Hikikomori

Il termine hikikomori è stato coniato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki che, con tale espressione, voleva indicare un fenomeno socialmente preoccupante emerso in Giappone circa dieci anni prima.

Si trattava di una volontaria reclusione di alcuni soggetti che decidevano di chiudersi completamente nella loro stanza per lunghi periodi di tempo, addirittura anni, rifiutando qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno. È una condizione che nasce e si manifesta prevalentemente in Giappone e si diffonde poi in Corea e in Cina e negli ultimi anni anche negli Stati Uniti, in Australia e in Europa.

In Italia i primi casi di hikikomori sono stati registrati intorno al 2007/2008. Riuscire ad identificare una data di comparsa del fenomeno non significa che il problema sia sorto all’improvviso, anzi è possibile ipotizzare che esistesse da tempo, ma che le famiglie e i professionisti non gli avessero dato particolare attenzione.

Gli hikikomori italiani possono essere definiti come quei soggetti che non rifiutano a priori la società, anzi fanno di tutto per poterne fare parte, ma, a causa di specifici fattori individuali (pensieri disfunzionali, alti livelli di ansia, bassa autostima, scarso senso di autoefficacia, attribuzioni di causa dei fallimenti tendenzialmente interna) e contestuali (società complessa caratterizzata da rapidi e profondi mutamenti, da richieste sempre maggiori, da ritmi di vita sempre più frenetici), arrivano a maturare l’idea di non essere idonei per stare nella società e che, quindi, l’unica soluzione possibile è quella di rinchiudersi nella propria stanza.

A ciò si aggiunge anche la convinzione che tramite l’isolamento si diventi autonomi e liberi perché non si è più costretti a fare ciò che gli altri si aspettano. Come quelli giapponesi, anche gli autoreclusi italiani sono di solito soggetti molto brillanti, intelligenti, creativi e introversi che possono essere definiti hikikomori nel momento in cui esibiscono ritiro sociale da almeno 6 mesi, precedente fobia scolare, dipendenza da Internet e inversione del ritmo circadiano.

Si riscontrano casi di giovani che abbandonano la scuola per rinchiudersi nella propria stanza, mantenendo però alcune forme di contatto con la famiglia (mangiare insieme, parlare solo con alcuni membri ecc.), giovani che rifiutano qualsiasi forma di attività sociale.
L'”identikit” di un hikikomori si riscontra maggiormente nel sesso maschile, tra i 14 e i 30 anni, solitamente sono ragazzi introversi, intelligenti, sensibili e critici e negativi verso la società.

Tra i campanelli di allarme per i quali diventa utile rivolgersi ad un professionista, ad un aiuto esterno, vi sono:

  • Rifiuto saltuario di andare a scuola o addirittura abbandono
  • Alterazione del ritmo sonno – veglia
  • Preferenza di attività solitarie
  • Abbassamento del tono dell’umore
  • Abuso delle nuove tecnologie

Come sviluppare l’autostima nel bambino

Come giungono i bambini ad avere un livello alto o basso di autostima? In larga misura lo traggono dall’ambiente: interagendo con le persone e gli oggetti intorno a loro, ricevono di continuo nuove informazioni e raccolgono nuove percezioni su se stessi, che li portano a mantenere o a modificare il senso della propria dignità e valore.
Se il feedback è costantemente negativo, è molto probabile che l’autostima raggiunga un livello basso, mentre se invece comunica una sensazione di dignità e di valore, l’autostima tenderà a essere alta.

I bambini hanno bisogno di quel certo tipo di comunicazione con i genitori che li aiuti non solo a crescere e ad imparare, ma che sia anche in grado di stimolarli a sentirsi bene con se stessi.
Il primo passo da compiere per aiutare i nostri figli a sviluppare un senso di autostima è cercare di capire il modo in cui guardano il mondo e imparare ad accettarlo come quello più adeguato a loro in quella fase specifica dello sviluppo. I bambini ragionano in modo diverso dagli adulti. Molto spesso non sono in grado di pensare a nessuno se non a se stessi e molte volte trovano difficoltà a guardare avanti, a fare un piano in anticipo, a ricordare ciò che gli ė stato detto.
Nell’affrontare il compito di costruire nei propri figli il senso di autostima, è bene tenere a mente queste caratteristiche psicologiche infantili: I bambini tendono ad essere impulsivi, pretendono qualcosa e vogliono ottenerla subito, nelle prime fasi evolutive sono incapaci di rimandare la gratificazione, anche per breve tempo.

