Autostima: Stare bene con sé stessi

L’autostima è l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di sé stesso (Battistelli, 1994).
Tre elementi fondamentali ricorrono costantemente in tutte le definizioni di autostima (Vascelli,2008):

  1. La presenza nell’individuo di un sistema che consente di auto – osservarsi e quindi auto – conoscersi.
  2. L’aspetto valutativo che permette un giudizio generale di sé stessi.
  3. L’aspetto affettivo che permette di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.

Una prima definizione del concetto di autostima si deve a William James, il quale la concepisce come il risultato scaturente dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi.
Alcuni anni dopo Cooley e Mead definiscono l’autostima come un prodotto che scaturisce dalle interazioni con gli altri, che si crea durante il corso della vita come una vera valutazione riflessa di ciò che le altre persone pensano di noi.
Infatti l’autostima di una persona non scaturisce esclusivamente da fattori interiori individuali, ma hanno una certa influenza anche i cosiddetti confronti che l’individuo fa, con l’ambiente in cui vive.
A costituire il processo di formazione dell’autostima vi sono due componenti: il sé reale e il sé ideale.
Il sé reale non è altro che una visione oggettiva delle proprie abilità; detto in termini più semplici corrisponde a ciò che noi realmente siamo.
Il sé ideale corrisponde a come l’individuo vorrebbe essere. L’autostima scaturisce per cui dai risultati delle nostre esperienze confrontati con le aspettative ideali.
Maggiore sarà la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, minore sarà la stima di noi stessi.
La presenza di un sé ideale può essere uno stimolo alla crescita, in quanto induce a formulare degli obiettivi da raggiungere, ma può generare insoddisfazioni ed altre emozioni negative se lo si avverte molto distante da quello reale.
Per ridurre questa discrepanza l’individuo può ridimensionare le proprie aspirazioni, e in tal modo avvicinare il sé ideale a quello percepito, oppure potrebbe cercare di migliorare il sé reale. (Berti, Bombi, 2005).

Le persone con scarsa autostima hanno una visione negativa del proprio valore, incondizionata, pervasiva e di lunga durata.
Chi ha bassa autostima sperimenta:

  • Una scarsa fiducia in sé stesso e nel mondo
  • Una difficoltà di ascoltarsi e di individuare obiettivi realistici e coerenti con le proprie aspirazioni
  • La tendenza a dipendere dagli altri per ciò che riguarda la definizione del valore come persona e delle capacità
  • Una ricerca continua del consenso degli altri, uno scarso spirito di iniziativa ed una scarsa disponibilità a rischiare
  • La tendenza a reagire d’impulso
  • La mancanza di un progetto di vita personale
  • Una vulnerabilità ai disturbi d’ansia e uno stile comportamentale passivo.

Tra i fattori di rischio meritano particolare attenzione quelli ambientali come episodi di isolamento/mobbing, eventi traumatici, stress prolungato, episodi di trascuratezza e/o abbandono dell’infanzia/adolescenza, ripetute critiche da parte delle figure di riferimento.
In generale il miglioramento dell’autostima è una premessa fondamentale per il benessere psicosociale della persona. Le persone con bassa autostima, generalmente, ricorrono alla psicoterapia lamentando sintomatologie depressive, ansiose e/o alimentari.
Il trattamento, oltre a focalizzarsi sulla riduzione e gestione di queste problematiche, si prefigge di lavorare sull’accrescimento dell’autostima.

COVID, l’impatto sulla psiche

Isolamento prolungato, reclusione e incertezza sul futuro possono minare la stabilità mentale, soprattutto quella delle persone con pregressi disturbi delle psiche, come persone affette da disturbi d’ansia o da depressione.
Un lavoro pubblicato sulla rivista Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology e coordinato da Debby Herbenick della Indiana University School of Public Health – Bloomington, mostra che i livelli di depressione e solitudine durante la prima ondata di Covid-19 sono risultati aumentati.
Solo coloro che hanno mantenuto elevati livelli di contatto non virtuale ma fisico e altri livelli di connessione sociale presentavano un miglior stato di salute mentale.
Questo periodo di pandemia e isolamento sociale ha provocato una serie di conseguenze psicologiche sulla vita delle persone, colpendone l’equilibrio mentale.

