Hikikomori

Il termine hikikomori è stato coniato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki che, con tale espressione, voleva indicare un fenomeno socialmente preoccupante emerso in Giappone circa dieci anni prima.

Si trattava di una volontaria reclusione di alcuni soggetti che decidevano di chiudersi completamente nella loro stanza per lunghi periodi di tempo, addirittura anni, rifiutando qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno. È una condizione che nasce e si manifesta prevalentemente in Giappone e si diffonde poi in Corea e in Cina e negli ultimi anni anche negli Stati Uniti, in Australia e in Europa.

In Italia i primi casi di hikikomori sono stati registrati intorno al 2007/2008. Riuscire ad identificare una data di comparsa del fenomeno non significa che il problema sia sorto all’improvviso, anzi è possibile ipotizzare che esistesse da tempo, ma che le famiglie e i professionisti non gli avessero dato particolare attenzione.

Gli hikikomori italiani possono essere definiti come quei soggetti che non rifiutano a priori la società, anzi fanno di tutto per poterne fare parte, ma, a causa di specifici fattori individuali (pensieri disfunzionali, alti livelli di ansia, bassa autostima, scarso senso di autoefficacia, attribuzioni di causa dei fallimenti tendenzialmente interna) e contestuali (società complessa caratterizzata da rapidi e profondi mutamenti, da richieste sempre maggiori, da ritmi di vita sempre più frenetici), arrivano a maturare l’idea di non essere idonei per stare nella società e che, quindi, l’unica soluzione possibile è quella di rinchiudersi nella propria stanza.

A ciò si aggiunge anche la convinzione che tramite l’isolamento si diventi autonomi e liberi perché non si è più costretti a fare ciò che gli altri si aspettano. Come quelli giapponesi, anche gli autoreclusi italiani sono di solito soggetti molto brillanti, intelligenti, creativi e introversi che possono essere definiti hikikomori nel momento in cui esibiscono ritiro sociale da almeno 6 mesi, precedente fobia scolare, dipendenza da Internet e inversione del ritmo circadiano.

Si riscontrano casi di giovani che abbandonano la scuola per rinchiudersi nella propria stanza, mantenendo però alcune forme di contatto con la famiglia (mangiare insieme, parlare solo con alcuni membri ecc.), giovani che rifiutano qualsiasi forma di attività sociale.
L'”identikit” di un hikikomori si riscontra maggiormente nel sesso maschile, tra i 14 e i 30 anni, solitamente sono ragazzi introversi, intelligenti, sensibili e critici e negativi verso la società.

Tra i campanelli di allarme per i quali diventa utile rivolgersi ad un professionista, ad un aiuto esterno, vi sono:

  • Rifiuto saltuario di andare a scuola o addirittura abbandono
  • Alterazione del ritmo sonno – veglia
  • Preferenza di attività solitarie
  • Abbassamento del tono dell’umore
  • Abuso delle nuove tecnologie
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I disturbi di personalità

Il presente articolo è un’esposizione dei principali criteri contenuti nel DSM- IV per la classificazione dei disturbi di personalità.
I disturbi sono raccolti in tre gruppi, denominati con le lettere A, B, C.

Il GRUPPO A include i disturbi definiti “strani” o “eccentrici”, il GRUPPO B cosiddetto “drammatico” ed infine il GRUPPO C che include i disturbi “ansiosi”.

È importante precisare che la maggior parte dei pazienti non soddisfa la totalità dei criteri di un determinato disturbo, piuttosto manifesta una combinazione dei tratti patologici dei disturbi di personalità inclusi nel DSM-IV.

GRUPPO A

Criteri diagnostici per il disturbo paranoide di personalità

Diffidenza e sospettosità pervasive nei confronti degli altri, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Sospetta, senza una base ragionevole, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubita senza giustificazione della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • È riluttante a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possono essere usate contro di lui;
  • Scorge significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Porta costantemente rancore, cioè non perdona le critiche, le ingiurie o le offese;
  • Percepisce attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, ed è pronto a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetta in modo ricorrente, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner.