I bambini tendono ad essere egocentrici, i bambini sono il centro del loro mondo, sono egoisti: bene è ciò che dà loro piacere, male ciò che causa dolore. Man mano che crescono sono più disposti a considerare gli altri, ma solo se ottengono in cambio qualcosa (almeno all’inizio).
I bambini tendono a pensare in termini semplici e concreti. Con il termine “concretamente” intendiamo dire che i bambini pensano in termini di oggetti che possono vedere e toccare e di suoni che possono udire: sperimentano la vita attraverso i loro sensi.
I bambini tendono a cercare la ricompensa e a evitare la punizione, vanno a letto presto per farsi leggere una storia prima di dormire, oppure svolgono qualche piccola incombenza affidata loro per mettere una stellina in più sul “tabellone dei lavoretti” o colorano una figura per essere lodati dai genitori.

Allo stesso tempo i bambini cercano di evitare il disagio della punizione. Così per sottrarsene a volte non dicono la verità, danno la colpa agli altri e cercano di trovare scuse per evitare problemi.
I bambini inoltre si lasciano facilmente influenzare dall’ambiente in cui si trovano, differentemente dagli adulti trovano molto difficile resistere alle attrattive di ciò che li circonda.
Comprendere la natura dei bambini ci offre le fondamenta su cui costruire i nostri sforzi per aiutare i figli ad avere una visione positiva di se stessi e delle proprie capacità.
Quando riusciamo a trovare il tempo di ascoltare i nostri figli e siamo capaci di dar loro tutta la nostra attenzione quando ci parlano, la nostra comprensione ed empatia e sappiamo rendere con parole compiute i loro pensieri e sentimenti, tutto questo è un modo di comunicare loro che li accettiamo, che contano e sono importanti per noi.
Bisognerebbe cercare di rafforzare nei nostri bambini la convinzione di essere capaci e degni di affetto, lodandoli e abbracciandoli, coccolandoli; non esiste limite al bisogno di conferma e rassicurazione che hanno i bambini.
Alcuni genitori non lasciano ai propri figli un controllo sufficiente di se stessi, ma con la loro iperprotezione non fanno altro che comunicare loro un senso di inadeguatezza, una sensazione di incapacità.

Sarebbe invece importante riuscire a dare ai nostri figli un senso ragionevole di controllo della loro vita.
Da ultimo cerchiamo di dare ai nostri figli un’immagine positiva di noi stessi: questo è un principio molto saggio perché implica che i nostri figli possono afferrare e far loro il senso di autostima secondo il grado di autoconsiderazione che siamo capaci di modellare per loro.
Non possiamo controllare totalmente le emozioni e i sentimenti che proviamo nei confronti di noi stessi, ma siamo in grado, di controllare almeno entro certi limiti, il modo in cui parliamo di noi e il nostro modo di reagire alle circostanze di vita.
Dunque modellare per i nostri figli una sana autostima di noi stessi è fondamentale per sviluppare in loro un’autostima altrettanto sana verso sé stessi.

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Bibliografia

  • “Come sviluppare l’autostima del bambino” di Eugene Anderson, George Redman, Charlotte Rogers, edizioni Red, 2005.

I giovani e il suicidio

Intorno al suicidio convergono numerosi pregiudizi. Essi sono mantenuti e indotti da un atteggiamento istintivamente difensivo che porta l’opinione pubblica, spesso maldestramente informata dai mezzi di comunicazione di massa, a prendere le distanze da un evento così sconvolgente; altre volte, i pregiudizi e i luoghi comuni sono scorciatoie e semplificazioni interpretative anch’esse ansiolitiche, tendenti a riparare dall’angoscia indotta dalla complessità dell’evento.
Il suicidio, così come il tentato suicidio, è in genere preceduto da una serie di segnali che, se capiti in tempo, possono mettere preventivamente in allarme chi ha più stretti rapporti con la persona a rischio.
L’evento impulsivo nasconde sempre e comunque un disagio antico, lungo a volte quanto la vita stessa della vittima.
E’ noto che la solitudine rappresenta una delle condizioni più ricorrenti tra i giovani suicidi; occorre tuttavia ricordare che la solitudine è qui intesa come isolamento sia emotivo che sociale.
Alcuni autori hanno infatti dimostrato che ciò che pesa di più nella vita di un adolescente con condotte suicidarie non è tanto il non avere rapporti amicali, quanto piuttosto il non avere veri amici con i quali potersi confidare e sui quali confidare.
Secondo alcuni autori gli adolescenti che hanno tentato il suicidio hanno vissuto, nei sei mesi precedenti l’atto, un evento significativamente negativo.
Le esperienze traumatiche più comuni sono la separazione o il divorzio dei genitori o, anche, la nuova unione sentimentale di uno dei due; ma anche un ambiente familiare che, pur non arrivando a ciò, sia oppresso da un costante clima di tensione può costituire un fattore così stressante da indurre nell’adolescente sentimenti di rifiuto, vissuti di mancanza di sostegno affettivo che, a loro volta, possono produrre una carenza di autostima tale da provocare comportamenti controaggressivi.

