Come sviluppare l’autostima nel bambino

Come giungono i bambini ad avere un livello alto o basso di autostima? In larga misura lo traggono dall’ambiente: interagendo con le persone e gli oggetti intorno a loro, ricevono di continuo nuove informazioni e raccolgono nuove percezioni su se stessi, che li portano a mantenere o a modificare il senso della propria dignità e valore.
Se il feedback è costantemente negativo, è molto probabile che l’autostima raggiunga un livello basso, mentre se invece comunica una sensazione di dignità e di valore, l’autostima tenderà a essere alta.

I bambini hanno bisogno di quel certo tipo di comunicazione con i genitori che li aiuti non solo a crescere e ad imparare, ma che sia anche in grado di stimolarli a sentirsi bene con se stessi.
Il primo passo da compiere per aiutare i nostri figli a sviluppare un senso di autostima è cercare di capire il modo in cui guardano il mondo e imparare ad accettarlo come quello più adeguato a loro in quella fase specifica dello sviluppo. I bambini ragionano in modo diverso dagli adulti. Molto spesso non sono in grado di pensare a nessuno se non a se stessi e molte volte trovano difficoltà a guardare avanti, a fare un piano in anticipo, a ricordare ciò che gli ė stato detto.
Nell’affrontare il compito di costruire nei propri figli il senso di autostima, è bene tenere a mente queste caratteristiche psicologiche infantili: I bambini tendono ad essere impulsivi, pretendono qualcosa e vogliono ottenerla subito, nelle prime fasi evolutive sono incapaci di rimandare la gratificazione, anche per breve tempo.

I bambini tendono ad essere egocentrici, i bambini sono il centro del loro mondo, sono egoisti: bene è ciò che dà loro piacere, male ciò che causa dolore. Man mano che crescono sono più disposti a considerare gli altri, ma solo se ottengono in cambio qualcosa (almeno all’inizio).
I bambini tendono a pensare in termini semplici e concreti. Con il termine “concretamente” intendiamo dire che i bambini pensano in termini di oggetti che possono vedere e toccare e di suoni che possono udire: sperimentano la vita attraverso i loro sensi.
I bambini tendono a cercare la ricompensa e a evitare la punizione, vanno a letto presto per farsi leggere una storia prima di dormire, oppure svolgono qualche piccola incombenza affidata loro per mettere una stellina in più sul “tabellone dei lavoretti” o colorano una figura per essere lodati dai genitori.

Allo stesso tempo i bambini cercano di evitare il disagio della punizione. Così per sottrarsene a volte non dicono la verità, danno la colpa agli altri e cercano di trovare scuse per evitare problemi.
I bambini inoltre si lasciano facilmente influenzare dall’ambiente in cui si trovano, differentemente dagli adulti trovano molto difficile resistere alle attrattive di ciò che li circonda.
Comprendere la natura dei bambini ci offre le fondamenta su cui costruire i nostri sforzi per aiutare i figli ad avere una visione positiva di se stessi e delle proprie capacità.
Quando riusciamo a trovare il tempo di ascoltare i nostri figli e siamo capaci di dar loro tutta la nostra attenzione quando ci parlano, la nostra comprensione ed empatia e sappiamo rendere con parole compiute i loro pensieri e sentimenti, tutto questo è un modo di comunicare loro che li accettiamo, che contano e sono importanti per noi.
Bisognerebbe cercare di rafforzare nei nostri bambini la convinzione di essere capaci e degni di affetto, lodandoli e abbracciandoli, coccolandoli; non esiste limite al bisogno di conferma e rassicurazione che hanno i bambini.
Alcuni genitori non lasciano ai propri figli un controllo sufficiente di se stessi, ma con la loro iperprotezione non fanno altro che comunicare loro un senso di inadeguatezza, una sensazione di incapacità.

Sarebbe invece importante riuscire a dare ai nostri figli un senso ragionevole di controllo della loro vita.
Da ultimo cerchiamo di dare ai nostri figli un’immagine positiva di noi stessi: questo è un principio molto saggio perché implica che i nostri figli possono afferrare e far loro il senso di autostima secondo il grado di autoconsiderazione che siamo capaci di modellare per loro.
Non possiamo controllare totalmente le emozioni e i sentimenti che proviamo nei confronti di noi stessi, ma siamo in grado, di controllare almeno entro certi limiti, il modo in cui parliamo di noi e il nostro modo di reagire alle circostanze di vita.
Dunque modellare per i nostri figli una sana autostima di noi stessi è fondamentale per sviluppare in loro un’autostima altrettanto sana verso sé stessi.