Disturbo schizoide di personalità

Una modalità pervasiva di diffidenza verso le relazioni sociali e una gamma ristretta di espressioni emotive, in contesti interpersonali, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti, come indicato da quattro o più dei seguenti elementi:

  • Non desidera nè prova piacere nelle relazioni strette, incluso il far parte di una famiglia;
  • Quasi sempre sceglie attività solitarie;
  • Dimostra poco o nessun interesse per le esperienze sessuali con un’altra persona;
  • Prova piacere in poche o nessuna attività;
  • Non ha amici stretti o confidenti, eccetto i parenti di primo grado;
  • Sembra indifferente alle lodi e alle critiche degli altri;
  • Mostra freddezza emotiva, distacco e affettività appiattita.

Disturbo schizotipico di personalità

Una modalità pervasiva di relazioni sociali e interpersonali deficitaria, evidenziate da disagio acuto e ridotta capacità riguardanti le relazioni strette e da distorsioni cognitive e percettive ed eccentricità del comportamento, che compaiono nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti.

  • Idee di riferimento;
  • Credenze strane o pensiero magico;
  • Esperienze percettive insolite, incluse illusioni corporee;
  • Pensiero e linguaggio strani (ad esempio vago, circostanziato, iperelaborato o stereotipato);
  • Sospettosità e ideazione paranoide;
  • Affettività inappropriata o coartata;
  • Comportamento o aspetto strani, eccentrici o peculiari;
  • Nessun amico stretto o confidente, eccetto i parenti di primo grado;
  • Eccessiva ansia sociale.

GRUPPO B

Disturbo antisociale di personalità

Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta fin dall’età di 15 anni, come indicato da tre o più dei seguenti elementi:

  • Incapacità di conformarsi alle norme sociali per ciò che concerne il comportamento legale, come indicato dal ripetersi di condotte suscettibili di arresto;
  • Disonestà, come indicato dal mentire, usare falsi nomi, o truffare gli altri ripetutamente, per profitto o per piacere personale;
  • Incapacità di pianificare o impulsività;
  • Irritabilità o aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti;
  • Inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri;
  • Irresponsabilità abituale, come indicato dalla ripetuta incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa, o di far fronte a obblighi finanziari;
  • Mancanza di rimorso.

Disturbo borderline di personalità

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sè e dell’umore e una marcata impulsività, comprese nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da uno o più dei seguenti elementi:

  • Sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
  • Un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
  • Alterazione dell’identità: immagine di sè e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
  • Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
  • Ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
  • Instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore;
  • Sentimenti cronici di vuoto;
  • Rabbia immotivata e intensa difficoltà a controllare la rabbia.

Disturbo narcisistico di personalità

Un quadro pervasiveo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • Ha un senso grandioso di importanza;
  • È assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza e di amore ideale;
  • Crede di essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da persone speciali o di classe elevata;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto;
  • Sfruttamento interpersonale, cioè si approfitta degli altri per i propri scopi;
  • Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;
  • Ė spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino;
  • Mostra atteggiamenti o comportamenti arroganti e presuntuosi.

Disturbo istrionico di personalità

Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • È a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione;
  • L’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante;
  • Costantemente utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sè;
  • Lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e privo di dettagli;
  • Mostra autodrammatizzazione, teatralità ed espressione esagerata delle emozioni;
  • È suggestionabile, cioè facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze;
  • Considera le relazioni più intime di quanto non lo siano realmente.

GRUPPO C

Il GRUPPO C, definito “ansioso” include i distubi evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo, accomunatiappunto da livelli elevati di ansia.

Disturbo evitante di personalità

Un quadro pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità al giudizio negativo, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Evita attività lavorative che implicano un significativo contatto interpersonale, perché teme di essere criticato, disapprovato o rifiutato;
  • È riluttante nell’entrare in relazione con persone, a meno che non sia certo di piacere;
  • È inibito nelle relazioni intime per il timore di essere umiliato o ridicolizzato;
  • Si preoccupa di essere criticato o rifiutato in situazioni sociali;
  • È inibito in situazioni interpersonali nuove per sentimenti di inadeguatezza;
  • Si vede come socialmente inetto, personalmente non attraente o inferiore agli altri;
  • È insolitamente riluttante ad assumere rischi personali o a impegnarsi in qualsiasi nuova attività, poiché questo può rivelarsi imbarazzante.