Fra i fattori precipitanti più frequenti tra i giovani vi sono anche la rottura di un legame sentimentale, i problemi scolastici e i guai con la giustizia, l’abuso di droghe e alcol, la perdita di una persona cara o di un genitore.
Tra le ragioni che causano negli adolescenti un livello di stress correlabile alle condotte suicidarie grande rilievo e notevole interesse ha, ancorchè poco esplorata, la sfera della sessualità e in particolare l’omosessualità.
Altri eventi che ricorrono nelle storie di giovani donne che hanno tentato il suicidio sono la gravidanza non voluta o rifiutata e la molestia sessuale.
I precedenti tentativi di suicidio costituiscono certamente un fattore importante.
Come già accennato , cosi’ come l’integrità del nucleo familiare può costituire un elemento protettivo nei confronti del fenomeno del suicidio degli adolescenti, la sua fragilità rappresenta, al contrario, un sicuro elemento di rischio.

Comunque sia l’idea o il proponimento di suicidarsi è, specialmente tra i giovani, un processo graduale che tende a concretizzarsi a mano a mano che nuclei di depressività, senso si sfiducia, di disistima o la sensazione che non vi sia più nulla da fare si fanno strada nella psicologia dell’individuo.
Troppo spesso l’ideazione suicidaria è vissuta con vergogna, il che rischia di isolare ancor più la persona e di farla sentire anomala; in questo modo i suoi problemi non possono che ingigantirsi, apparendo insolubili.
Il parlarne, superando l’inevitabile diffidenza e riottosità, non può che sollevare la persona da una penosa sensazione di incomunicabilità: comunicare il suicidio può significare, in questa situazione, infrangere un tabu’, costringere a pensare ai propri problemi senza l’alibi del vissuto di anormalità.

La fobia scolare

Il termine “fobia scolare” viene comunemente utilizzato per descrivere una sindrome nella quale il sintomo preponderante è una forte paura o angoscia legata all’idea di andare a scuola. Il forte disagio emotivo percepito dal bambino è spesso associato a manifestazioni comportamentali, cognitive, e fisiologiche.

I sintomi possono iniziare in seguito ad eventi di vita stressanti che si sono verificati a casa o a scuola, tra cui:

  • la propria malattia o di un membro della famiglia,
  • la separazione tra i genitori, la separazione transitoria da uno dei genitori,
  • relazioni conflittuali nella famiglia,
  • un legame disadattivo con uno dei genitori,
  • problemi con il gruppo dei pari o con un insegnante,
  • il ritorno a scuola dopo una lunga interruzione o vacanza.

Il disturbo si caratterizza per sintomi somatici (vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle, dolori agli arti).
Il livello di angoscia può essere elevato fin dalla sera prima e il bambino può riposare male, il sonno può essere disturbato da incubi o risvegli notturni.

Fuori il ragazzo si sente inadeguato e incapace di fronteggiare la situazione, pensa di non poter tollerare il giudizio, la valutazione o il confronto con gli altri, ritiene le richieste scolastiche eccessive e adotta comportamenti di evitamento o di fuga.

Il dialogo con un esperto può aiutare il ragazzino ad esternare le proprie paure individuando le fonti del suo disagio, per cercare insieme nuove modalità e strategie utili a fronteggiare le situazioni che lo spaventano.

La semantica fobica: un problema di libertà

«Nessun uccello vola molto lontano, se vola con le proprie ali»

recita pressappoco così uno dei proverbi dell’inferno di Blake. Basta modificarne lievemente il significato, trasformandolo in:

«Non vola molto lontano l’uccello che vorrebbe volare con le proprie ali»

per condensare in poche parole il naufragio a cui un insieme di circostanze – il Destino – può condurre chi abbia un’organizzazione fobica.