Per comprendere meglio le conseguenze del Coronavirus sulla nostra psiche, mi riferisco ad un articolo pubblicato dalla rivista scientifica The Lancet, in cui, grazie al confronto con uno studio condotto durante la pandemia da SARS nel 2003 in varie zone della Cina, vengono analizzate le conseguenze psicologiche del dover stare in quarantena forzata.
Tra le conseguenze comparivano stress, nervosismo, ansia maggiore, frustrazione, smarrimento, sintomi depressivi, peggioramento di disturbi psichici preesistenti.
Entrando più nello specifico della clinica una delle conseguenze psicologiche più evidenti del Covid -19 è per molte persone la paura ossessiva di contaminazione.
L’impossibilità di mantenere il nostro stile di vita, le nostre abitudini, la nostra libertà di movimento , ha fatto precipitare molte persone in un vissuto complesso e problematico da affrontare.
E’ importante non sottovalutare le conseguenze psicologiche che solitudine e isolamento possono creare, rivolgendosi ad un professionista per chiedere aiuto rispetto alla gestione di questo periodo di vita complicato.

I disturbi di personalità

Il presente articolo è un’esposizione dei principali criteri contenuti nel DSM- IV per la classificazione dei disturbi di personalità.
I disturbi sono raccolti in tre gruppi, denominati con le lettere A, B, C.

Il GRUPPO A include i disturbi definiti “strani” o “eccentrici”, il GRUPPO B cosiddetto “drammatico” ed infine il GRUPPO C che include i disturbi “ansiosi”.

È importante precisare che la maggior parte dei pazienti non soddisfa la totalità dei criteri di un determinato disturbo, piuttosto manifesta una combinazione dei tratti patologici dei disturbi di personalità inclusi nel DSM-IV.

GRUPPO A

Criteri diagnostici per il disturbo paranoide di personalità

Diffidenza e sospettosità pervasive nei confronti degli altri, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Sospetta, senza una base ragionevole, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubita senza giustificazione della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • È riluttante a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possono essere usate contro di lui;
  • Scorge significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Porta costantemente rancore, cioè non perdona le critiche, le ingiurie o le offese;
  • Percepisce attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, ed è pronto a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetta in modo ricorrente, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner.

Disturbo schizoide di personalità

Una modalità pervasiva di diffidenza verso le relazioni sociali e una gamma ristretta di espressioni emotive, in contesti interpersonali, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti, come indicato da quattro o più dei seguenti elementi:

  • Non desidera nè prova piacere nelle relazioni strette, incluso il far parte di una famiglia;
  • Quasi sempre sceglie attività solitarie;
  • Dimostra poco o nessun interesse per le esperienze sessuali con un’altra persona;
  • Prova piacere in poche o nessuna attività;
  • Non ha amici stretti o confidenti, eccetto i parenti di primo grado;
  • Sembra indifferente alle lodi e alle critiche degli altri;
  • Mostra freddezza emotiva, distacco e affettività appiattita.

Disturbo schizotipico di personalità

Una modalità pervasiva di relazioni sociali e interpersonali deficitaria, evidenziate da disagio acuto e ridotta capacità riguardanti le relazioni strette e da distorsioni cognitive e percettive ed eccentricità del comportamento, che compaiono nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti.

  • Idee di riferimento;
  • Credenze strane o pensiero magico;
  • Esperienze percettive insolite, incluse illusioni corporee;
  • Pensiero e linguaggio strani (ad esempio vago, circostanziato, iperelaborato o stereotipato);
  • Sospettosità e ideazione paranoide;
  • Affettività inappropriata o coartata;
  • Comportamento o aspetto strani, eccentrici o peculiari;
  • Nessun amico stretto o confidente, eccetto i parenti di primo grado;
  • Eccessiva ansia sociale.