Disturbo dipendente di personalità

Una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione, che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  • Ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni;
  • Ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte degli accadimento della sua vita;
  • Ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione;
  • Ha difficoltà a iniziare progetti o a fare cose autonomamente;
  • Può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli;
  • Si sente a disagio o indifeso, ma si tratta soltanto di timori esagerati di essere incapace di provvedere a se stesso;
  • Quando termina una relazione stretta, ricerca urgentemente un’altra relazione come fonte di accudimento e supporto;
  • Si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.

Disturbo ossessivo–compulsivo di personalità

Un quadro pervasivo di preoccupazione per l’ordine, perfezionismo e controllo mentale e interpersonale, a spese di flessibilità, disponibilità ed efficienza, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più)dei seguenti elementi:

  • Attenzione per i dettagli, le regole, le liste, l’ordine, l’organizzazione o gli schemi, al punto che va perduto lo scopo principale dell’attività;
  • Mostra un perfezionismo che interferisce con l’assorbimento dei compiti;
  • Eccessiva dedizione al lavoro e alla produttività, fino all’esclusione delle attività di svago e delle amicizie;
  • Esageratamente coscienzioso, scrupoloso, inflessibile in tema di moralità, etica e valori;
  • È incapace di gettare via oggetti consumati o di nessun valore, anche quando non hanno alcun significato affettivo;
  • È riluttante a delegare compiti o a lavorare con altri, a meno che non si sottomettano esattamente al suo modo di fare le cose;
  • Adotta una modalità di spesa improntata all’avarizia, sia per sé che per gli altri; il denaro è visto come una cosa da accumulare in vista di catastrofi future;
  • Manifesta rigidità e testardaggine.
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Bibliografia

  • “I disturbi di personalità” di Paul M.G Emmelkamp e Jan Henk Kamphuis, ed il Mulino, 2007.

Burn-out

La sindrome del Burn–out, definita una perdita progressiva di idealismo, energia, motivazione, interesse, vissuta dagli operatori come risultato delle condizioni del loro lavoro, ė caratterizzata da esaurimento fisico, sentimenti di impotenza e disperazione, sensazione di vuoto emotivo e dallo svilupparsi di un concetto di sé e atteggiamenti – verso il lavoro, la vita e gli altri – negativi.
Essa può presentarsi in qualunque contesto lavorativo stressante, ma ė più frequente nei mestieri che richiedono impegno emotivo e in cui si è costantemente in rapporto con le persone e i loro problemi, spesso non del tutto risolvibili con gli strumenti e le competenze professionali.

Il burn–out, che può essere considerato come la reazione a una serie di tentativi falliti di far fronte a condizioni ambientali negative, ė una risposta di disimpegno e chiusura di fronte a stimoli stressanti eccessivi e accumulati.
Nelle professioni legate all’assistenza si sviluppa in tre stadi: dapprima l’operatore individua uno squilibrio fra richieste degli utenti e risorse disponibili, tra i fini che si pone e i mezzi della propria organizzazione; poi avverte stanchezza, fatica psicologica, frequente irritabilità, demotivazione; infine sviluppa atteggiamenti di rigidità, cinismo o distacco emotivo e tende a trattare gli utenti in modo meccanico e impersonale.

Tale sindrome è quindi conseguenza dello stress ed ė innescata contemporaneamente da fattori individuali, organizzativi e sociali.
Il conflitto tra bisogni di affermazione dell’io e paura delle possibili conseguenze sociali negative della proclamata diversità da un lato (solitudine), e quello tra desideri di appartenenza a un “noi” (coppia, famiglia, organizzazione lavorativa) e timore di essere soffocati, di perdere la propria identità, di diventare come tutti gli altri, di essere costretti a conformarsi ecc, dall’ altro lato, sono problemi esistenziali che hanno tormentato gli esseri umani probabilmente dai tempi delle prime aggregazioni sociali.

