, da pochi minuti fino a poco più di mezzora, che può sembrare però un’eternità.

La persona colpita sente il panico come una sensazione estranea al proprio vissuto in quel momento, una sensazione incontrollabile che costringe ad interrompere ciò che si sta facendo in quanto i sintomi fisici richiamano la totale attenzione.

L’età di esordio è solitamente tra i 15 e i 35 anni; la frequenza e la gravità degli attacchi varia moltissimo da individuo a individuo: alcuni sperimentano attacchi di panico ogni settimana, oppure mensilmente, mentre altri riferiscono periodi in cui gli attacchi sono più frequenti intervallati a mesi senza che si verifichi un vero e proprio attacco, ma magari solo uno stato di ansia piuttosto controllabile.

La ricerca di aiuto è di solito immediata e con tutti i caratteri dell’urgenza medica; l’attacco di panico è sentito come primariamente corporeo e dunque ci si rivolge al Pronto Soccorso pensando di avere un principio di infarto, o una compromissione dell’apparato respiratorio o una crisi acuta di un’altra malattia organica.

Quando però gli esami diagnostici e le visite mediche non riscontrano alcuna patologia fisica, il paziente prova spesso uno stato di terribile incertezza e non si sente affatto rassicurato.

Il panico è descritto da sintomi fisici concreti, il terrore è collocato dentro il proprio corpo, il pericolo è identificato all’interno di se stessi e il proprio mondo interno sembra rivelarsi un luogo sconosciuto, contenitore di sensazioni sconvolgenti a cui non si può sfuggire.

L’ansia e il panico sono sintomi di disagio psicologico in cui più si avverte la dimensione corporea, biologica: si percepisce aumento della frequenza cardiaca, difficoltà di respirazione, vertigini, nausea, tremori, sudorazione, vampate di calore, senso di freddo improvviso agli arti o sensazione di torpore, dolori al torace, fitte al cuore etc.

Queste manifestazioni somatiche dell’ansia trovano una parziale spiegazione nel meccanismo di attivazione naturale del corpo in situazioni stressanti; le nostre emozioni si correlano ad un’ampia serie di ormoni cerebrali (come la dopamina, la noradrenalina, le endorfine) e gli eventi esterni hanno la capacità di modificare l’equilibrio neuroendocrino (per esempio un evento piacevole può stimolare la produzione di endorfine, l’attività fisica e sportiva può avere un effetto eccitatorio ecc), ma la risposta agli stessi eventi è differenziata da individuo a individuo, in rapporto sia alla struttura fisica, che all’influenza delle esperienze precedenti.

Si possono considerare stressanti tutti gli eventi che comportano un cambiamento nella nostra vita, specialmente se improvviso.

Pur essendo stato riconosciuto un substrato biologico che sottende il panico, la modalità di cura più adatta per questo disturbo è l’intervento integrato che unisce la terapia farmacologica, utile nel momento di presa in carico e gestione di emergenza, con la terapia psicologica, al fine di chiarire le cause che hanno determinato questo disagio ed attivare un processo di reale cambiamento.

Lo scopo della farmacoterapia è ridurre i sintomi o eliminarli; la scelta di intraprendere un trattamento psicologico nasce invece dalla constatazione che nella maggioranza dei casi talune situazioni come la perdita o rottura di importanti relazioni personali sono associate con il disturbo di panico e che gli studi suggeriscono certamente delle influenze psicologiche (Gabbard, 1995).

Cos’è l’ansia? Come si manifesta?

