Hikikomori

Il termine hikikomori è stato coniato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki che, con tale espressione, voleva indicare un fenomeno socialmente preoccupante emerso in Giappone circa dieci anni prima.

Si trattava di una volontaria reclusione di alcuni soggetti che decidevano di chiudersi completamente nella loro stanza per lunghi periodi di tempo, addirittura anni, rifiutando qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno. È una condizione che nasce e si manifesta prevalentemente in Giappone e si diffonde poi in Corea e in Cina e negli ultimi anni anche negli Stati Uniti, in Australia e in Europa.

In Italia i primi casi di hikikomori sono stati registrati intorno al 2007/2008. Riuscire ad identificare una data di comparsa del fenomeno non significa che il problema sia sorto all’improvviso, anzi è possibile ipotizzare che esistesse da tempo, ma che le famiglie e i professionisti non gli avessero dato particolare attenzione.

Gli hikikomori italiani possono essere definiti come quei soggetti che non rifiutano a priori la società, anzi fanno di tutto per poterne fare parte, ma, a causa di specifici fattori individuali (pensieri disfunzionali, alti livelli di ansia, bassa autostima, scarso senso di autoefficacia, attribuzioni di causa dei fallimenti tendenzialmente interna) e contestuali (società complessa caratterizzata da rapidi e profondi mutamenti, da richieste sempre maggiori, da ritmi di vita sempre più frenetici), arrivano a maturare l’idea di non essere idonei per stare nella società e che, quindi, l’unica soluzione possibile è quella di rinchiudersi nella propria stanza.

A ciò si aggiunge anche la convinzione che tramite l’isolamento si diventi autonomi e liberi perché non si è più costretti a fare ciò che gli altri si aspettano. Come quelli giapponesi, anche gli autoreclusi italiani sono di solito soggetti molto brillanti, intelligenti, creativi e introversi che possono essere definiti hikikomori nel momento in cui esibiscono ritiro sociale da almeno 6 mesi, precedente fobia scolare, dipendenza da Internet e inversione del ritmo circadiano.

Si riscontrano casi di giovani che abbandonano la scuola per rinchiudersi nella propria stanza, mantenendo però alcune forme di contatto con la famiglia (mangiare insieme, parlare solo con alcuni membri ecc.), giovani che rifiutano qualsiasi forma di attività sociale.
L'”identikit” di un hikikomori si riscontra maggiormente nel sesso maschile, tra i 14 e i 30 anni, solitamente sono ragazzi introversi, intelligenti, sensibili e critici e negativi verso la società.

Tra i campanelli di allarme per i quali diventa utile rivolgersi ad un professionista, ad un aiuto esterno, vi sono:

  • Rifiuto saltuario di andare a scuola o addirittura abbandono
  • Alterazione del ritmo sonno – veglia
  • Preferenza di attività solitarie
  • Abbassamento del tono dell’umore
  • Abuso delle nuove tecnologie
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Ragazzi violenti

Uno dei problemi centrali dei comportamenti violenti riguarda la comprensione del rapporto fra fattori costituzionali (endogeni) e fattori sociofamiliari (esogeni) nella loro determinazione.

Tenendo presente che nessuno di questi fattori può essere ritenuto causale se considerato in modo isolato, è possibile proporre un modello bidirezionale che considera una costante interazione tra le due classi di fattori. Secondo questo modello, il comportamento violento emerge come prodotto finale di una continua e reciproca interazione tra comportamento del bambino, effetti di tale comportamento sugli atteggiamenti dei genitori, tipo di personalità dei genitori e suoi effetti sulle modalità di accudimento del bambino. Tale modello descrive una costruzione progressiva sia del comportamento patologico del ragazzo che delle difficoltà dei genitori, all’interno di una visione che supera il punto di vista tradizionale e che affronta la natura dei comportamenti violenti da due prospettive separate: quella del deficit costituzionale interno al ragazzo e quella delle circostanze ambientali difettose.

