Come sviluppare l’autostima nel bambino

Come giungono i bambini ad avere un livello alto o basso di autostima? In larga misura lo traggono dall’ambiente: interagendo con le persone e gli oggetti intorno a loro, ricevono di continuo nuove informazioni e raccolgono nuove percezioni su se stessi, che li portano a mantenere o a modificare il senso della propria dignità e valore.
Se il feedback è costantemente negativo, è molto probabile che l’autostima raggiunga un livello basso, mentre se invece comunica una sensazione di dignità e di valore, l’autostima tenderà a essere alta.

I bambini hanno bisogno di quel certo tipo di comunicazione con i genitori che li aiuti non solo a crescere e ad imparare, ma che sia anche in grado di stimolarli a sentirsi bene con se stessi.
Il primo passo da compiere per aiutare i nostri figli a sviluppare un senso di autostima è cercare di capire il modo in cui guardano il mondo e imparare ad accettarlo come quello più adeguato a loro in quella fase specifica dello sviluppo. I bambini ragionano in modo diverso dagli adulti. Molto spesso non sono in grado di pensare a nessuno se non a se stessi e molte volte trovano difficoltà a guardare avanti, a fare un piano in anticipo, a ricordare ciò che gli ė stato detto.
Nell’affrontare il compito di costruire nei propri figli il senso di autostima, è bene tenere a mente queste caratteristiche psicologiche infantili: I bambini tendono ad essere impulsivi, pretendono qualcosa e vogliono ottenerla subito, nelle prime fasi evolutive sono incapaci di rimandare la gratificazione, anche per breve tempo.

I bambini tendono ad essere egocentrici, i bambini sono il centro del loro mondo, sono egoisti: bene è ciò che dà loro piacere, male ciò che causa dolore. Man mano che crescono sono più disposti a considerare gli altri, ma solo se ottengono in cambio qualcosa (almeno all’inizio).
I bambini tendono a pensare in termini semplici e concreti. Con il termine “concretamente” intendiamo dire che i bambini pensano in termini di oggetti che possono vedere e toccare e di suoni che possono udire: sperimentano la vita attraverso i loro sensi.
I bambini tendono a cercare la ricompensa e a evitare la punizione, vanno a letto presto per farsi leggere una storia prima di dormire, oppure svolgono qualche piccola incombenza affidata loro per mettere una stellina in più sul “tabellone dei lavoretti” o colorano una figura per essere lodati dai genitori.

Allo stesso tempo i bambini cercano di evitare il disagio della punizione. Così per sottrarsene a volte non dicono la verità, danno la colpa agli altri e cercano di trovare scuse per evitare problemi.
I bambini inoltre si lasciano facilmente influenzare dall’ambiente in cui si trovano, differentemente dagli adulti trovano molto difficile resistere alle attrattive di ciò che li circonda.
Comprendere la natura dei bambini ci offre le fondamenta su cui costruire i nostri sforzi per aiutare i figli ad avere una visione positiva di se stessi e delle proprie capacità.
Quando riusciamo a trovare il tempo di ascoltare i nostri figli e siamo capaci di dar loro tutta la nostra attenzione quando ci parlano, la nostra comprensione ed empatia e sappiamo rendere con parole compiute i loro pensieri e sentimenti, tutto questo è un modo di comunicare loro che li accettiamo, che contano e sono importanti per noi.
Bisognerebbe cercare di rafforzare nei nostri bambini la convinzione di essere capaci e degni di affetto, lodandoli e abbracciandoli, coccolandoli; non esiste limite al bisogno di conferma e rassicurazione che hanno i bambini.
Alcuni genitori non lasciano ai propri figli un controllo sufficiente di se stessi, ma con la loro iperprotezione non fanno altro che comunicare loro un senso di inadeguatezza, una sensazione di incapacità.