La polarità semantica critica delle famiglie in cui un membro sviluppa una strategia fobica è “dipendenza, bisogno di protezione/libertà, indipendenza”.
Le emozioni che stanno alla base di questa polarità sono paura/coraggio. Il mondo esterno, a causa di eventi drammatici verificatisi nella storia familiare, o per ragioni più oscure, è visto come minaccioso, e la stessa espressione delle emozioni è talora considerata fonte di pericolo. Proprio perché la realtà incute paura, l’altro è percepito come fonte di protezione e rassicurazione. Analogamente, si è liberi e indipendenti dagli altri proprio perché si è coraggiosi e quindi in grado di fronteggiare da soli un mondo pericoloso. Va sottolineato che libertà e indipendenza sono intese entro questa dimensione semantica come libertà e indipendenza dalla relazione e dai suoi vincoli.
In primo luogo, paura/coraggio e la polarità semantica connessa sono, in queste famiglie, salienti, rappresentano cioè emozioni e categorie dei comportamenti ricorrenti esterni ed interni alla famiglia. Ciò significa che la conversazione in queste famiglie si organizza preferibilmente attorno ad episodi dove la paura, il coraggio, il bisogno di protezione e il desiderio di esplorazione e di indipendenza svolgono un ruolo centrale. Come esito di questi processi conversazionali, i membri di queste famiglie si sentiranno e verranno definiti timorosi, cauti o, al contrario, coraggiosi, o addirittura temerari; troveranno persone disposte a proteggerli o si imbatteranno in persone dipendenti, incapaci di cavarsela. Si sposeranno con persone fragili, dipendenti, ma anche con persone libere, talvolta insofferenti dei vincoli; soffriranno per la loro dipendenza, cercheranno in ogni modo di conquistare l’autonomia; in altri casi saranno orgogliosi della loro indipendenza e libertà, che difenderanno più di ogni altra cosa. L’ammirazione, il disprezzo, i conflitti, le sofferenze, le alleanze, l’amore, l’odio si giocheranno su temi di dipendenza/indipendenza. In queste famiglie ci sarà chi – come il paziente agorafobico – è così dipendente e bisognoso di protezione da avere bisogno di qualcuno che lo accompagni per affrontare anche le situazioni più consuete della vita quotidiana. Ma più di un membro della famiglia, all’opposto, avrà dato e continuerà a dare prova di particolare autonomia. In tutte le storie familiari dei pazienti fobici ci sono personaggi che esprimono autonomia in maniera estrema, anche se la natura di tale autonomia varia da nucleo a nucleo, in rapporto all’inevitabile presenza nella famiglia di altre polarità oltre a quella critica.
La letteratura ha fornito una descrizione del contesto familiare fobica tutta nel segno di bisogno di protezione e della chiusura verso l’esterno. I genitori delle persone con organizzazione fobica presentano ai figli il mondo esterno come pericoloso, sono iperprotettivi e limitano la libertà della prole.
I membri di queste famiglie sentono l’amicizia, l’amore e le altre forme di attaccamento in termini parzialmente negativi perché le costruiscono come forme di dipendenza, mentre gli episodi in cui l’individuo riesce a far fronte da solo alle circostanze sono costruiti come forme di libertà e di indipendenza, perché si oppongono all’avvilente condizione di dipendenza.
Lo sviluppo di un’organizzazione fobica dipende dalla particolare posizione che l’individuo assume rispetto alla dimensione semantica critica. Tutti i membri della famiglia condividono questo modo di organizzare la conversazione, ma soltanto uno, di regola, sviluppa una personalità fobica. Anzi in molte famiglie questa polarità semantica è presente, ma nessuno ha sviluppato, o svilupperà, una personalità di questo tipo.

Ciò che contraddistingue l’organizzazione fobica è la presenza di un circuito riflessivo bizzarro rispetto alla dimensione semantica critica che coinvolge i livelli del sé e della relazione: il soggetto fobico avverte la sua esigenza di legami affettivi stretti e rassicuranti come minacciante la sua autostima e il suo sé. Quando la riflessività è massima il soggetto non dispone più di una trama narrativa entro cui “con – porsi”: la sua posizione oscilla entro alternative reciprocamente escludentisi.