Quando la persona si accorge che questi sintomi le creano disagio a tal punto da non riuscire a presenziare al lavoro o rapportarsi con i colleghi, percependo la propria immagine come inadeguata e negativa, ė bene che richieda l’aiuto necessario per superare questo momento di difficoltà.

I giovani e il suicidio

Intorno al suicidio convergono numerosi pregiudizi. Essi sono mantenuti e indotti da un atteggiamento istintivamente difensivo che porta l’opinione pubblica, spesso maldestramente informata dai mezzi di comunicazione di massa, a prendere le distanze da un evento così sconvolgente; altre volte, i pregiudizi e i luoghi comuni sono scorciatoie e semplificazioni interpretative anch’esse ansiolitiche, tendenti a riparare dall’angoscia indotta dalla complessità dell’evento.
Il suicidio, così come il tentato suicidio, è in genere preceduto da una serie di segnali che, se capiti in tempo, possono mettere preventivamente in allarme chi ha più stretti rapporti con la persona a rischio.
L’evento impulsivo nasconde sempre e comunque un disagio antico, lungo a volte quanto la vita stessa della vittima.
E’ noto che la solitudine rappresenta una delle condizioni più ricorrenti tra i giovani suicidi; occorre tuttavia ricordare che la solitudine è qui intesa come isolamento sia emotivo che sociale.
Alcuni autori hanno infatti dimostrato che ciò che pesa di più nella vita di un adolescente con condotte suicidarie non è tanto il non avere rapporti amicali, quanto piuttosto il non avere veri amici con i quali potersi confidare e sui quali confidare.
Secondo alcuni autori gli adolescenti che hanno tentato il suicidio hanno vissuto, nei sei mesi precedenti l’atto, un evento significativamente negativo.
Le esperienze traumatiche più comuni sono la separazione o il divorzio dei genitori o, anche, la nuova unione sentimentale di uno dei due; ma anche un ambiente familiare che, pur non arrivando a ciò, sia oppresso da un costante clima di tensione può costituire un fattore così stressante da indurre nell’adolescente sentimenti di rifiuto, vissuti di mancanza di sostegno affettivo che, a loro volta, possono produrre una carenza di autostima tale da provocare comportamenti controaggressivi.

Fra i fattori precipitanti più frequenti tra i giovani vi sono anche la rottura di un legame sentimentale, i problemi scolastici e i guai con la giustizia, l’abuso di droghe e alcol, la perdita di una persona cara o di un genitore.
Tra le ragioni che causano negli adolescenti un livello di stress correlabile alle condotte suicidarie grande rilievo e notevole interesse ha, ancorchè poco esplorata, la sfera della sessualità e in particolare l’omosessualità.
Altri eventi che ricorrono nelle storie di giovani donne che hanno tentato il suicidio sono la gravidanza non voluta o rifiutata e la molestia sessuale.
I precedenti tentativi di suicidio costituiscono certamente un fattore importante.
Come già accennato , cosi’ come l’integrità del nucleo familiare può costituire un elemento protettivo nei confronti del fenomeno del suicidio degli adolescenti, la sua fragilità rappresenta, al contrario, un sicuro elemento di rischio.

Comunque sia l’idea o il proponimento di suicidarsi è, specialmente tra i giovani, un processo graduale che tende a concretizzarsi a mano a mano che nuclei di depressività, senso si sfiducia, di disistima o la sensazione che non vi sia più nulla da fare si fanno strada nella psicologia dell’individuo.
Troppo spesso l’ideazione suicidaria è vissuta con vergogna, il che rischia di isolare ancor più la persona e di farla sentire anomala; in questo modo i suoi problemi non possono che ingigantirsi, apparendo insolubili.
Il parlarne, superando l’inevitabile diffidenza e riottosità, non può che sollevare la persona da una penosa sensazione di incomunicabilità: comunicare il suicidio può significare, in questa situazione, infrangere un tabu’, costringere a pensare ai propri problemi senza l’alibi del vissuto di anormalità.