L’ANSIA E I SUOI SIGNIFICATI

L’ansia è espressione di un conflitto interno che è importante indagare per poi rielaborarlo. È una forma di paura, un campanello d’allarme lanciato dall’Io che avverte un pericolo che va individuato. In questi disturbi in genere le aree di funzionamento generale della persona sono prevalentemente conservate o compromesse in modo circoscritto. L’’Io continua a svolgere le sue funzioni anche se con disagio e difficoltà. Il rapporto con la realtà appare quindi mantenuto.
L’aspetto centrale da esplorare riguarda il conflitto e le pulsioni sottostanti la sintomatologia ansiosa. È importante sapere da quanto tempo si è presentato il disturbo, quali sono state le circostanze di insorgenza del sintomo e su quali tematiche verte principalmente l’eccessiva preoccupazione del soggetto. A questo proposito può essere d’aiuto raccogliere informazioni sui momenti della giornata (per esempio mattina presto prima di andare a lavoro) e circostanze in cui la sintomatologia diviene più acuta.
L’ansia è in genere un segnale di pericolo e quindi è opportuno indagare quali sono gli aspetti del Sé che la persona teme possano essere minacciati e da cosa sta cercando faticosamente di proteggersi. Per accertare il livello di gravità del disturbo e le risorse della persona è utile conoscere il livello di compromissione delle aree di funzionalità generale, gli stili difensivi messi in atto e la percezione di sé.
L’ansia è uno stato d’inquietudine, di attesa affannosa, di pericolo imminente e indefinibile vissuto come un fenomeno primario, globale e irriflessivo. L’ansia si associa inoltre ad un sentimento di incertezza e impotenza. Mentre la paura è una risposta emozionale a una minaccia reale (e che viene riconosciuta come tale dall’individuo), l’ansia è priva di un oggetto scatenante o meglio questo non viene chiaramente riconosciuto dall’individuo. All’esperienza emozionale soggettiva dell’ansia si associa un corteo di sintomi neurovegetativi (tachicardia, ipertensione, tachipnea, midriasi, sudorazione,tremori, turbe degli apparati digerente, genito-urinario, ecc.) che vengono comunemente considerati come elementi secondari alla turba affettiva, ma che si ripercuotono sul vissuto emozionale esacerbandolo.
Si distinguono le crisi d’angoscia, dette anche ansia acuta, da un’ansia definita cronica.

CRISI DI ANGOSCIA (ANSIA ACUTA / ATTACCHI DI PANICO)

Si manifestano acutamente con un sentimento penoso di attesa di qualche cosa di profondamente sgradevole o dannoso, vissuto in una condizione di impotenza. Questo sentimento è accompagnato da disturbi vegeto-emotivi (palpitazioni, difficoltà respiratorie, pallore, midriasi, ecc..) e da disorganizzazione comportamentale. L’ansia acuta può avere una diversa intensità e durata: si possono osservare brevi episodi caratterizzati da un improvviso emergere di emozioni spiacevoli che il paziente riesce a dominare, ed episodi, che si protraggono per ore, durante i quali il soggetto vive uno stato di continua, intensa dolorosa angoscia punteggiata da esacerbazioni di panico e di terrore.
L’angoscia è descritta come una pena misteriosa, terribile e spaventosa; un sentimento di imminente catastrofe fatto di inquietudine, scoramento, disperazione e terrore. Concomita il sentimento di morte imminente per un attacco cardiaco o la paura di svenire; il timore di essere visto in questo stato di malattia e di incapacità accentua lo stato di pena. L’ansia comporta inoltre una spinta impellente a fare qualcosa, a correre, urlare, scappare.
Lo stato affettivo spiacevole si associa ad una serie di disturbi somatici. In primo piano sono i disturbi cardiaci: tachicardia con senso di vuoto nel petto, dolori acuti in sede precordiale, all’apice del cuore o nel quadrante superiore sinistro del torace con irradiazione all’ascella ed al braccio sinistro. Frequenti sono i disturbi respiratori caratterizzati da sensazione di non immettere sufficiente aria nei polmoni (respiro che si arresta, che non si completa: “respiro interciso”) e dall’aumento della frequenza e profondità della respirazione.
Altri sintomi somatici di frequente riscontro sono quelli a carico del disturbo digerente (secchezza della bocca, bolo esofageo, spasmi gastrici e intestinali, nausea, vomito, diarrea, tenesmo rettale), delle vie urinarie (poliuria, pollachiuria, tenesmo vescicale), dell’apparato neuromuscolare (tremore, spasmi, fibrillazioni), degli organi sensitivo-sensoriali (ronzii auricolari, mosche volanti, visione offuscata, ecc.).
Lo stato di ansia acuta disorganizza il comportamento e compromette le funzioni cognitivo-volitive e le capacità prestazionali: il soggetto non può concettualizzare ed agire in modo corretto ed adeguato. La frequenza ed il numero degli attacchi d’ansia variano notevolmente da caso a caso.
Alcuni individui possono presentare solo sporadici episodi in concomitanza con definite situazioni conflittuali; mentre altri possono avere periodi di giorni, settimane o mesi durante i quali gli attacchi si manifestano con notevole frequenza e intensità.