Sarebbe invece importante riuscire a dare ai nostri figli un senso ragionevole di controllo della loro vita.
Da ultimo cerchiamo di dare ai nostri figli un’immagine positiva di noi stessi: questo è un principio molto saggio perché implica che i nostri figli possono afferrare e far loro il senso di autostima secondo il grado di autoconsiderazione che siamo capaci di modellare per loro.
Non possiamo controllare totalmente le emozioni e i sentimenti che proviamo nei confronti di noi stessi, ma siamo in grado, di controllare almeno entro certi limiti, il modo in cui parliamo di noi e il nostro modo di reagire alle circostanze di vita.
Dunque modellare per i nostri figli una sana autostima di noi stessi è fondamentale per sviluppare in loro un’autostima altrettanto sana verso sé stessi.

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Bibliografia

  • “Come sviluppare l’autostima del bambino” di Eugene Anderson, George Redman, Charlotte Rogers, edizioni Red, 2005.

Ragazzi violenti

Uno dei problemi centrali dei comportamenti violenti riguarda la comprensione del rapporto fra fattori costituzionali (endogeni) e fattori sociofamiliari (esogeni) nella loro determinazione.

Tenendo presente che nessuno di questi fattori può essere ritenuto causale se considerato in modo isolato, è possibile proporre un modello bidirezionale che considera una costante interazione tra le due classi di fattori. Secondo questo modello, il comportamento violento emerge come prodotto finale di una continua e reciproca interazione tra comportamento del bambino, effetti di tale comportamento sugli atteggiamenti dei genitori, tipo di personalità dei genitori e suoi effetti sulle modalità di accudimento del bambino. Tale modello descrive una costruzione progressiva sia del comportamento patologico del ragazzo che delle difficoltà dei genitori, all’interno di una visione che supera il punto di vista tradizionale e che affronta la natura dei comportamenti violenti da due prospettive separate: quella del deficit costituzionale interno al ragazzo e quella delle circostanze ambientali difettose.

Secondo questo modello bidirezionale soggetto e ambiente si influenzano reciprocamente in modo continuo nel corso dello sviluppo, andando a definire relazioni che servono poi da modello e tendono ad essere ripetute in ogni relazione successiva.

Nei ragazzi violenti è molto facile che un temperamento predisponente si associ ad un comportamento genitoriale coercitivo, ruvido o incoerente, che trasforma il tratto temperamentale in un disturbo stabile caratterizzato dal difetto di autocontrollo interno, dalla difficoltà a concepire le relazioni come stati mentali reciproci e dalla facilità ad assumere comportamenti violenti.

Il modello bidirezionale trova diverse assonanze con la descrizione degli antecedenti psicopatologici presenti in ragazzi che mettono in atto comportamenti violenti durante l’adolescenza.

Nella storia precoce di questi adolescenti violenti è infatti quasi sempre possibile rintracciare situazioni di carenza o di insoddisfazione che li imprigionato in relazioni povere che lasciano senza limite la loro sensazione di onnipotenza. Spesso nelle loro famiglie è mancata la funzione, abitualmente svolta dal padre, di chi riesce a dare regole e limiti a tale sensazione di onnipotenza ; altre volte, anche se fisicamente presente, il padre, a causa di problemi personali o a causa di un ruolo marginale datogli dalla moglie, non è in grado di svolgere il suo ruolo di autorità capace di dare limiti.

A partire da ciò, durante l’adolescenza si viene a creare una situazione nuova in quanto, a causa della sensazione di paura e di solitudine vissuta nella separazione da figure genitoriali non soddisfacenti, il bisogno di differenziazione e di indipendenza tipico di quest’età non può essere soddisfatto.

La violenza allora diviene il tentativo estremo per differenziarsi e assume il senso di un’azione che dà all’adolescente quella sensazione di forza, di autoaffermazione e di esistenza di cui ha estremo bisogno.

Il comportamento violento sottende quindi un disturbo di funzionamento mentale per cui l’attività simbolica, che abitualmente contribuisce a creare legami stabili tra pensieri, sentimenti, e emozioni ed azioni, viene rimpiazzata da una tendenza ad agire i propri stati d’animo, permettendo all’ adolescente di fuggire dal contatto con i vissuti depressivi suscitati dalle fragili relazioni precoci.

Perciò le azioni violente vengono sentite da questi adolescenti come qualcosa che dona un beneficio immediato, che calma le tensioni interne, che fornisce quella sensazione di potenza di cui ha così bisogno.