Secondo questo modello bidirezionale soggetto e ambiente si influenzano reciprocamente in modo continuo nel corso dello sviluppo, andando a definire relazioni che servono poi da modello e tendono ad essere ripetute in ogni relazione successiva.

Nei ragazzi violenti è molto facile che un temperamento predisponente si associ ad un comportamento genitoriale coercitivo, ruvido o incoerente, che trasforma il tratto temperamentale in un disturbo stabile caratterizzato dal difetto di autocontrollo interno, dalla difficoltà a concepire le relazioni come stati mentali reciproci e dalla facilità ad assumere comportamenti violenti.

Il modello bidirezionale trova diverse assonanze con la descrizione degli antecedenti psicopatologici presenti in ragazzi che mettono in atto comportamenti violenti durante l’adolescenza.

Nella storia precoce di questi adolescenti violenti è infatti quasi sempre possibile rintracciare situazioni di carenza o di insoddisfazione che li imprigionato in relazioni povere che lasciano senza limite la loro sensazione di onnipotenza. Spesso nelle loro famiglie è mancata la funzione, abitualmente svolta dal padre, di chi riesce a dare regole e limiti a tale sensazione di onnipotenza ; altre volte, anche se fisicamente presente, il padre, a causa di problemi personali o a causa di un ruolo marginale datogli dalla moglie, non è in grado di svolgere il suo ruolo di autorità capace di dare limiti.

A partire da ciò, durante l’adolescenza si viene a creare una situazione nuova in quanto, a causa della sensazione di paura e di solitudine vissuta nella separazione da figure genitoriali non soddisfacenti, il bisogno di differenziazione e di indipendenza tipico di quest’età non può essere soddisfatto.

La violenza allora diviene il tentativo estremo per differenziarsi e assume il senso di un’azione che dà all’adolescente quella sensazione di forza, di autoaffermazione e di esistenza di cui ha estremo bisogno.

Il comportamento violento sottende quindi un disturbo di funzionamento mentale per cui l’attività simbolica, che abitualmente contribuisce a creare legami stabili tra pensieri, sentimenti, e emozioni ed azioni, viene rimpiazzata da una tendenza ad agire i propri stati d’animo, permettendo all’ adolescente di fuggire dal contatto con i vissuti depressivi suscitati dalle fragili relazioni precoci.

Perciò le azioni violente vengono sentite da questi adolescenti come qualcosa che dona un beneficio immediato, che calma le tensioni interne, che fornisce quella sensazione di potenza di cui ha così bisogno.

Il legame tra violenza e senso di potenza è d’altronde sottlineato dal significato etimologico della parola violenza, che trae la propria origine dalla parola latina vis, che significa appunto forza, potenza.

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Bibliografia

  • “Ragazzi violenti” di Filippo Muratori, ed. Il Mulino, 2005.

I giovani e il suicidio

Intorno al suicidio convergono numerosi pregiudizi. Essi sono mantenuti e indotti da un atteggiamento istintivamente difensivo che porta l’opinione pubblica, spesso maldestramente informata dai mezzi di comunicazione di massa, a prendere le distanze da un evento così sconvolgente; altre volte, i pregiudizi e i luoghi comuni sono scorciatoie e semplificazioni interpretative anch’esse ansiolitiche, tendenti a riparare dall’angoscia indotta dalla complessità dell’evento.
Il suicidio, così come il tentato suicidio, è in genere preceduto da una serie di segnali che, se capiti in tempo, possono mettere preventivamente in allarme chi ha più stretti rapporti con la persona a rischio.
L’evento impulsivo nasconde sempre e comunque un disagio antico, lungo a volte quanto la vita stessa della vittima.
E’ noto che la solitudine rappresenta una delle condizioni più ricorrenti tra i giovani suicidi; occorre tuttavia ricordare che la solitudine è qui intesa come isolamento sia emotivo che sociale.
Alcuni autori hanno infatti dimostrato che ciò che pesa di più nella vita di un adolescente con condotte suicidarie non è tanto il non avere rapporti amicali, quanto piuttosto il non avere veri amici con i quali potersi confidare e sui quali confidare.
Secondo alcuni autori gli adolescenti che hanno tentato il suicidio hanno vissuto, nei sei mesi precedenti l’atto, un evento significativamente negativo.
Le esperienze traumatiche più comuni sono la separazione o il divorzio dei genitori o, anche, la nuova unione sentimentale di uno dei due; ma anche un ambiente familiare che, pur non arrivando a ciò, sia oppresso da un costante clima di tensione può costituire un fattore così stressante da indurre nell’adolescente sentimenti di rifiuto, vissuti di mancanza di sostegno affettivo che, a loro volta, possono produrre una carenza di autostima tale da provocare comportamenti controaggressivi.