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Bibliografia

  • “Come sviluppare l’autostima del bambino” di Eugene Anderson, George Redman, Charlotte Rogers, edizioni Red, 2005.
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Adottare un figlio

Alla base della scelta adottiva c’è spesso una “sentenza crudele”: uno dei due partner, o entrambi, non possono procreare.
Una condanna spesso inappellabile che colpisce come una mannaia alla fine di lunghe e defatiganti analisi e visite mediche.
In questi casi succede che la coppia viva l’adozione come un ripiego, come l’unica via d’uscita al tradimento subito dal proprio corpo.
Il desiderio di un figlio proprio, in cui specchiarsi e nel quale cercare le somiglianze fin dal giorno in cui siete sicuri della sua permanenza nell’utero materno, è certamente forte e comprensibile.
Ancora oggi la maggior parte delle coppie che si rivolgono all’adozione lo fanno, almeno inizialmente, come ultima spiaggia prima della rinuncia definitiva ad avere figli.
Ma questo è sbagliato, e prima o poi anche queste coppie ne prendono coscienza: l’adozione non è mai, non può essere un ripiego a un figlio che non arriva.
L’emozione che si prova per un figlio adottato è in tutto simile a quella che si prova per un figlio “nato dalla pancia”.
Molte coppie, soprattutto quelle più giovani, all’inizio pensano all’adozione come a una risposta solidale ai problemi del mondo: sulla terra ci sono tanti bambini abbandonati che hanno bisogno di affetto, proporsi come genitori diventa il modo per sentirsi parte di un progetto “missionario”.
Se, ognuno e in modo diverso persino all’interno della medesima coppia, giunge all’adozione con un proprio percorso, con le proprie voglie e frustrazioni, con figli già avuti o con un certificato di sterilità fra le mani, con il desiderio incontenibile del novizio o il timore di chi si sente troppo avanti negli anni; se le risposte cambiano, per la stessa persona, nel corso del tempo, l’unico consiglio è di leggersi dentro, sempre, con la maggior onestà possibile.
Ma soprattutto essere consapevoli che è molto meglio riflettere sull’adozione un poco di più che rischiare un fallimento, meglio una litigata in famiglia perché non si è ancora d’accordo che dover riconoscere, a bambino adottato, che proprio non eravamo fatti per la famiglia.
Un bambino, adottato o no, non è mai la soluzione a un problema.
Può diventare lui un problema, o, peggio, voi un problema per lui.
Un bambino adottato non è mai un ripiego. A nulla. A nessun difetto del vostro corpo o del vasto corpo del mondo.
Un bambino adottato è un bambino che esce da una storia dolorosa.
E’ una persona che, come minimo, ha nel suo vissuto l’abbandono di quella madre che l’aveva ospitato nella pancia.
E, conseguentemente, l’adozione non è un atto eroico.
E’ semplicemente, un modo per dare dei genitori a un bambino che ne ha estremo bisogno.
Genitori come tutti gli altri per figli che non sono speciali in nulla, se non per il loro strano modo di nascere nella vostra famiglia.
Mai come nella gravidanza adottiva è quindi importante parlare. La comunicazione nella coppia che si sta preparando all’adozione deve essere quotidiana, proprio per permettere all’elaborazione effettuata di diventare patrimonio comune.
E mai come in questo caso possono essere utili i confronti con le coppie che hanno già fatto questa scelta e che hanno già affrontato e superato questi dubbi e problemi.

Un percorso psicologico può essere di sostegno e aiuto alle coppie che abbiano o meno maturato questa scelta.
Lo Psicoterapeuta può essere di supporto anche alle donne per le quali il desiderio di essere madri sia divenuto una sorta di ossessione.

La violenza in famiglia

«Poiché violenza genera violenza, nella famiglia la violenza tende a
perpetuarsi di generazione in generazione»

– Bowlby –

Per arrivare a comprendere i casi estremi di violenza nella famiglia, può essere utile considerare prima quello che conosciamo dei casi minori ed ordinari che si verificano nella famiglia quando i suoi membri sono presi da sentimenti di rabbia.