GRUPPO B

Disturbo antisociale di personalità

Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta fin dall’età di 15 anni, come indicato da tre o più dei seguenti elementi:

  • Incapacità di conformarsi alle norme sociali per ciò che concerne il comportamento legale, come indicato dal ripetersi di condotte suscettibili di arresto;
  • Disonestà, come indicato dal mentire, usare falsi nomi, o truffare gli altri ripetutamente, per profitto o per piacere personale;
  • Incapacità di pianificare o impulsività;
  • Irritabilità o aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti;
  • Inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri;
  • Irresponsabilità abituale, come indicato dalla ripetuta incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa, o di far fronte a obblighi finanziari;
  • Mancanza di rimorso.

Disturbo borderline di personalità

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sè e dell’umore e una marcata impulsività, comprese nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da uno o più dei seguenti elementi:

  • Sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
  • Un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
  • Alterazione dell’identità: immagine di sè e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
  • Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
  • Ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
  • Instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore;
  • Sentimenti cronici di vuoto;
  • Rabbia immotivata e intensa difficoltà a controllare la rabbia.

Disturbo narcisistico di personalità

Un quadro pervasiveo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • Ha un senso grandioso di importanza;
  • È assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza e di amore ideale;
  • Crede di essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da persone speciali o di classe elevata;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto;
  • Sfruttamento interpersonale, cioè si approfitta degli altri per i propri scopi;
  • Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;
  • Ė spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino;
  • Mostra atteggiamenti o comportamenti arroganti e presuntuosi.

Disturbo istrionico di personalità

Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • È a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione;
  • L’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante;
  • Costantemente utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sè;
  • Lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e privo di dettagli;
  • Mostra autodrammatizzazione, teatralità ed espressione esagerata delle emozioni;
  • È suggestionabile, cioè facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze;
  • Considera le relazioni più intime di quanto non lo siano realmente.

GRUPPO C

Il GRUPPO C, definito “ansioso” include i distubi evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo, accomunatiappunto da livelli elevati di ansia.

Disturbo evitante di personalità

Un quadro pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità al giudizio negativo, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Evita attività lavorative che implicano un significativo contatto interpersonale, perché teme di essere criticato, disapprovato o rifiutato;
  • È riluttante nell’entrare in relazione con persone, a meno che non sia certo di piacere;
  • È inibito nelle relazioni intime per il timore di essere umiliato o ridicolizzato;
  • Si preoccupa di essere criticato o rifiutato in situazioni sociali;
  • È inibito in situazioni interpersonali nuove per sentimenti di inadeguatezza;
  • Si vede come socialmente inetto, personalmente non attraente o inferiore agli altri;
  • È insolitamente riluttante ad assumere rischi personali o a impegnarsi in qualsiasi nuova attività, poiché questo può rivelarsi imbarazzante.

Disturbo dipendente di personalità

Una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione, che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  • Ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni;
  • Ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte degli accadimento della sua vita;
  • Ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione;
  • Ha difficoltà a iniziare progetti o a fare cose autonomamente;
  • Può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli;
  • Si sente a disagio o indifeso, ma si tratta soltanto di timori esagerati di essere incapace di provvedere a se stesso;
  • Quando termina una relazione stretta, ricerca urgentemente un’altra relazione come fonte di accudimento e supporto;
  • Si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.

Disturbo ossessivo–compulsivo di personalità

Un quadro pervasivo di preoccupazione per l’ordine, perfezionismo e controllo mentale e interpersonale, a spese di flessibilità, disponibilità ed efficienza, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più)dei seguenti elementi:

  • Attenzione per i dettagli, le regole, le liste, l’ordine, l’organizzazione o gli schemi, al punto che va perduto lo scopo principale dell’attività;
  • Mostra un perfezionismo che interferisce con l’assorbimento dei compiti;
  • Eccessiva dedizione al lavoro e alla produttività, fino all’esclusione delle attività di svago e delle amicizie;
  • Esageratamente coscienzioso, scrupoloso, inflessibile in tema di moralità, etica e valori;
  • È incapace di gettare via oggetti consumati o di nessun valore, anche quando non hanno alcun significato affettivo;
  • È riluttante a delegare compiti o a lavorare con altri, a meno che non si sottomettano esattamente al suo modo di fare le cose;
  • Adotta una modalità di spesa improntata all’avarizia, sia per sé che per gli altri; il denaro è visto come una cosa da accumulare in vista di catastrofi future;
  • Manifesta rigidità e testardaggine.
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Bibliografia

  • “I disturbi di personalità” di Paul M.G Emmelkamp e Jan Henk Kamphuis, ed il Mulino, 2007.