ANSIA CRONICA

Gli attacchi di ansia acuta si presentano talora senza alcun segno premonitore in soggetti in apparenza tranquilli, ma il più spesso emergono da un fondo di ansia cronica. Molti soggetti invece vivono in uno stato continuo di ansia senza andare incontro ad esplosioni acute.
Nello stato permanente di ansia i disordini psichici e i disturbi vegetativi sono quantitativamente minori pur conservando la stessa qualità della crisi d’ansia: l’attesa di un danno, la prospettiva peggiorativa dell’esistenza, i sentimenti di inquietudine, sono vissuti con una tonalità minore e l’esperienza di angoscia si trasforma nella tematica della perplessità, dell’insicurezza, del timore, del dubbio, dell’incapacità ad assumere qualsiasi decisione.
Talora i pazienti non sono capaci di riferire la causa della loro ansia, molti tuttavia riconducono il loro stato a definiti problemi per lo più familiari o di lavoro.
Le manifestazioni cliniche dell’ansia cronica sono polimorfe. Il soggetto esperisce uno stato di nervosismo e di tensione pressoché continuo; è iperestesico ed irritabile e reagisce con manifestazioni emotive esagerate a qualsiasi stimolazione sensoriale od emotiva.
Riferisce disturbi del sonno sotto forma di difficoltà di addormentamento, di interruzione della sua continuità o di risveglio nelle prime ore del mattino (polo mattutino dell’angoscia). Più di rado è il sonno eccessivo. Frequenti sono le condotte alimentari improprie (eccessiva assunzione di alimenti o viceversa diminuzione) e le sensazioni di astenia. Concomitano numerose somatizzazioni dell’ansia, in particolare a carico dell’apparato gastro-intestinale (sensazioni di farfalle nello stomaco, di bruciore, di ripienezza gastrica, diarrea, ecc.).
Un sintomo frequente è la cefalea descritta come un senso di peso e di tensione occipitale o frontale, o di dolore pulsante in sede frontale. Il paziente può lamentare inoltre tensione o dolori muscolari, in particolare al collo e alla schiena, sudorazioni e sensazioni di caldo e di rossore al viso, secchezza della bocca, disturbi sessuali (impotenza e frigidità).
Sul piano psicologico si riscontrano difficoltà di concentrazione e di concettualizzazione e labilità mnemonica. La psiconevrosi ansiosa può portare ad una rilevante compromissione dei livelli prestazionali e dell’integrazione sociale del soggetto.

Concludendo l’ansia è la manifestazione emergente di conflitti psicologici più o meno consapevoli.
La psicoterapia può aiutare la persona ad individuare le cause dell’ansia, indagandone i conflitti connessi e mettendoli al controllo della coscienza. Una volta divenuti consapevoli delle proprie “paure” ci si può preparare ad affrontarle in maniera più costruttiva.

Divenire autonomi emotivamente

Fra i concetti cardine della terapia sistemica vi è quello della differenziazione.

Fin dalla nascita il bambino è separato fisicamente dalla madre, ma il processo che gli permette di raggiungere la propria autonomia emotiva è molto lungo.
Ci sono persone che pensano di differenziarsi dalla propria famiglia di origine allontanandosi fisicamente da questa, ma ciò non basta.

C’è un filo emotivo invisibile che ci tiene legati alla nostra famiglia, un insieme di valori, di regole d’oro, di miti e rituali che ritornano inevitabilmente anche quando si genera una famiglia propria.

È importante sapere che il processo di separazione emotiva è lento e dipende da molti fattori:

  • dal legame dei propri genitori,
  • dal grado in cui questi sono riusciti a differenziarsi a loro volta dalle famiglie di origine,
  • dal livello di attaccamento emotivo non risolto dei figli.

Quando due persone si incontrano dando vita ad una nuova prole, portano con sè anche l’idea di famiglia ricevuta dal proprio vissuto di figli. A volte si cerca di protrarre questa idea, altre volte di respingerla.

Ma la coppia che si incontra ha credenze e fantasie diverse anche rispetto al nuovo nucleo familiare.