I bambini piccoli, e spesso anche i più grandi, sono gelosi in genere dell’attenzione che la madre dà al nuovo nato. Gli amanti litigano se uno pensa che l’altro si stia rivolgendo altrove, e lo stesso vale dopo il matrimonio. Inoltre, una donna può infuriarsi con il figlio se il bambino fa qualcosa come attraversare di corsa la strada, ed anche il marito se questi per affrontare pericoli inutili rischia un arto o la vita.
Quindi diamo per scontato che usualmente, quando il rapporto con una persona particolarmente amata viene messo in pericolo, siamo non solo ansiosi ma anche arrabbiati.
Come risposte alla minaccia della perdita, ansia e rabbia vanno insieme. Non per nulla hanno la stessa radice etimologica. Spesso, nelle situazioni descritte, la rabbia è funzionale. Perciò, nel luogo giusto, al momento giusto ed al livello giusto, la rabbia non solo è appropriata ma può essere indispensabile. In ogni caso, l’obiettivo del comportamento di rabbia è lo stesso: proteggere un rapporto che ha un valore molto particolare per la persona arrabbiata. Stando così le cose, è necessario chiarire perché alcuni rapporti specifici, spesso chiamati rapporti d’amore, debbano divenire così importanti nella vita di ciascuno di noi.
I rapporti specifici, che se minacciati possono suscitare rabbia, sono di tre tipi principali: rapporti con un partner sessuale, fidanzato o coniuge, rapporti con i genitori, rapporti con i figli. Ognuno di questi rapporti è carico di forti emozioni.

La tesi di Bowlby consiste nel considerare gran parte della violenza disadattiva della famiglia come una versione distorta e sproporzionata di un comportamento potenzialmente funzionale, in particolare il comportamento di attaccamento da un lato, ed il comportamento di allevamento dall’altro.
Appare evidente che cure sensibili e amorevoli determinano nel bambino lo svilupparsi della fiducia che gli altri saranno disposti ad aiutarlo se necessario, il divenire sempre più sicuro di sé e coraggioso nell’esplorare il mondo, collaborativo con gli altri, ed anche empatico e di sostegno per altri in difficoltà.
Al contrario, quando al comportamento di attaccamento del bambino si risponde lentamente e malvolentieri, come se si fosse disturbati, il bambino può attaccarsi in modo ansioso e divenire apprensivo per paura che chi lo accudisca scompaia o non sia di aiuto nel momento di bisogno e perciò è restio ad allontanarsi dalla madre, obbedisce malvolentieri ed in modo ansioso ed è indifferente ai problemi altrui. Se inoltre il bambino è rifiutato attivamente dagli adulti che lo accudiscono, può sviluppare un modello di comportamento in cui l’evitamento compare con il desiderio di vicinanza e di cure ed il comportamento di rabbia tende a divenire prominente.

Bambini maltrattati

Considerando gli effetti sullo sviluppo di personalità dei bambini maltrattati, dobbiamo tenere presente che le aggressioni fisiche non sono le uniche forme di ostilità che questi bambini hanno sperimentato da parte dei genitori. In moltissimi casi infatti gli attacchi fisici non sono che la punta dell’iceberg, i segni manifesti di quelli che sono stati gli episodi ripetuti di un rifiuto ostile, verbale e fisico. Perciò nella maggior parte dei casi gli effetti psicologici possono essere considerati come il prodotto di un rifiuto e di un disinteresse prolungato ed ostile. Ciononostante, le esperienze dei singoli bambini possono variare ampiamente.
Alcuni, ad esempio, possono ricevere delle cure materne sufficientemente buone e subire solo raramente esplosioni di violenza da parte di un genitore. Per questi motivi non c’è da sorprendersi del fatto che anche lo sviluppo socioemotivo dei bambini può variare. Qui di seguito vengono descritti alcuni risultati che sembrano essere tipici.
Gli studiosi che hanno osservato questi bambini nelle loro case o altrove li descrivono variamente come depressi, passivi e inibiti, “dipendenti” e ansiosi, arrabbiati e anche aggressivi. Graensbauer e Sands nel confermare questo quadro, sottolineano quanto possa essere disturbante un comportamento del genere per chi si prende cura del bambino. I bambini non riescono a partecipare al gioco e mostrano di divertirsi poco o affatto.
Spesso l’espressione del sentimento è così attenuata che è facile non rilevarla, o altrimenti è ambigua e contrastante. Il pianto può essere prolungato e insensibile al conforto; la rabbia può insorgere rapidamente, violenta e non facilmente risolubile.
Una volta stabiliti, questi schemi tendono a persistere.