Gli attacchi di panico, come affrontarli

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) l’attacco di panico corrisponde ad un periodo preciso di paura e disagio intensi, durante il quale una serie di sintomi si sviluppa improvvisamente:

  1. palpitazioni o tachicardia,
  2. sudorazione,
  3. tremori fini o a grandi scosse,
  4. dispnea o sensazioni di soffocamento,
  5. sensazioni di asfissia,
  6. dolore o fastidio al petto,
  7. nausea o disturbi addominali,
  8. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento,
  9. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi),
  10. paura di perdere il controllo o di impazzire,
  11. paura di morire,
  12. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio),
  13. brividi o vampate di calore.

Un’esperienza di attacchi di panico ha peculiarità uniche, come unica è la storia dell’individuo, ma è possibile delineare alcune caratteristiche più comuni: in primo luogo, l’attacco di panico ha una durata relativamente breve, da pochi minuti fino a poco più di mezzora, che può sembrare però un’eternità.

La persona colpita sente il panico come una sensazione estranea al proprio vissuto in quel momento, una sensazione incontrollabile che costringe ad interrompere ciò che si sta facendo in quanto i sintomi fisici richiamano la totale attenzione.

L’età di esordio è solitamente tra i 15 e i 35 anni; la frequenza e la gravità degli attacchi varia moltissimo da individuo a individuo: alcuni sperimentano attacchi di panico ogni settimana, oppure mensilmente, mentre altri riferiscono periodi in cui gli attacchi sono più frequenti intervallati a mesi senza che si verifichi un vero e proprio attacco, ma magari solo uno stato di ansia piuttosto controllabile.

La ricerca di aiuto è di solito immediata e con tutti i caratteri dell’urgenza medica; l’attacco di panico è sentito come primariamente corporeo e dunque ci si rivolge al Pronto Soccorso pensando di avere un principio di infarto, o una compromissione dell’apparato respiratorio o una crisi acuta di un’altra malattia organica.

Quando però gli esami diagnostici e le visite mediche non riscontrano alcuna patologia fisica, il paziente prova spesso uno stato di terribile incertezza e non si sente affatto rassicurato.

Il panico è descritto da sintomi fisici concreti, il terrore è collocato dentro il proprio corpo, il pericolo è identificato all’interno di se stessi e il proprio mondo interno sembra rivelarsi un luogo sconosciuto, contenitore di sensazioni sconvolgenti a cui non si può sfuggire.

L’ansia e il panico sono sintomi di disagio psicologico in cui più si avverte la dimensione corporea, biologica: si percepisce aumento della frequenza cardiaca, difficoltà di respirazione, vertigini, nausea, tremori, sudorazione, vampate di calore, senso di freddo improvviso agli arti o sensazione di torpore, dolori al torace, fitte al cuore etc.

Queste manifestazioni somatiche dell’ansia trovano una parziale spiegazione nel meccanismo di attivazione naturale del corpo in situazioni stressanti; le nostre emozioni si correlano ad un’ampia serie di ormoni cerebrali (come la dopamina, la noradrenalina, le endorfine) e gli eventi esterni hanno la capacità di modificare l’equilibrio neuroendocrino (per esempio un evento piacevole può stimolare la produzione di endorfine, l’attività fisica e sportiva può avere un effetto eccitatorio ecc), ma la risposta agli stessi eventi è differenziata da individuo a individuo, in rapporto sia alla struttura fisica, che all’influenza delle esperienze precedenti.

Si possono considerare stressanti tutti gli eventi che comportano un cambiamento nella nostra vita, specialmente se improvviso.