Il legame tra violenza e senso di potenza è d’altronde sottlineato dal significato etimologico della parola violenza, che trae la propria origine dalla parola latina vis, che significa appunto forza, potenza.

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Bibliografia

  • “Ragazzi violenti” di Filippo Muratori, ed. Il Mulino, 2005.

I disturbi di personalità

Il presente articolo è un’esposizione dei principali criteri contenuti nel DSM- IV per la classificazione dei disturbi di personalità.
I disturbi sono raccolti in tre gruppi, denominati con le lettere A, B, C.

Il GRUPPO A include i disturbi definiti “strani” o “eccentrici”, il GRUPPO B cosiddetto “drammatico” ed infine il GRUPPO C che include i disturbi “ansiosi”.

È importante precisare che la maggior parte dei pazienti non soddisfa la totalità dei criteri di un determinato disturbo, piuttosto manifesta una combinazione dei tratti patologici dei disturbi di personalità inclusi nel DSM-IV.

GRUPPO A

Criteri diagnostici per il disturbo paranoide di personalità

Diffidenza e sospettosità pervasive nei confronti degli altri, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Sospetta, senza una base ragionevole, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubita senza giustificazione della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • È riluttante a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possono essere usate contro di lui;
  • Scorge significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Porta costantemente rancore, cioè non perdona le critiche, le ingiurie o le offese;
  • Percepisce attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, ed è pronto a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetta in modo ricorrente, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner.

Disturbo schizoide di personalità

Una modalità pervasiva di diffidenza verso le relazioni sociali e una gamma ristretta di espressioni emotive, in contesti interpersonali, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti, come indicato da quattro o più dei seguenti elementi:

  • Non desidera nè prova piacere nelle relazioni strette, incluso il far parte di una famiglia;
  • Quasi sempre sceglie attività solitarie;
  • Dimostra poco o nessun interesse per le esperienze sessuali con un’altra persona;
  • Prova piacere in poche o nessuna attività;
  • Non ha amici stretti o confidenti, eccetto i parenti di primo grado;
  • Sembra indifferente alle lodi e alle critiche degli altri;
  • Mostra freddezza emotiva, distacco e affettività appiattita.

Disturbo schizotipico di personalità

Una modalità pervasiva di relazioni sociali e interpersonali deficitaria, evidenziate da disagio acuto e ridotta capacità riguardanti le relazioni strette e da distorsioni cognitive e percettive ed eccentricità del comportamento, che compaiono nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti.

  • Idee di riferimento;
  • Credenze strane o pensiero magico;
  • Esperienze percettive insolite, incluse illusioni corporee;
  • Pensiero e linguaggio strani (ad esempio vago, circostanziato, iperelaborato o stereotipato);
  • Sospettosità e ideazione paranoide;
  • Affettività inappropriata o coartata;
  • Comportamento o aspetto strani, eccentrici o peculiari;
  • Nessun amico stretto o confidente, eccetto i parenti di primo grado;
  • Eccessiva ansia sociale.

GRUPPO B

Disturbo antisociale di personalità

Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta fin dall’età di 15 anni, come indicato da tre o più dei seguenti elementi:

  • Incapacità di conformarsi alle norme sociali per ciò che concerne il comportamento legale, come indicato dal ripetersi di condotte suscettibili di arresto;
  • Disonestà, come indicato dal mentire, usare falsi nomi, o truffare gli altri ripetutamente, per profitto o per piacere personale;
  • Incapacità di pianificare o impulsività;
  • Irritabilità o aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti;
  • Inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri;
  • Irresponsabilità abituale, come indicato dalla ripetuta incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa, o di far fronte a obblighi finanziari;
  • Mancanza di rimorso.

Disturbo borderline di personalità

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sè e dell’umore e una marcata impulsività, comprese nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da uno o più dei seguenti elementi:

  • Sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
  • Un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
  • Alterazione dell’identità: immagine di sè e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
  • Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
  • Ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
  • Instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore;
  • Sentimenti cronici di vuoto;
  • Rabbia immotivata e intensa difficoltà a controllare la rabbia.