Per questo è importante essere consapevoli del bagaglio emotivo che possediamo come persona e come coppia. Un bagaglio emotivo che contiene l’impronta della propria storia familiare.

Autostima: Stare bene con sé stessi

L’autostima è l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di sé stesso (Battistelli, 1994).
Tre elementi fondamentali ricorrono costantemente in tutte le definizioni di autostima (Vascelli,2008):

  1. La presenza nell’individuo di un sistema che consente di auto – osservarsi e quindi auto – conoscersi.
  2. L’aspetto valutativo che permette un giudizio generale di sé stessi.
  3. L’aspetto affettivo che permette di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.

Una prima definizione del concetto di autostima si deve a William James, il quale la concepisce come il risultato scaturente dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi.
Alcuni anni dopo Cooley e Mead definiscono l’autostima come un prodotto che scaturisce dalle interazioni con gli altri, che si crea durante il corso della vita come una vera valutazione riflessa di ciò che le altre persone pensano di noi.
Infatti l’autostima di una persona non scaturisce esclusivamente da fattori interiori individuali, ma hanno una certa influenza anche i cosiddetti confronti che l’individuo fa, con l’ambiente in cui vive.
A costituire il processo di formazione dell’autostima vi sono due componenti: il sé reale e il sé ideale.
Il sé reale non è altro che una visione oggettiva delle proprie abilità; detto in termini più semplici corrisponde a ciò che noi realmente siamo.
Il sé ideale corrisponde a come l’individuo vorrebbe essere. L’autostima scaturisce per cui dai risultati delle nostre esperienze confrontati con le aspettative ideali.
Maggiore sarà la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, minore sarà la stima di noi stessi.
La presenza di un sé ideale può essere uno stimolo alla crescita, in quanto induce a formulare degli obiettivi da raggiungere, ma può generare insoddisfazioni ed altre emozioni negative se lo si avverte molto distante da quello reale.
Per ridurre questa discrepanza l’individuo può ridimensionare le proprie aspirazioni, e in tal modo avvicinare il sé ideale a quello percepito, oppure potrebbe cercare di migliorare il sé reale. (Berti, Bombi, 2005).

Le persone con scarsa autostima hanno una visione negativa del proprio valore, incondizionata, pervasiva e di lunga durata.
Chi ha bassa autostima sperimenta:

  • Una scarsa fiducia in sé stesso e nel mondo
  • Una difficoltà di ascoltarsi e di individuare obiettivi realistici e coerenti con le proprie aspirazioni
  • La tendenza a dipendere dagli altri per ciò che riguarda la definizione del valore come persona e delle capacità
  • Una ricerca continua del consenso degli altri, uno scarso spirito di iniziativa ed una scarsa disponibilità a rischiare
  • La tendenza a reagire d’impulso
  • La mancanza di un progetto di vita personale
  • Una vulnerabilità ai disturbi d’ansia e uno stile comportamentale passivo.

Tra i fattori di rischio meritano particolare attenzione quelli ambientali come episodi di isolamento/mobbing, eventi traumatici, stress prolungato, episodi di trascuratezza e/o abbandono dell’infanzia/adolescenza, ripetute critiche da parte delle figure di riferimento.
In generale il miglioramento dell’autostima è una premessa fondamentale per il benessere psicosociale della persona. Le persone con bassa autostima, generalmente, ricorrono alla psicoterapia lamentando sintomatologie depressive, ansiose e/o alimentari.
Il trattamento, oltre a focalizzarsi sulla riduzione e gestione di queste problematiche, si prefigge di lavorare sull’accrescimento dell’autostima.

Malati terminali e caregiver

Il morire rappresenta l’ultima fase della vita di un essere umano.

Il morire è un percorso difficile da attraversare e donare sostegno in questo momento significa aiutare a vivere.

Osservando un gran numero di malati terminali, kübler- Ross ha individuato i vari stadi del processo del morire.

La prima fase è caratterizzata da shock e sgomento, uno stato che può durare secondi o protrarsi per giorni interi.

Nella seconda fase subentra un sentimento di profondo turbamento durante il quale il morente viene sconvolto da una tempesta sentimentale che scarica su chi gli sta vicino muovendo accuse a familiari e medici e provando sentimenti di rabbia contro Dio.