Pur essendo stato riconosciuto un substrato biologico che sottende il panico, la modalità di cura più adatta per questo disturbo è l’intervento integrato che unisce la terapia farmacologica, utile nel momento di presa in carico e gestione di emergenza, con la terapia psicologica, al fine di chiarire le cause che hanno determinato questo disagio ed attivare un processo di reale cambiamento.

Lo scopo della farmacoterapia è ridurre i sintomi o eliminarli; la scelta di intraprendere un trattamento psicologico nasce invece dalla constatazione che nella maggioranza dei casi talune situazioni come la perdita o rottura di importanti relazioni personali sono associate con il disturbo di panico e che gli studi suggeriscono certamente delle influenze psicologiche (Gabbard, 1995).

L’Autostima

Nel senso comune spesso si crede erroneamente che le persone che hanno una buona autostima siano quelle che si mostrano forti, molto competenti e/o con tante abilità.
In questo modo più ci si sente bravi e competenti a fare una cosa, più l’autostima dovrebbe rafforzarsi.
Non è così! Difatti a rafforzarsi sarà il senso di autoefficacia, non l’autostima!
L’autostima è la capacità di essere trasparenti, perspicui, di non identificarsi né con le proprie convinzioni, né con ciò che le altre persone dicono di noi.
E’ la capacità di mettersi da parte e di sentirsi liberi, indipendenti e autonomi nei confronti dell’approvazione altrui.
L’autostima nasce dalla consapevolezza di essere persone uniche, irripetibili e quindi speciali.
Nasce dall’essere e non dal fare.
In realtà raggiungere l’autostima non significa sentirsi superiori alle altre persone, chi raggiunge l’autostima non si lascerà scalfire da nessuna offesa.
Comprendere perché ci comportiamo in modo da essere sempre sconfitti, non ci aiuterà a smettere di farlo.
E’ necessario agire e per questo dobbiamo agire in modo diverso da come abbiamo sempre fatto.

“Quando non ho avuto più niente da perdere, ho ottenuto tutto.
Quando ho cessato di essere chi ero, ho ritrovato me stesso.
Quando ho conosciuto l’umiliazione ma ho continuato a camminare, ho capito che ero libero di scegliere il mio destino”. – Paulo Coelho

Accettarsi non significa rassegnarsi o sentirsi impotenti.
Al contrario accettare vuol dire non combattere e non lottare contro se stessi. Significa essere consapevoli che non abbiamo nemici e che quindi non c’è nessuno da sconfiggere.
Vuol dire affrontare le nostre paure e le nostre paranoie mettendole, ogni giorno, in discussione.
L’accettazione nasce da una soddisfazione profonda.
La raggiungiamo quando in profondità non diciamo più di no e tutto il nostro essere diviene soddisfazione.
Non lottiamo più, non ci opponiamo più a nulla, accettiamo ogni cosa del nostro essere ed oltre a imparare ad accettare noi stessi, dobbiamo anche imparare ad accettare la realtà.

“Non siete quello che pensate o sentite di essere.
Siete tutto cio’ che potete diventare”.
– Owen Fitzpatrick

Bisogna prendersi tutto il tempo che serve e ricordare sempre che, come dice Lao Tzu “Invece di maledire il buio, è meglio accendere una candela”.
E la candela illuminerà la strada verso il raggiungimento dell’autostima.

Ho ripreso alcuni dei tanti passaggi del libro dello psicologo Fabio Gherardelli, quelli che hanno attirato maggiormente la mia attenzione e che per me sono significativi.
L’autostima, il benessere, quella pace che sembrano quasi impossibili da ottenere, ma che in realtà attraverso un viaggio interiore possiamo raggiungere, liberandoci da tutte quelle paure e insicurezze che offuscano la nostra esistenza.