Fra i fattori precipitanti più frequenti tra i giovani vi sono anche la rottura di un legame sentimentale, i problemi scolastici e i guai con la giustizia, l’abuso di droghe e alcol, la perdita di una persona cara o di un genitore.
Tra le ragioni che causano negli adolescenti un livello di stress correlabile alle condotte suicidarie grande rilievo e notevole interesse ha, ancorchè poco esplorata, la sfera della sessualità e in particolare l’omosessualità.
Altri eventi che ricorrono nelle storie di giovani donne che hanno tentato il suicidio sono la gravidanza non voluta o rifiutata e la molestia sessuale.
I precedenti tentativi di suicidio costituiscono certamente un fattore importante.
Come già accennato , cosi’ come l’integrità del nucleo familiare può costituire un elemento protettivo nei confronti del fenomeno del suicidio degli adolescenti, la sua fragilità rappresenta, al contrario, un sicuro elemento di rischio.

Comunque sia l’idea o il proponimento di suicidarsi è, specialmente tra i giovani, un processo graduale che tende a concretizzarsi a mano a mano che nuclei di depressività, senso si sfiducia, di disistima o la sensazione che non vi sia più nulla da fare si fanno strada nella psicologia dell’individuo.
Troppo spesso l’ideazione suicidaria è vissuta con vergogna, il che rischia di isolare ancor più la persona e di farla sentire anomala; in questo modo i suoi problemi non possono che ingigantirsi, apparendo insolubili.
Il parlarne, superando l’inevitabile diffidenza e riottosità, non può che sollevare la persona da una penosa sensazione di incomunicabilità: comunicare il suicidio può significare, in questa situazione, infrangere un tabu’, costringere a pensare ai propri problemi senza l’alibi del vissuto di anormalità.

Droghe e alcool: L’influenza di alcuni fattori

Le droghe sono spesso dipinte dai “mass media” come dannose, nocive, lesive. Questa impressione è logicamente rinforzata dagli incidenti legati all’uso di droghe.
L’uso di alcol, droga sono influenzati da molti fattori che qui di seguito elencherò:

Fattori individuali. Incidono fattori di personalità (individui diversi reagiscono in maniera diversa di fronte allo stesso problema).
Sesso. Nella maggior parte delle società i maschi usano più droghe delle femmine. Rispetto all’età i giovani usano droghe illegali più spesso delle persone più anziane. Gli adolescenti possono essere più inclini delle persone più mature a rischiare.
Intelligenza. La maggior parte delle persone che fanno uso di droghe non sono stupide. Alcune provengono da ambienti svantaggiati, altre no. Studi di ricerca giungono alla conclusione che ne’ l’uso ne’ l’abuso di droghe legali o illegali può essere attribuito a scarsa intelligenza o a mancanza di informazioni.
Salute mentale. Alcune delle persone con gravi problemi di alcol o di altre droghe soffre di disturbi psicologici gravi, è spesso estremamente difficile dire se questi disturbi sono la causa o il risultato dell’uso di alcol o droghe.
Eventi stressanti di vita. Alcuni studi clinici hanno rilevato un alto livello di eventi stressanti nell’esistenza delle persone che presentano gravi problemi di alcol e droga. gli eventi stressanti della vita possono essere causati da o dare come risultato un abuso di alcol e droghe.
Edonismo. La maggior parte delle persone che usano droghe lo fa perchè sono gradevoli o in qualche modo gratificanti. La maggior parte dell’uso di droghe è motivato dal piacere iniziale che procurano.
Queste “gratificazioni” potrebbero essere attribuibili agli effetti chimici/psicologici di particolari droghe.
Le persone che assumono droghe possono raggiungere stati psicologici particolari che vanno dall’euforia all’oblio.
Curiosità. L’uso iniziale di drohe è stato ampiamente attribuito a curiosità.