Nella terza fase emerge il disperato tentativo di “contrattare” un allungamento della vita che poi sfuma con l’avvento della quarta fase permeata da un sentimento di rassegnazione e depressione. Solo più tardi comincia la quinta fase, quella dell’accettazione definitiva di un processo irreversibile e del distacco da ogni legame.

I passaggi tipici del dolore non vengono vissuti nella stessa maniera da tutti i malati e anche la loro sequenza può variare. Ciò nonostante il fatto di conoscerli può essere d’aiuto nel gestire l’interazione di sentimenti diversi e a capire meglio i comportamenti di pazienti terminali.

L’impatto del tumore in stadio terminale sembra non essere forte solo sul paziente, ma anche sui familiari o gli amici che se ne occupano.

Tanto che questi sono a rischio di sviluppare patologie sia psicologiche che fisiche.

Chiunque abbia fatto l’esperienza di accudire un paziente malato oncologico terminale e in terapia del dolore, sa bene che tra le cose più penose c’è quella che il pensiero della malattia diventa un chiodo fisso, difficile da scaricare anche nei momenti più felici.

Secondo uno studio dell’ Università di Bologna e della Fondazione ANT Italia Onlus, la più ampia esperienza al mondo di assistenza socio-sanitari domiciliare gratuita ai sofferenti di tumore, quello stesso ‘rimuginio’ funzionerebbe da potenziale attivatore di patologie proprio nei caregiver, i familiari che si prendono cura dei sofferenti oncologici assistiti a domicilio.

L’impatto del tumore, come prevedibile, incide non solo sulla vita del malato: chi si prende cura di lui viene messo a dura prova dal punto di vista psicologico.

L’assistenza ai pazienti oncologici comporta infatti nei familiari lo sviluppo di elevati livelli di stress che concorrono all’insorgenza di sintomatologia psicofisica nel familiare che accudisce il malato.

Il livello di pensieri negativi risulta, secondo la ricerca, essere molto elevato nei caregiver.
Ma soprattutto l’indagine ha evidenziato risultati significativi in merito alla relazione tra il disagio psicologico e i sintomi somatici dei familiari.

Il grado di rimuginio risulta infatti un predittore potente e solido di sintomatologia fisica, ma anche di depressione.
Per questo interventi di sostegno psicologico talvolta risultano necessari anche per i caregiver.

COVID, l’impatto sulla psiche

Isolamento prolungato, reclusione e incertezza sul futuro possono minare la stabilità mentale, soprattutto quella delle persone con pregressi disturbi delle psiche, come persone affette da disturbi d’ansia o da depressione.
Un lavoro pubblicato sulla rivista Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology e coordinato da Debby Herbenick della Indiana University School of Public Health – Bloomington, mostra che i livelli di depressione e solitudine durante la prima ondata di Covid-19 sono risultati aumentati.
Solo coloro che hanno mantenuto elevati livelli di contatto non virtuale ma fisico e altri livelli di connessione sociale presentavano un miglior stato di salute mentale.
Questo periodo di pandemia e isolamento sociale ha provocato una serie di conseguenze psicologiche sulla vita delle persone, colpendone l’equilibrio mentale.

Per comprendere meglio le conseguenze del Coronavirus sulla nostra psiche, mi riferisco ad un articolo pubblicato dalla rivista scientifica The Lancet, in cui, grazie al confronto con uno studio condotto durante la pandemia da SARS nel 2003 in varie zone della Cina, vengono analizzate le conseguenze psicologiche del dover stare in quarantena forzata.
Tra le conseguenze comparivano stress, nervosismo, ansia maggiore, frustrazione, smarrimento, sintomi depressivi, peggioramento di disturbi psichici preesistenti.
Entrando più nello specifico della clinica una delle conseguenze psicologiche più evidenti del Covid -19 è per molte persone la paura ossessiva di contaminazione.
L’impossibilità di mantenere il nostro stile di vita, le nostre abitudini, la nostra libertà di movimento , ha fatto precipitare molte persone in un vissuto complesso e problematico da affrontare.
E’ importante non sottovalutare le conseguenze psicologiche che solitudine e isolamento possono creare, rivolgendosi ad un professionista per chiedere aiuto rispetto alla gestione di questo periodo di vita complicato.