L’ipocondriaco, il malato immaginario

Il pensiero è diventato nell’essere umano una formidabile arma di controllo dell’ambiente per mezzo della quale egli si è impadronito del pianeta, perché mediante il pensiero l’essere umano è diventato capace di risolvere i problemi ambientali.
Le azioni simulate dal pensiero, infatti, possono essere non soltanto semplicemente consolatorie nei confronti di condizioni ambientali negative, ma anche atte a eliminare quelle stesse condizioni ambientali negative che hanno attivato il pensiero e che costituiscono un problema.
Se sei chiuso in una trappola, il pensiero può aiutarti ad uscirne.
Questo è diventato il pensiero nell’essere umano: un sistema di problem solving, un sistema capace di risolvere i problemi ambientali attraverso la simulazione delle azioni atte alla loro soluzione.
A patto però che le azioni pensate vengano attuate, cioè che le azioni da simulate divengano reali e quindi che il pensiero dia luogo all’azione: questa elimina le condizioni ambientali negative e scarica la tensione ristabilendo l’equilibrio omeostatico, cioè lo stato di benessere.
Il pensiero che dà luogo all’azione capace di eliminare le condizioni ambientali negative assolve dunque pienamente alla sua funzione di difesa dalle aggressioni ambientali.
Ma esso è un pensiero attinente alla realtà.
Ma quante volte tu traduci il tuo pensiero in azione? Quante volte tu usi il tuo pensiero per risolvere problemi reali utilizzando la sua funzione più evoluta?
Quante volte invece ti immagini azioni che non sei stato o non sei in grado di compiere?
Quante volte utilizzi la funzione più primitiva del pensiero semplicemente per contenere la tensione generata dai problemi reali non risolti con l’azione?
Tu puoi facilmente constatare che la maggior parte del tuo pensiero è rivolto ad assolvere la sua funzione primitiva di contenimento della tensione simulando azioni immaginarie sostitutive delle azioni reali non compiute, piuttosto che a risolvere, con l’azione reale, problemi reali.
E che dire di quando l’azione simulata dal tuo pensiero non può essere attuata o di quando non è in grado di eliminare le aggressioni ambientali neppure sul piano dell’immaginazione?
In questi casi la tua tensione non soltanto non diminuisce, ma addirittura aumenta, in quanto il diminuire della tua capacità di difesa aumenta il grado di pericolosità da te attribuito alle aggressioni ambientali e quindi la tua reazione tensiva, ossia la tua sofferenza.
Da sistema di difesa della tensione, il pensiero si trasforma in questo caso in un sistema di incremento della tensione, cioè della sofferenza, e quindi in un processo autolesivo.
Il pensiero che genera sofferenza è una sega mentale malefica.
Il massimo della sega mentale malefica si ha quando il problema alla cui soluzione si applica il tuo pensiero non è un problema reale, ma soltanto un problema inventato dal tuo stesso pensiero, cioè un problema immaginario.
Come può avvenire che il pensiero, inventato per risolvere o alleviare i problemi reali, diventi invece il creatore di problemi immaginari?
In realtà il problema immaginario non può essere risolto.
Infatti non esiste soluzione reale del problema immaginario per il semplice fatto che il problema immaginario non è reale.
La tensione causata da un problema immaginario, quindi, non può essere eliminata.
Anzi lo stesso problema immaginario diventa fonte di tensione.
Da sistema di difesa della tensione, il pensiero si trasforma quindi, nel caso di problemi immaginari, in un sistema di incremento della tensione e quindi in un processo autolesivo che si protrae nel tempo e si accresce indefinitamente in quanto si autoalimenta.
Tutto questo si rispecchia nella definizione di nevrosi ipocondriaca.
Il paziente ipocondriaco è colui che continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate e nonostante abbia le capacità intellettive per poter compiere le inferenze opportune da tali informazioni ed è proprio per questo che l’ipocondriaco viene anche definito “malato immaginario”.
In questi casi l’intervento di uno psicoterapeuta preparato può aiutare in quanto l’illusione di non avere bisogno di un aiuto esterno fa parte del quadro nevrotico, divenuto, assetto autolesivo.
Mi piace concludere l’articolo riportando alcune citazioni simpatiche dell’autore:
“Ma allora, mi dirai, bisogna smettere di pensare? Ebbene, ti devo confessare che non sarebbe male, smettere di pensare, e ti devo anche confidare che è bellissimo.
Tuttavia è sufficiente usare il pensiero soltanto in quelle poche occasioni in cui serve davvero a salvarci e a stare meglio: non poi così spesso come si crede”.