Vi è poi l’influenza di fattori ambientali tra cui:

Status socioeconomico/povertà. L’uso di droghe si verifica in tutti i livelli socioculturali. Tuttavia alcune forme di uso e abuso di droghe sono associate alla deprivazione sociale. In ogni caso anche molte persone benestanti abusano di droghe.
Pressione dei pari. Importante è la pressione dei pari nell’incoraggiare e mantenere l’uso di droghe.
I bambini più piccoli, sebbene normalmente molto influenzati dai genitori e da altri parenti, sono spesso molto soggetti all’influenza del gruppo dei pari.
Tale influenza diventa più forte con l’età e, dall’adolescenza, la pressione degli amici coetanei generalmente supera l’influenza della famiglia per quanto riguarda gli stili d’uso di alcol.
Ideologia/religione. L’uso di droghe può essere associato a o condannato da ideologie specifiche, convinzioni, religioni. Durante gli anni sessanta e settanta, l’uso di droghe illegali si associò in molti paesi allo spirito di ribellione giovanile e a valori esemplificati dallo stile di vita hippy. L’uso di droghe è invece incompatibile con la maggior parte delle religioni tradizionali e ortodosse del mondo.
Difficoltà familiari. Molte persone con problemi di alcol e droghe denunciano situazioni con gravi problemi familiari.
Problemi scolastici. In alcuni paesi è emerso che i giovani che fanno uso di droghe pesanti hanno problemi scolastici, come le assenze ingiustificate da scuola e l’abbandono precoce degli studi.
Reati. Alcuni autori hanno parlato del legame tra un forte uso di alcol e di droghe illegali e la perpetrazione di reati, tra cui crimini violenti (si pensa agli effetti disinibitori di queste droghe).
Disponibilita/prezzo. Non c’è dubbio che il prezzo e la disponibilità delle droghe sia legali (tabacco, alcol) che illegali sono fattori importanti che influenzano i modellli d’uso e di abuso.

Un libro carino che consiglierei riguardo al tema trattato è “Tre racconti in fiaba su probabili, strani incontri. Come parlare ai ragazzi di fumo, droga e alcool”, Editrice Esperienze, Operatori del Ser.T. Servizio Tossicodipendenze USSL Fossano.

I disturbi alimentari nei ragazzi: Come capirli?

Durante l’infanzia e l’adolescenza si possono verificare molti particolari tipi di comportamento alimentare. Solo alcuni sono problematici e la maggior parte non costituisce un “disturbo alimentare”.

Il più noto tra i disturbi alimenatari è l’ “anoressia nervosa”.
Il termine significa “perdita nervosa dell’appetito”, ma questa definizione è fuorviante poiché la ragazza con anoressia non perde l’appetito, anzi ha una gran fame. Il disturbo è caratterizzato dal forte desiderio di perdere peso.
Le ragazze anoressiche evitano di mangiare quando possono e mangiano il minimo possibile in termini reali di valore calorico.
Poichè la fame resta, la tentazione verso il cibo può essere così forte da far perdere il controllo. Allora la ragazza anoressica si sentirà molto in colpa e potrà avere un forte bisogno di eliminare ciò che ha mangiato inducendosi il vomito, prendendo lassativi o facendo continua attività fisica.