La depressione post-partum

C’è un aspetto della giovane madre al quale bisogna prestare molta attenzione, che è la cosiddetta depressione post-partum o depressione puerperale, un perfido male in agguato. Il meccanismo ipotizzato pare sia il seguente.
Nella gravidanza, la natura ha previsto che certi ormoni abbiano un’azione distensiva, sedativa sulle cellule nervose. Alcuni metaboliti del progesterone hanno addirittura evidenziato un effetto sedativo 200 volte superiore a quello dei barbiturici.
Durante la gravidanza la donna beneficia dal punto di vista psicologico del ruolo “rasserenante” svolto da questo cambiamento ormonale.
Si verificano, certo, casi di depressione anche in gravidanza, ma solitamente per le donne questo è effettivamente un periodo sereno: persino le donne che durante la loro vita hanno sofferto di ansie o depressione dicono di non essersi mai sentite così bene.
Anche certe gravidanze inizialmente rifiutate, con conflitti e tensioni, vengono poi accettate forse grazie anche all’azione di questi ormoni.
Il problema può invece emergere al termine della gravidanza.
E si ipotizza che sia, almeno in parte, collegato all’espulsione della placenta, un organo dotato di un importante attività ormonale.
È un cambiamento improvviso, che scombussola ancora una volta gli equilibri ormonali interni della donna. In particolare, provocherebbe la mancanza degli ormoni dotati di un’azione sedativa e forse anche antidepressiva.
Spesso, quindi, durante l’allattamento, affiora un lieve stato melanconico, che col passare dei giorni si associa a uno stato di ansia e apprensione dovuto alle responsabilità delle cure nei confronti del bambino. Poi c’è la stanchezza causata dal sonno interrotto e anche dai pianti del bambino.
Alcuni ritengono invece che sia soprattutto la montata lattea e l’azione della prolattina ad agire sui centri dell’emotività rendendo certe madri più sensibili e più inclini al pianto.
In passato, quando si viveva in famiglie allargate, tutto ruotava intorno al neonato e anche intorno alla puerpera, che aveva così un maggior sostegno.
Oggi la madre invece torna a casa e spesso rimane tutto il giorno sola, senza nemmeno il marito, assente per lavoro.
Queste “melanconie”, peraltro, sono passeggere e scompaiono da sole abbastanza rapidamente. Non si può parlare quindi di depressione vera e propria.
La vera depressione, invece, è cosa ben diversa. È una brutta bestia che colpisce un numero ristretto di madri e che può peggiorare col tempo.
A volte in modo drammatico. Perché può essere l’innesco di una malattia molto seria, che scatena i disturbi dell’umore e disturbi dell’ansia.
In particolare certe donne che hanno in famiglia casi di depressione bipolare hanno maggiori probabilità di “esordire” con una loro depressione dopo il parto.
Naturalmente bisogna distinguere tra varie forme depressive di diversa gravità e che sono tutt’altra cosa rispetto a quella transitoria melanconia che è invece spesso associata al solo periodo che segue il parto.
In passato molte donne hanno sofferto di depressione suscitata dal parto.
Ma allora non si conoscevano anche i meccanismi biochimici legati a questa malattia. Veniva vista come una condizione dovuta alla prostrazione del dopo parto, un esaurimento nervoso da curare con ricostituenti e con frasi affettuose: “Su non fare così…tutti ti vogliono bene! Pensa al tuo bambino, vedrai che ti passerà! Esci, distraiti un po’!…”.
Oggi si sa che non è un problema di nutrizione, né tanto meno di buona volontà da parte di chi è veramente depresso.
È un male che colpisce dentro, in profondità: il depresso si sente come in fondo a un pozzo dal quale non riesce più a uscire.
Per questo è importante non lasciare che la depressione si installi.
Da psicoterapeuta il mio parere è che è importante curare soprattutto le forme gravi di depressione con il farmaco giusto (non separo l’aspetto psicologico da quello fisiologico quando sono così interconnessi), ma altrettanto rilevante è un aiuto psicologico che aiuti ad affrontare questo momento di vita così delicato per la giovane madre.