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Riferimenti bibliografici

  • “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”, di Giulio Cesare Giacobbe, Casa Editrice Ponte alle Grazie, 2004.

Parliamo di pensiero nevrotico

La nevrosi – in particolare la sua forma più diffusa, la nevrosi ansiosa–depressiva di cui soffre oggi la maggior parte della gente – ci sommerge di ansie e paure che ci impediscono di gioire della vita e del rapporto con gli altri.
Eliminando il pensiero nevrotico e ritornando a quella realtà da cui esso ci allontana, noi impariamo a godere della vita e delle cose che ci stanno intorno.
“Cominciamo con il chiarire una cosa: farsi le seghe mentali è una cosa del tutto naturale. Non sei un/a mostro/a o un/a deficiente se te le fai. Se le fanno tutti”.
Gli scienziati hanno la convinzione che per conoscere una cosa bisogna definirla.

Dicesi “sega mentale” il pensare a cose che non hanno attinenza con la realtà.
La realtà è il nostro corpo e l’ambiente fisico che ci circonda.
La trovi un po’ materialista? Ebbene si. Ma che c’è di male nel materialismo, visto che è reale? Le persone normali sanno benissimo che le cose stanno così.
I nevrotici, sono irrecuperabilmente convinti che la realtà sia dentro la loro testa.

La sega mentale che dà piacere è benefica.
Un tipo particolare di sega mentale benefica è il pensiero creativo.
L’arte, la scienza, la filosofia sono tutte seghe mentali benefiche.
Il mondo reale non ti piace? Te ne inventi uno nel quale ci stai da papa.
Certo, inutile negarcelo, sono tutte fughe dalla realtà. Ma sono bellissime. Ci fanno godere, ci fanno stare bene, ci danno sollievo. E quindi sono, per noi, benefiche.

La sega mentale che dà sofferenza è malefica.
Ma qual’è in dettaglio, il processo che costituisce la sega mentale malefica? Quando l’essere umano si è civilizzato, ha eliminato i pericoli fisici dall’ambiente ma ha creato dei nemici ben più pericolosi dentro il suo cervello.
Il suo Io si è esteso dal suo corpo a una serie enorme di ruoli e immagini, cioè di simboli, non reali.
La sega mentale malefica consiste nell’identificazione dell’Io con un simbolo e nella creazione di sofferenza in seguito alla supposizione di minaccia a tale simbolo estesa all’intero Io.
Noi entriamo in allarme quando ci vengono minacciate le seguenti cose: la moglie, i figli, la casa, il conto in banca, l’automobile, il televisore, l’impiego, gli amici, il riposino pomeridiano, il cane, i genitori, la reputazione, la salute, la prestanza, l’onestà, l’importanza sociale ecc. ecc.
Il nostro Io è diventato ipertrofico, enorme, come un rampicante che ha invaso tutto il mondo a noi circostante.
Più uno possiede cose e relazioni, più uno è ricco e potente, più il suo Io simbolico è esteso.
È evidente che più è esteso il nostro Io, più esso è vulnerabile: è più facile colpire un soldato quando ne abbiamo davanti un reggimento che quando ne abbiamo davanti uno solo.
Il risultato è che noi ci sentiamo continuamente aggrediti in qualche parte simbolica del nostro Io. Le aggressioni reali, quelle fisiche, sono ormai relativamente rare.
Ma il nostro sistema d’allarme non distingue fra aggressioni fisiche reali e aggressioni simboliche pensate.
Perché l’impulso alla sua attivazione proviene dal cervello, non dal mondo esterno. E il nostro cervello decide invariabilmente che le aggressioni simboliche sono aggressioni, a tutti gli effetti. Per cui noi entriamo continuamente in tensione.
E la tensione è vissuta da noi come sofferenza.

Ho voluto riportare parti di testo tratte dal libro di Giulio Cesare Giacobbe
“Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”.
Dietro a questo titolo provocatorio e umoristico si nascondono diversi spunti di riflessione per tutte le persone che possono ritrovarsi in queste definizioni e interpretazioni.