Un altro disturbo alimentare ben conosciuto è la bulimia nervosa.
Bulimia significa “fame da bue” e si riferisce al fatto che questi soggetti hanno un appetito incredibile.
Questo si manifesta nella tendenza a fare frequenti abbuffate: durante questi episodi i soggetti possono consumare tre o quattro volte il cibo che una persona normale potrebbe consumare in un pasto.
Poi si sentono fortemente in colpa e provano disgusto verso se stessi e quasi sempre eliminano il cibo mangiato inducendosi il vomito.
I ragazzi bulimici sono spesso normopeso e quindi il loro disturbo alimentare è meno evidente rispetto alla forte perdita di peso di una ragazza anoressica, oppure il loro peso presenta ampie oscillazioni.

Una delle domande poste più di frequente dai genitori sui disturbi alimentari è “perchè mia figlia/o è diventata/o così?”.
Sfortunatamente la risposta è molto difficile.
Ci sono certamente molti fattori che interagiscono prima dell’insorgenza del disturbo alimentare vero e proprio. In altre parole, non esiste una sola causa, ma ve ne sono molte e complesse.
Vi sono fattori predisponenti, che sono precondizioni necessarie per l’insorgenza di un particolare disturbo. Sono elementi già presenti nella persona o nell’ambiente prima che il disturbo alimentare emerga:
dalla genetica, alla personalità (si sa che i soggetti con anoressia nervosa tendono ad avere personalità meticolose e perfezioniste), a fattori biologici, a quelli socio-culturali.
Poi è necessario considerare anche i fattori precipitanti, quali una vasta gamma di eventi o situazioni stressanti come difficoltà scolastiche, perdita di una persona, traumi, tensioni familiari, cambio di scuola etc.

Come riconoscere i disturbi alimentari: I segnali da cogliere

I disturbi alimentari producono alterazioni del comportamento, nel modo di pensare, dello stato psicologico e dello stato di salute dell’individuo.
Tra le alterazioni del comportamento in generale: la dieta, il peso, il cibo diventano l’argomento centrale di ogni discussione, il controllo del peso diventa ossessivo, si tendono ad evitare situazioni conviviali in famiglia o con gli amici, ci si impegna in un’intensa attività fisica.
Si diventa nervosi se per qualsiasi motivo venga disturbata la propria programmazione del pasto o dell’attività fisica, vi è una tendenza all’isolamento sociale e familiare, abuso di farmaci per il controllo del peso, maggiore irritabilità e ansia, umore più depresso, ansia per le prestazioni scolastiche con tendenza a voler essere perfetti.

Tra le alterazioni del comportamento alimentare vi è una riduzione progressiva dell’alimentazione e della frequenza dei pasti, assunzione di regole alimentari rigide, presenza di abitudini alimentari inusuali come sminuzzare cibo, mangiare molto lentamente, conteggio ossessivo delle calorie, mangiare sempre gli stessi alimenti, cucinare per gli altri pietanze che poi la persona non mangia, alternanza di periodi a dieta ferrea con periodi in cui il soggetto mangia troppo, la persona mangia di nascosto o si alza da tavola subito dopo aver mangiato e scompare in bagno.

Vi sono dei segnali cosiddetti di emergenza quando il riposo notturno è disturbato, vi sono pensieri suicidari o comportamenti autolesivi, svenimenti, rabbia elevata, pianto frequente, la tensione familiare cresce e la comunicazione risulta problematica.

Lo stile comunicativo che si utilizza con i ragazzi, è un aspetto molto importante della relazione con loro.
Nella comunicazione quotidiana gli adolescenti tentano di cogliere negli adulti i segnali che rispecchiano il modo in cui sono visti e giudicati e che possono aiutarli a definire e percepire la loro identità ancora in formazione.
Ciò che desiderano è che la propria autostima si rafforzi, che vi sia un incoraggiamento, un sostegno, che vi sia l’accettazione e la comprensione del proprio essere.
Bisogna diventare abili nell’ascoltare e nel riformulare i messaggi che l’adolescente invia, l’adulto deve essere capace di dare coraggio, di abbandonare i pregiudizi, di dare fiducia ed esprimere sentimenti, di favorire in altre parole una relazione più intensa, significativa, affettiva.
Se i genitori provano a comprendere i figli ed a ascoltarli con attenzione, questi saranno maggiormente propensi a parlare di sé o ad esplicitare i propri stati d’animo.