Disturbo narcisistico di personalità

Un quadro pervasiveo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • Ha un senso grandioso di importanza;
  • È assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza e di amore ideale;
  • Crede di essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da persone speciali o di classe elevata;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto;
  • Sfruttamento interpersonale, cioè si approfitta degli altri per i propri scopi;
  • Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;
  • Ė spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino;
  • Mostra atteggiamenti o comportamenti arroganti e presuntuosi.

Disturbo istrionico di personalità

Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • È a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione;
  • L’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante;
  • Costantemente utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sè;
  • Lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e privo di dettagli;
  • Mostra autodrammatizzazione, teatralità ed espressione esagerata delle emozioni;
  • È suggestionabile, cioè facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze;
  • Considera le relazioni più intime di quanto non lo siano realmente.

GRUPPO C

Il GRUPPO C, definito “ansioso” include i distubi evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo, accomunatiappunto da livelli elevati di ansia.

Disturbo evitante di personalità

Un quadro pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità al giudizio negativo, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Evita attività lavorative che implicano un significativo contatto interpersonale, perché teme di essere criticato, disapprovato o rifiutato;
  • È riluttante nell’entrare in relazione con persone, a meno che non sia certo di piacere;
  • È inibito nelle relazioni intime per il timore di essere umiliato o ridicolizzato;
  • Si preoccupa di essere criticato o rifiutato in situazioni sociali;
  • È inibito in situazioni interpersonali nuove per sentimenti di inadeguatezza;
  • Si vede come socialmente inetto, personalmente non attraente o inferiore agli altri;
  • È insolitamente riluttante ad assumere rischi personali o a impegnarsi in qualsiasi nuova attività, poiché questo può rivelarsi imbarazzante.

Disturbo dipendente di personalità

Una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione, che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  • Ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni;
  • Ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte degli accadimento della sua vita;
  • Ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione;
  • Ha difficoltà a iniziare progetti o a fare cose autonomamente;
  • Può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli;
  • Si sente a disagio o indifeso, ma si tratta soltanto di timori esagerati di essere incapace di provvedere a se stesso;
  • Quando termina una relazione stretta, ricerca urgentemente un’altra relazione come fonte di accudimento e supporto;
  • Si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.

Disturbo ossessivo–compulsivo di personalità

Un quadro pervasivo di preoccupazione per l’ordine, perfezionismo e controllo mentale e interpersonale, a spese di flessibilità, disponibilità ed efficienza, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più)dei seguenti elementi:

  • Attenzione per i dettagli, le regole, le liste, l’ordine, l’organizzazione o gli schemi, al punto che va perduto lo scopo principale dell’attività;
  • Mostra un perfezionismo che interferisce con l’assorbimento dei compiti;
  • Eccessiva dedizione al lavoro e alla produttività, fino all’esclusione delle attività di svago e delle amicizie;
  • Esageratamente coscienzioso, scrupoloso, inflessibile in tema di moralità, etica e valori;
  • È incapace di gettare via oggetti consumati o di nessun valore, anche quando non hanno alcun significato affettivo;
  • È riluttante a delegare compiti o a lavorare con altri, a meno che non si sottomettano esattamente al suo modo di fare le cose;
  • Adotta una modalità di spesa improntata all’avarizia, sia per sé che per gli altri; il denaro è visto come una cosa da accumulare in vista di catastrofi future;
  • Manifesta rigidità e testardaggine.
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Bibliografia

  • “I disturbi di personalità” di Paul M.G Emmelkamp e Jan Henk Kamphuis, ed il Mulino, 2007.

Burn-out

La sindrome del Burn–out, definita una perdita progressiva di idealismo, energia, motivazione, interesse, vissuta dagli operatori come risultato delle condizioni del loro lavoro, ė caratterizzata da esaurimento fisico, sentimenti di impotenza e disperazione, sensazione di vuoto emotivo e dallo svilupparsi di un concetto di sé e atteggiamenti – verso il lavoro, la vita e gli altri – negativi.
Essa può presentarsi in qualunque contesto lavorativo stressante, ma ė più frequente nei mestieri che richiedono impegno emotivo e in cui si è costantemente in rapporto con le persone e i loro problemi, spesso non del tutto risolvibili con gli strumenti e le competenze professionali.