Disturbi fobici, alcune definizioni diagnostiche tratte dal DSM IV

Disturbi fobici – Gruppo di sindromi (o disturbi) in cui l’ansia è evocata esclusivamente, o prevalentemente, da alcune specifiche situazioni o oggetti esterni non abitualmente pericolosi.
Tali situazioni od oggetti vengono evitati in modo caratteristico o tollerati con paura.
L’ansia fobica è indistinguibile sul piano soggettivo, fisiologico e comportamentale da altre forme di ansia e può variare in gravità da un lieve disagio al terrore.
E’ sufficiente che si consideri la possibilità di entrare nella situazione fobica per generare un’ansia anticipatoria.

Tra i disturbi fobici troviamo la fobia sociale, fobie specifiche, agorafobia con o senza attacchi di panico.

Agorafobia.

Ansia che insorge in almeno due delle seguenti situazioni: folla, luoghi pubblici, viaggiare lontano da casa o da solo.

I soggetti possono evitare o ridurre le attività a causa della paura.
Possono avere difficoltà a raggiungere lo studio del medico, ad uscire per gli acquisti, a fare visita ad altri.
Presentano sintomi fisici (palpitazioni, fame d’aria, asma).
Può essere complicata da attacchi di panico.

Fobie specifiche.

Fobie limitate a situazioni particolari: animali, luoghi elevati, tuoni, buio, spazi chiusi, sangue, usare gabinetti pubblici.

In genere iniziano nell’infanzia o nella prima età adulta e possono persistere per decenni o per sempre.
Le paure di specifiche malattie devono essere classificate come sindrome ipocondriaca.
I sintomi, psicologici e vegetativi, sono manifestazioni primarie di ansia.
Sono ristretti a particolari situazioni od oggetti e generano evitamento.

Fobia sociale.

Ansia che insorge come paura del giudizio di altre persone in situazioni sociali come: parlare in pubblico, mangiare in presenza di altri, incontri con il sesso opposto.

Il confronto diretto dello sguardo è particolarmente stressante, in genere è associata ad una bassa stima di sé.
Può manifestarsi come lamentele relative all’arrossire, al tremore alle mani, alla nausea, all’urgenza di urinare, al timore di vomitare.
L’evitamento, spesso marcato, può produrre un isolamento sociale.
L’individuo teme di agire in modo umiliante o imbarazzante (nei bambini con i coetanei).
La persona riconosce che la paura è irragionevole o eccessiva.
Tutto ciò genera evitamento, che interferisce con le abitudini normali della persona.

Un altro disturbo meno ricordato ma comunque diffuso è la fobia scolare.
Il termine “fobia scolare” viene comunemente utilizzato per descrivere una sindrome nella quale il sintomo preponderante è una forte paura o angoscia legata all’idea andare a scuola. Il forte disagio emotivo percepito dal bambino è spesso associato a manifestazioni comportamentali, cognitive, e fisiologiche.
Le conseguenze possono riguardare lo sviluppo emotivo, sociale, le acquisizioni scolastiche, difficoltà nei rapporti con la famiglia.
La fobia scolare non va confusa con l’assenza ingiustificata da scuola, quest’ultimo è un comportamento in cui è assente l’ansia e la paura eccessiva di frequentare la scuola e spesso è associato a comportamenti antisociali e alla mancanza di interesse per la propria formazione scolastica.

Il disturbo si caratterizza per

  • elevata reazione di ansia nel momento in cui esce da casa o giunge davanti alla scuola, al punto da presentare sintomi da panico;
  • manifestazione di un ampia serie di sintomi somatici (vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle, dolori agli arti);
  • il livello di angoscia può essere elevato fin dalla sera prima e il bambino può riposare male, il sonno può essere disturbato da incubi o risvegli notturni.

E’ importante per la persona riconoscere quando le proprie paure diventano “invalidanti”, compromettono la sfera sociale, lavorativa e/o familiare, causando disagio significativo al proprio sè.