 

Quando ti chiedo di ascoltarmi

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a darmi consigli non fai ciò che ti chiedo.
Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a dirmi perché non dovrei sentirmi in quel modo, calpesti le mie sensazioni.
Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu pensi di dover far qualcosa per risolvere i miei problemi, mi deludi, sebbene ciò possa sembrarti strano.
Forse per questo la preghiera funziona per molti.
Perché Dio è muto, non dà consigli, né prova ad aggiustare le cose.
Semplicemente confida che tu ce la faccia da solo.
Quindi, ti prego, ascolta e sentimi.
E se desideri parlare, aspetta qualche istante il tuo turno e ti prometto che ti ascolterò.

– Anonimo –

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Bibliografia

  • Il vaso di Pandora, a cura di Laura Dalla Ragione e Paola Bianchini, Quaderni del volontariato, 2008.
  • Disturbi alimentari, guida per genitori e insegnanti, Rachel Bryant- Waugh e Bryan Lask, Edizioni Erikson, 2000.

Emozioni e adolescenza

È ormai opinione comune che l’essere umano prende coscienza delle cose intorno a sé non solo attraverso la razionalità ma anche e soprattutto attraverso l’intuizione emozionale. Tale contatto, ovvero quello legato ad emozioni e sentimenti, ci permette di conoscere cosa ci sia nel cuore e nell’immaginazione degli “altri-da-noi”.

Le emozioni, pur essendo molteplici presentano un elemento comune rappresentato dalla capacità di portarci fuori dai confini del nostro io, mettendoci in contatto con il mondo delle cose e delle persone. Essendo inoltre fortemente contrassegnate dalla trascendenza come orizzonte di conoscenza, la misura dell’intenzionalità in questo processo di continua relazione con gli altri è soggetta a diversi cambiamenti per ogni condizione emozionale. A tal proposito possiamo infatti parlare di:

  • emozioni nelle quali la vita interiore di ciascun individuo è riempita di gioia, o di letizia, di tristezza, o di malinconia, pur essendo caratterizzate da uno scarso slancio intenzionale verso gli altri-da-noi e verso il mondo delle cose. Tali emozioni vengono generalmente chiamate stati d’animo;
  • emozioni come esperienze radicalmente indirizzate al mondo degli altri e delle cose e che di tale relazione si nutrono, contraddistinte inoltre da una forte intenzionalità. Tra queste vanno citate “amore, nostalgia, vergogna, ansia, timidezza, odio, ecc”.

Ci sono delle emozioni che si trasformano nel corso della vita mentre ce ne sono altre che rimangono intatte e significative nel corso della vita.

L’adolescenza è sicuramente l’età in cui le emozioni esplodono in modo significativo ed originale.

Accanto alle emozioni che esprimono gioia e speranza ci sono anche quelle che esprimono ansia, tristezza, sconforto e dolore.

L’adolescente si trova poi ad affrontare: il distacco dall’infanzia, che non sempre avviene facilmente e senza lasciare ferite, il problema della sessualità e della sua rielaborazione, il rifiuto del proprio corpo che si trasforma, la ribellione alle convenzioni degli adulti.

Tutte queste figure dell’emozione sono accompagnate dalle grandi domande sul senso della vita e della morte.

Età questa in cui le emozioni si scontrano ripetutamente con le debolezze, con il silenzio e con la lontananza del mondo degli adulti, e allora l’adolescente si ripiega nella propria interiorità e ricerca la solitudine e il distacco dal mondo.

Esistono diversi tipi di solitudine: c’è quella capace di nutrire le risorse dell’anima ma c’è anche quella che corrode l’anima, la fa soffrire e dilata il senso di insicurezza, di angoscia e di tristezza, delineando le prime esperienze depressive.