A parte il cancro tutto bene

E’ molto difficile parlare del brutto male “Il cancro” e spesso anche nominarlo non è semplice.
In questa battaglia il ruolo della famiglia è fondamentale come sostegno alla persona nell’accompagnarla in tale percorso con amore, forza, condivisione, rispetto e talvolta silenzio. Leggendo il libro di Corrado Sannucci “Io e la mia famiglia contro il male, a parte il cancro tutto bene”, mi hanno colpito delle parole del protagonista che ha vissuto in prima persona questa battaglia.
Credo siano esaustive del vissuto che può attraversare corpo, anima e mente di una persona alla quale viene diagnosticato il cancro.
Per questo riporto di seguito una parte di tale testimonianza di vita.

“Sono perseguitato dalle domande inutili di chi vuole essere partecipe alla mia battaglia.
La prima è: come ti senti? La realtà è che io non mi sento in nessun modo. Nessuna attività che percepisco del mio corpo ha attinenza con la mia effettiva condizione. Il fante nella trincea non giudica il suo stato dal fango che ha sugli scarponi, ma dal fuoco che lo attende appena alzerà la testa.
Il mio corpo è tutt’altro che muto, è un caleidoscopio di reazioni. E’ debole, fortificato dal doping cortisonico, iroso e poi euforico; non mi fa dormire, mi fa camminare a fatica, si riempie di ematomi dove è punto dagli aghi, dopo pochi gradini dona un affanno sconosciuto a un vecchio jogger come me. Non c’è un solo minuto in cui taccia e si astenga da riflessi, risposte, adattamenti. Le mani si stanno seccando, i capelli inaridendo dalle punte. Le ossa dolgono, come le travi di un palcoscenico cigolano calpestate da attori corpulenti. Ascolto e registro questi terremoti: ma sono i terremoti di una stella sulla quale non abito.
Io non “sto bene” perché oggi l’insonnia si è arresa tra le 5 e le 7.
Non “sto peggio” perché il quadricipite femorale ormai non riesce neanche a farmi tenere il passo di mia figlia all’uscita da scuola, quando scappa per inseguire un compagno di classe.
Non sono migliorato se le mie papille gustative si degnano di raccogliere il sapore delle verdure, non sono peggiorato se invece la mia nutrizione passa solo per i sapori brutali del gorgonzola.
Questo cinematografo degli organi e dei sensi non mi riguarda. Sono sensazioni alle quali puoi credere solo se credi alla verità di un bacio tra due attori: ma non raggiungono il mio intelletto, non riescono ad accreditarsi presso di lui.
Non assurgono a dignità di miei sentimenti, non glielo permetto. La mia anima è intatta, regge all’assedio del vociare del corpo. Nulla del mio pensiero deve venire intaccato.
Non misuro i miei cambiamenti fisici. Sono ingrassato per il cortisone, ma dimagrire o ingrassare non mi allontanerà o avvicinerà di un centimetro alla mia meta.
Quando mi sveglio la mattina non certifico la stanchezza o il vigore. La mia vigilanza diuturna, continua, assoluta, prescinde dalle ore che ho dormito.
Non mi sfugge niente dal vulcano interiore: ma io non mi “sento” bene o male se la lava scorre nella sua sciarra o invade e distrugge i campi.
Ho invece una percezione netta, scultorea, del mio impegno e della mia determinazione.
La domanda gradita sarebbe proprio questa: la tua anima è ancora salda?
Non me la fa nessuno”.

Certo queste parole profonde testimoniano anche una forza d’animo, una determinazione e un amore per la vita del tutto ammirabili.

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Riferimenti bibliografici

  • “Io e la mia famiglia contro il male”, di Corrado Sannucci, Ed. Mondadori, 2008.