Famiglia e valori


Dialogo tratto dal film “La storia infinita”

Atreyu: Che cos’è questo nulla?!
Gmork: È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Atreyu: Ma perché?!
Gmork: Perché è più facile dominare chi non crede in niente.


“Siamo in piena crisi dei valori!” è un’espressione che sentiamo spesso e questo perché da diverse generazioni quello che un tempo era motivo di orgoglio familiare, è caduto nell’oblio.
La famiglia è il contesto idoneo per la trasmissione di valori fondamentali, che permettano la costruzione di una società più armoniosa.
Abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli, sin da piccolissimi, i valori della famiglia e quelli sociali, così come dobbiamo spiegare loro come applicarli alla vita quotidiana.
Questi valori definiranno l’atteggiamento che assumeranno nella vita da adulti e ne definiranno la personalità.

Potremmo dire che i valori condizionano il modo in cui ci comportiamo dinnanzi a circostanze che la vita ci pone davanti. Ogni condotta che assumiamo è un esempio per i nostri figli.
Per questo motivo, in veste di genitori, dobbiamo essere il loro principale e più importante modello di valori. Semplicemente, con l’esempio si educa.
Da ciò deriva l’importanza di curare al massimo il modo in cui reagiamo a ogni circostanza.
Questo aspetto è essenziale per trasmettere principi e valori ai nostri figli, che diano loro la possibilità non solo di credere in un futuro migliore, ma di gettare le basi per poterlo loro stessi costruire.

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Bibliografia

Il diritto all’ozio nei bambini

Gianfranco Zavalloni, maestro e dirigente scolastico, teorico della pedagogia della lumaca scriveva: quando si “perde tempo” si “guadagna tempo”, compaiono idee, si trovano soluzioni creative, si cercano antidoti alla noia e nuove strade di ricerca.
“Mi piace giocare, prosegue Zavalloni, disegnare, raccontare e ascoltare storie, fare e vedere uno spettacolo di burattini.
Insomma mi piace il mondo dei bambini e delle bambine, anche perché credo che sia importante che in noi resti vivo una parte di bambino.
E per 16 anni ho giocato con I bambini dai 3 ai 6 anni.
Per questo più di 15 anni fa ho scritto il Manifesto diritti naturali di bimbi e bimbe.
Questo manifesto è rivolto ai grandi, anche perché i bimbi lo capiscono al volo”.
Tra I diritti naturali di bimbi e bimbe Zavalloni ricorda il “diritto all’ozio, a vivere momenti di tempo non programmati dagli adulti”.

I bambini della scuola primaria o media hanno spesso una settimana piena di impegni.
Spesso capita che I genitori riversino sui figli le proprie aspettative , non consentendo loro di trovare un momento libero per giocare in tranquillità o semplicemente oziare.
C’è il corso di basket, poi piscina, inglese, lo studio, I compiti etc.
Succede che spesso i genitori abbiano un livello di aspettative elevato nei confronti dei propri figli, come se questi dovessero riuscire e primeggiare in svariati contesti, ma questo può ripercuotersi nei bambini stessi che avvertono una pressione eccessiva, aumentando di conseguenza il livello di ansia e stress, l’irrequietezza, la stanchezza.
Non è necessario avere un tempo sempre scandito, è importante che I bambini abbiano un po’ di tempo libero per fare ciò che desiderano, sperimentare la fantasia, la creatività o anche la noia.

La noia e l’ozio sono fattori importanti nello sviluppo della creatività e personalità.
I momenti di noia, di pausa, liberi da ogni impegno, sono essenziali per uno sviluppo equilibrato e sereno, perché consentono al bambino di conoscere se stesso, di capire quali sono I suoi interessi, desideri, emozioni.
Scrive Winnicott : “E’ soltanto mentre gioca che il bambino o l’individuo adulto è in grado di essere creativo e di far uso dell’ intera personalità, ed è solo nell’ essere creativo che l’individuo scopre la parte più profonda di sè; il proprio Sè corporeo; sulla base del gioco viene costruita l’intera esistenza dell’ uomo, come esperienza di Sè”.
Tutto questi spunti presuppongono la capacità di ascoltare i nostri bambini, cercando di capire quali sono le loro reali inclinazioni e interessi, imparando anche che I tempi degli adulti non vanno necessariamente di pari passo con i loro.