Donne maltrattate

Passiamo ora ad esaminare il comportamento degli uomini che maltrattano le loro ragazze o mogli.
L’ipotesi che la maggioranza di uomini sia costituita da bambini maltrattati ora cresciuti è confermata da molte ricerche. Uno studio rilevava che da quanto riferivano le mogli, 51 su 100 uomini violenti erano stati picchiati a loro volta da bambini. Inoltre, 33 su 100 uomini erano stati già accusati di altri reati di violenza. Le ricerche mostrano che la maggioranza di delinquenti violenti proviene da famiglie in cui essi stessi hanno ricevuto un trattamento crudele e brutale.
Infine troviamo che molte delle mogli picchiate provengono da famiglie disturbate e rifiutanti dove in minoranza significativa sono state picchiate da bambine. Queste esperienze le hanno condotte a lasciare la loro casa durante l’adolescenza, a legarsi con quasi il primo uomo conosciuto, proveniente molto spesso da un ambiente simile al loro, e a restare presto incinte. Il doversi occupare di un bambino piccolo crea mille problemi alla ragazza che è impreparata ed ha un attaccamento ansioso; inoltre le attenzioni che rivolge al bambino provocano un’intensa gelosia nel suo partner. Questi sono alcuni dei processi attraverso cui si perpetua un ciclo intergenerazionale di violenza.
I modelli di interazione in alcune di queste famiglie sono risultati abituali: la coppia si separava ripetutamente per ritornare insieme solo dopo pochi giorni o settimane.
Talvolta, dopo le dure parole della moglie, il marito se ne andava per conto suo, per ritornare dopo poco tempo. Oppure la moglie, aggredita fisicamente dal marito, se ne andava con i figli, ma ritornava in pochi giorni alla stessa identica situazione.
Quello che appariva veramente straordinario era la durata di alcuni di questi matrimoni: che cosa teneva uniti i due partner?
È emerso che sebbene apparentemente la scena fosse dominata dalla violenza del marito e dalle parole minacciose e rabbiose della moglie, ogni partner era legato profondamente anche se in modo ansioso all’altro ed aveva sviluppato una strategia per controllare l’altro e per evitare di essere abbandonato.
Venivano utilizzate varie tecniche, soprattutto coercitive, molte delle quali potevano sembrare ad un estraneo di un genere non solo estremo ma controproducente.
Ad esempio, erano frequenti le minacce di abbandono e di suicidio, non erano rari gli atti di suicidio. Questi ultimi producevano in genere l’effetto di assicurarsi rapidamente l’attenzione premurosa del partner anche se facevano insorgere il suo senso di colpa e la sua rabbia. Si è visto che la maggior parte dei tentativi di suicidio erano in reazione ad eventi specifici, in particolare ad abbandono reali o minacciati.
Una tecnica coercitiva, utilizzata soprattutto dagli uomini, consisteva nell'”imprigionare” la moglie chiudendola dentro casa, chiudendo a chiave i suoi vestiti, oppure tenendosi tutti i soldi e facendo la spesa per evitare alla moglie di vedere chiunque altro. L’attaccamento fortemente ambivalente di un uomo che adottava questa tecnica era tale che non solo rinchiudeva la moglie dentro casa, ma la rinchiudeva anche fuori. La buttava fuori casa dicendole di non tornare mai più, ma dopo che lei si trovava per strada, la rincorreva e la portava indietro fino all’appartamento.
Una terza tecnica coercitiva consisteva nel picchiare. Come diceva un uomo, nella sua famiglia le cose si chiedevano sempre con i pugni. Nessuna donna gradiva questo trattamento, ma alcune ne ottenevano una certa soddisfazione. È risultato che nella maggioranza di questi matrimoni, ogni individuo tendeva a sottolineare quanto fosse indispensabile per l’altro, mentre non riconosceva il proprio bisogno del partner. Naturalmente, intendevano per bisogno ciò che Bowlby chiama il desiderio di una figura che li accudisse. Erano terrorizzati soprattutto dalla solitudine.

È proprio perchè in queste famiglie gli schemi tendono a perpetuarsi e le persone vengono coinvolte in rapporti contrastanti e ambivalenti senza esserne pienamente consapevoli che diviene necessario per loro richiedere un aiuto esterno, parlarne con amici, familiari e/o rivolgersi ad un professionista per elaborare assieme tali vissuti.

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Bibliografia

  • La violenza nella famiglia, John Bowlby, Terapia Familiare, 1986.
  • Attaccamento e perdita, John Bowlby, ed. Boringhieri, 1983.