Disturbo post traumatico da stress e relazioni

Secondo il DSM-IV il disturbo post traumatico da stress è caratterizzato dal rivivere un evento estremamente traumatico, vissuto con sentimenti di terrore, impotenza e orrore.
Tale evento può essere rivissuto in diversi modi.
Il soggetto sperimenta di nuovo nell’immaginazione e nei pensieri il trauma relativo all’evento terrificante che lo ha colpito. Egli percepisce e sente ancora vivo il dolore fisico e psichico provato.
Può avere subito eventi di morte o di minaccia di perdita della vita e dell’integrità fisica che riguardano personalmente lui o persone care come partner, figli, genitori. L’evento si può presentare anche periodicamente nei sogni, in allucinazioni e momenti dissociativi.
Il soggetto è colpito da profondo disagio soprattutto di fronte a fattori interni ed esterni che possono scatenare per la loro somiglianza l’esperienza vissuta.
Nei bambini piccoli sovente accade che ripetutamente si rimanifestino le sequenze specifiche del trauma subito. Il soggetto evita tutto ciò che può essere associato alla sua esperienza traumatica e soprattutto farà ogni sforzo per non ricordare e non trovarsi con persone presenti nella tragica circostanza o in luoghi che gli possono evocare l’evento terrificante.
Talvolta può avere difficoltà nel ricordare qualche aspetto della sua esperienza e mostrare un’affettività ridotta che lo porta ad adottare comportamenti indifferenti e distaccati nei confronti degli altri.
Sono presenti elementi simili a quelli depressivi come la diminuzione di interesse e piacere, di partecipazione delle attività e alle relazioni sociali. Si teme di non poter avere una vita normale ma di viver minor tempo e di non riuscire a realizzare gli obiettivi della popolazione media (per esempio carriera, matrimonio, figli).
Spesso si verifica un forte aumento del livello di ansia e di tensione.
Il soggetto ha difficoltà nel dormire, irritabilità, incapacità di concentrarsi, ipervigilanza. Vive in un continuo stato di allarme. La durata del disturbo è superiore a un mese (è definito acuto se inferiore ai tre mesi e cronico se superiore).
Il disturbo crea un disagio significativo o compromette le aree di funzionamento globale. Il disturbo acuto da stress è caratterizzato da sintomi simili a quelli presenti nel disturbo post- traumatico da stress che si verificano immediatamente a seguito di un evento estremamente traumatico, ma a differenza di quest’ultimo, dura da un minimo di due giorni a un massimo di quattro settimane. Inoltre l’espressione sintomatologica generalmente appare più acuta e potrebbero presentarsi fenomeni di derealizzazione e depersonalizzazione.
Mai come in questo caso è significativo indagare le circostanze dell’insorgenza del sintomo. A questo proposito è anche utile sapere in quale particolare periodo e contesto di vita del soggetto si è verificato l’evento.
E’ interessante esplorare come è stato vissuto e rappresentato l’evento traumatico, in che modo la persona lo sta elaborando, quali aspetti della personalità sono minacciati, se vi sono aree di funzionalità compromesse.
Importantissimo è sapere se l’episodio ha scatenato la manifestazione e lo sviluppo di nuclei patogeni della personalità.
E’ opportuno anche indagare se, e in che modo, la percezione di sé è stata modificata in seguito all’esperienza subita e individuare il grado di strutturazione e di forza dell’Io, il livello di autostima, le strategie difensive, le risorse interne ed esterne per far fronte al trauma.
Nella mia pratica terapeutica adottando una psicoterapia sistemica e relazionale rivolgo attenzione anche alle relazioni e al sistema attorno all’individuo, considerando l’identità individuale come frutto delle relazioni significative che la persona ha intrattenuto e intrattiene nel corso della sua vita.
Per questo il percorso sull’individuo fornirà la persona degli “strumenti” utili per relazionarsi agli altri in maniera diversa e più soddisfacente.

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Bibliografia

  • ABC della psicopatologia, M. Falabella, ed. scientifiche Magi, 2001.
  • Manuale di psichiatria, P. Sarteschi, C. Maggini, ed. SBM, 1982.