Essere preda di un’avvilente dipendenza
SE’
Essere libero,
indipendente,
con stima in sè
Essere protetto,
Sentirsi sicuro
RELAZIONE
Essere solo in balia di un mondo pericoloso

Il soggetto fobico tenta di trovare un equilibrio tra due esigenze ugualmente irrinunciabili: il bisogno di protezione da un mondo percepito come pericoloso e il bisogno di libertà e indipendenza. Attaccamento ed esplorazione vengono infatti sentiti come inconciliabili.
Il soggetto avverte il proprio desiderio di legami affettivi intensi e rassicuranti come inconciliabile con il bisogno di libertà e di esplorazione. Entrambe queste istanze sono sentite come irrinunciabili, sebbene persone diverse, o la stessa persona in tempi diversi, possano avvertire maggiormente l’una o l’altra. Poiché il soggetto costruisce la realtà come minacciosa e sé stesso come affetto da qualche presunta forma di debolezza psicologica e /o fisica, non può fare a meno della relazione con figure rassicuranti.
Ogni allontanamento fisico e /o psicologico da tali figure lo pone di fronte al rischio di trovarsi in balia della propria fragilità e debolezza. D’altra parte il mantenimento di una relazione stretta con figure protettive si accompagna a un senso penoso di costrizione e limitazione. Alla base dei problemi del paziente vi è il dilemma:
rinunciare alla sicurezza della compagnia ed essere libero, ma anche solo di fronte ai pericoli dell’ambiente extrafamiliare, oppure rinunciare alla libertà di esplorazione in cambio di una protezione rassicurante, ma anche soffocante (Liotti, 1987).
Da qui l’osservazione di Guidano:
la caratteristica principale di questo tipo di modello organizzazionale è una spiccata tendenza a rispondere con paura e ansia (accompagnate da una riduzione più o meno marcata del comportamento autonomo) a qualsiasi perturbazione dell’equilibrio affettivo che possa essere percepita come perdita di protezione e/o di libertà e indipendenza.

Semplificando molto, è possibile ricondurre la gamma dei modi di essere riscontrabili a un continuum con agli estremi due strategie: la prima definibile come strategia ad orientamento claustrofobico e la seconda definibile come strategia a orientamento agorafobico.
I soggetti con strategia a orientamento claustrofobico tendono ad avere un’immagine positiva di sé che si identifica con il sentirsi, e con l’essere definiti dagli altri, persone libere, indipendenti, capaci di cavarsele da sole. Per mantenere questa posizione escludono, o contengono il più possibile, i comportamenti emotivi ed espansivi che li condurrebbero a percepirsi come dipendenti dagli altri, e quindi a perdere la valutazione positiva di sé. Il mantenimento dell’autostima e del sentimento di competenza ed efficacia personale è pagato al prezzo di evitare il coinvolgimento emotivo, che viene avvertito come distruttivo e limitante la capacità di funzionamento individuale. L’intimità suscita in queste persone emozioni positive ed è avvertita come gratificante, a differenza di quanto accade ad esempio alle personalità narcisistiche; tuttavia i legami emotivi vengono sentiti come disturbanti il proprio funzionamento e quindi l’autostima.
Le persone con questa strategia non sono del tutto prive di legami, anche sentimentali, come invece si verifica spesso per chi abbia un’organizzazione a orientamento depressivo. Di regola dispongono di diverse relazioni affettive “tenute a distanza”.
Il sintomo claustrofobico, la paura degli spazi chiusi (aerei, gallerie ecc.), esprime in modo metaforico il terrore di essere intrappolati in una relazione dove “si viene fatti a pezzi”.

Le persone con strategia a orientamento agorafobico bizzarro privilegiano la relazione a scapito del sé. Tendono a costruire e a mantenere relazioni affettive molto strette, in grado di fornire un senso di protezione adeguato. Si tratta in genere di persone che rimangono tutta la vita là dove sono nate, passando da un attaccamento molto intenso, esclusivo, con uno dei genitori a un legame altrettanto ravvicinato con un partner. La relazione coniugale dura in genere tutta la vita, ma anche le altre relazioni significative vengono mantenute nel corso del tempo. È costante la paura di perdere il legame con le persone significative, dalle quali dipende in modo cruciale il loro funzionamento individuale. Altrettanto caratteristica è la tendenza a controllare le figure di riferimento e a sottoporre le relazione a continue verifiche, come anche la tendenza a soffrire per distacchi e allontanamenti fisici e/o psicologici anche temporanei. Molto attenti alla relazione e alle sue sfumature, questi soggetti possono impegnarsi in modo significativo nel lavoro, ma la priorità è sempre attribuita alla vita di relazione e alle sue esigenze. Sebbene si collochino entro l’estremo “attaccamento, bisogno di protezione”, anche loro valorizzano “libertà, indipendenza”: sono quello che sono a causa di qualche costrizione esterna.