Saper intuire quando la solitudine è segno di angoscia e disperazione e quando invece è segno di una diastole del cuore, è possibile solo nella misura in cui si ascolti l’anima dell’adolescente.

 

“Il genitore deve essere in grado di leggere lo stato
mentale del bambino e coglierne l’esperienza interna
a partire dal comportamento.”

“Il bambino deve essere in grado di leggere questa
risposta manifesta del genitore e rendersi conto che
essa riflette la sua esperienza affettiva originaria.”

– D. Stern –

Aggressività a scuola: il bullismo, come riconoscerlo

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni.

Un comportamento da “bullo” consiste in azioni che mirano deliberatamente a fare del male o danneggiare. Spesso è persistente e dura settimane o mesi e qualche volta anni. Le vittime non riescono a difendersi. Per parlare di bullismo non è sufficiente quindi che si verifichi un singolo episodio di angheria tra studenti ma deve instaurarsi una relazione che, cronicizzandosi, crei dei ruoli definiti: il ruolo di colui che le prepotenze le subisce (vittima) e di chi invece le perpetra (il bullo). Il bullismo implica sempre uno squilibrio in termini di forza. Le azioni di prevaricazione possono essere dirette ed indirette.

Le prime riguardano attacchi aperti nei confronti della vittima; le altre, invece, consistono in una forma di isolamento sociale ed un’intenzionale esclusione dal “gruppo dei pari”. Alcune volte le azioni offensive sono “verbali”, altre “fisiche” oppure si tratta di “gesti sconci” o di “esclusione dal gruppo”.

Sono indicatori primari:

  • Ripetute prese in giro
  • Intimidazioni
  • Umiliazioni
  • Aggressioni fisiche
  • Sottrazioni di oggetti
  • Ferite evidenti per le quali non è possibile fornire una spiegazione esauriente

Vengono invece annoverati come indicatori secondari:

  • Isolamento dal gruppo dei pari
  • Attaccamento all’adulto piuttosto che ai propri compagni
  • Difficoltà a parlare in classe
  • Apparire abbattuti, depressi, piagnucolosi
  • Peggioramento nel rendimento scolastico

Il bullo è un ragazzo che prende in giro ripetutamente in modo pesante, ha una forte autostima, danneggia le cose degli altri, spinge, prende a pugni, prende a calci, rimprovera, intimidisce, minaccia, ingiuria, mette in ridicolo, comanda.

Il bullo può essere aggressivo, ansioso, passivo o sobillatore.

È aggressivo quando ha bisogno di un capro espiatorio su cui sfogare la propria rabbia.

È ansioso quando, se sgridato, cade di fronte ai suoi sensi di colpa.

È passivo o sobillatore quando svolge un ruolo di sostegno per il bullo aggressivo.

È bene cercare di individuare se la vittima è “passiva” o “provocatrice”.

La vittima “passiva” si caratterizza per mancanza di autostima , debolezza fisica e mentale.

La vittima “provocatrice” sembra essere invece una persona iperattiva che ha bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione, vuole essere elogiata in continuazione, non si ferma mai e finisce per infastidire il bullo.

È necessaria la collaborazione di tutti gli adulti di riferimento dal Dirigente scolastico, agli insegnanti, ai genitori, ai collaboratori scolastici, allo psicologo per recuperare i conflitti e adottare percorsi di relazioni umane ed educative per i ragazzi.

“Due sorelle avevano un’arancia. Entrambe pretendevano l’intera arancia e avevano le loro ragioni per volerla: il litigio appariva inevitabile.

Alla fine divisero a metà la loro arancia. La maggiore, irritata, bevve una mezza spremuta e buttò via la buccia. La minore, ancora più stizzita, usò la mezza buccia per fare un’insipida torta e buttò via il succo che non le interessava..

Avessero parlato, avrebbero scoperto di poter avere un’intera spremuta e un’intera buccia con cui preparare unottima torta”.

M. Martello, Oltre il conflitto (2002)