STRATEGIA AD ORIENTAMENTO CLAUSTROFOBICO: Essere libero ed indipendente, di un livello di autostima accettabile, ma rinunciare al coinvolgimento emotivo.

STRATEGIA AD ORIENTAMENTO AGORAFOBICO: Disporre di un legame di attaccamento appagante, essere protetto, ma avere una bassa autostima.

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Bibliografia

  • V. Ugazio (1998), Storie permesse storie proibite – Ed. Bollati Boringhieri.
  • M. Bowen (1979), Dalla famiglia all’individuo – Ed. Astrolabio.
  • Alice Nucci (2010), Un problema di libertà? – Tesi 4° anno di Specializzazione in Psicoterapia Sistemica e Relazionale.

Adolescenza e paure

L’adolescenza è una fase dell’età evolutiva che comporta uno sviluppo fisico, inteso come ridefinizione del sé corporeo, uno sviluppo sessuale con conseguenti ripercussioni a livello emotivo-affettivo e uno sviluppo cognitivo. In questo periodo di grandi cambiamenti gli adolescenti presentano paure, date dallo sviluppo delle capacità cognitive e da nuove consapevolezze che aprono la strada a sofferenze, ma anche a bisogni e speranze che sono il versante opposto di ogni paura.

Speltini sottolinea l’aspetto positivo della paura considerandola come presa di coscienza della problematicità del vivere, purchè non degeneri in angoscia nevrotica o in fobie ossessive; ma soprattutto propone di leggere la paura come un indicatore dell’ambiente psicologico dell’adolescente che, come tale, fornisce informazioni utili riguardo alla rappresentazione del sé e del mondo. Riconosce che la maggior parte delle paure sono apprese dall’ambiente familiare e sociale, ma non trascura l’aspetto innato di alcune paure.

Le paure dell’adolescente possono essere tra le più svariate, dalla scuola (come banco di prova delle capacità personali collegate al giudizio e alle attese dell’ambiente familiare ), ai genitori, visti come detentori di potere, giudizio e sanzione.
Ma ci sono anche le paure centrate sull’individuo, sui complessi di inferiorità, insicurezze, senso del ridicolo, incertezze sul futuro, solitudine, paura di non farcela.
Ci sono poi le paure centrate sul sociale, le paure date dal confronto con gli altri, la paura di essere inferiore o inadeguato, nonché la paura per tutti quegli avvenimenti che sfuggono al controllo personale.

In questo tumulto emotivo e di fronte a tutte queste paure, l’adolescente può rispondere con modalità differenti.
Può padroneggiare razionalmente le situazioni che lo avviano all’età adulta, o all’opposto agire in contrapposizione al mondo degli adulti, trasgredendone le regole. Il gruppo dei pari assume una notevole importanza nell’esplorazione e sperimentazione di bisogni innovativi e nella condivisione della trasgressione in un rapporto paritario di confronto e di sostegno reciproco all’interno del gruppo.

Le condotte trasgressive dell’adolescente possono andare dall’assunzione di droghe e alcol, ad atteggiamenti di sfida e di rischio, all’instaurare relazioni sentimentali autodistruttive, a comportamenti alimentari scorretti (disturbi alimentari). Questi comportamenti in realtà sono solo la punta di un iceberg, che spesso nasconde altre problematiche, quali scarsa autostima, insicurezza data dal confronto con gli altri, conflittualità nella propria famiglia d’origine,confini e ruoli familiari non chiari, problemi di comunicazione tra genitori e figli o nella coppia genitoriale.

In tutto ciò gli adulti rivestono particolare importanza per l’adolescente, la possibilità di confronto con loro permette al ragazzo di prendere le distanze dall’urgenza dei bisogni presenti legati alle sensazioni e agli impulsi per accedere al pensiero riflessivo in vista di un progetto futuro.
Ma questo è possibile solo se gli adulti stessi sono persone equilibrate e mature con un buon rapporto con la loro stessa parte bambina e adolescente.