Il burn–out, che può essere considerato come la reazione a una serie di tentativi falliti di far fronte a condizioni ambientali negative, ė una risposta di disimpegno e chiusura di fronte a stimoli stressanti eccessivi e accumulati.
Nelle professioni legate all’assistenza si sviluppa in tre stadi: dapprima l’operatore individua uno squilibrio fra richieste degli utenti e risorse disponibili, tra i fini che si pone e i mezzi della propria organizzazione; poi avverte stanchezza, fatica psicologica, frequente irritabilità, demotivazione; infine sviluppa atteggiamenti di rigidità, cinismo o distacco emotivo e tende a trattare gli utenti in modo meccanico e impersonale.

Tale sindrome è quindi conseguenza dello stress ed ė innescata contemporaneamente da fattori individuali, organizzativi e sociali.
Il conflitto tra bisogni di affermazione dell’io e paura delle possibili conseguenze sociali negative della proclamata diversità da un lato (solitudine), e quello tra desideri di appartenenza a un “noi” (coppia, famiglia, organizzazione lavorativa) e timore di essere soffocati, di perdere la propria identità, di diventare come tutti gli altri, di essere costretti a conformarsi ecc, dall’ altro lato, sono problemi esistenziali che hanno tormentato gli esseri umani probabilmente dai tempi delle prime aggregazioni sociali.

Quando la persona si accorge che questi sintomi le creano disagio a tal punto da non riuscire a presenziare al lavoro o rapportarsi con i colleghi, percependo la propria immagine come inadeguata e negativa, ė bene che richieda l’aiuto necessario per superare questo momento di difficoltà.

Adottare un figlio

Alla base della scelta adottiva c’è spesso una “sentenza crudele”: uno dei due partner, o entrambi, non possono procreare.
Una condanna spesso inappellabile che colpisce come una mannaia alla fine di lunghe e defatiganti analisi e visite mediche.
In questi casi succede che la coppia viva l’adozione come un ripiego, come l’unica via d’uscita al tradimento subito dal proprio corpo.
Il desiderio di un figlio proprio, in cui specchiarsi e nel quale cercare le somiglianze fin dal giorno in cui siete sicuri della sua permanenza nell’utero materno, è certamente forte e comprensibile.
Ancora oggi la maggior parte delle coppie che si rivolgono all’adozione lo fanno, almeno inizialmente, come ultima spiaggia prima della rinuncia definitiva ad avere figli.
Ma questo è sbagliato, e prima o poi anche queste coppie ne prendono coscienza: l’adozione non è mai, non può essere un ripiego a un figlio che non arriva.
L’emozione che si prova per un figlio adottato è in tutto simile a quella che si prova per un figlio “nato dalla pancia”.
Molte coppie, soprattutto quelle più giovani, all’inizio pensano all’adozione come a una risposta solidale ai problemi del mondo: sulla terra ci sono tanti bambini abbandonati che hanno bisogno di affetto, proporsi come genitori diventa il modo per sentirsi parte di un progetto “missionario”.
Se, ognuno e in modo diverso persino all’interno della medesima coppia, giunge all’adozione con un proprio percorso, con le proprie voglie e frustrazioni, con figli già avuti o con un certificato di sterilità fra le mani, con il desiderio incontenibile del novizio o il timore di chi si sente troppo avanti negli anni; se le risposte cambiano, per la stessa persona, nel corso del tempo, l’unico consiglio è di leggersi dentro, sempre, con la maggior onestà possibile.
Ma soprattutto essere consapevoli che è molto meglio riflettere sull’adozione un poco di più che rischiare un fallimento, meglio una litigata in famiglia perché non si è ancora d’accordo che dover riconoscere, a bambino adottato, che proprio non eravamo fatti per la famiglia.
Un bambino, adottato o no, non è mai la soluzione a un problema.
Può diventare lui un problema, o, peggio, voi un problema per lui.
Un bambino adottato non è mai un ripiego. A nulla. A nessun difetto del vostro corpo o del vasto corpo del mondo.
Un bambino adottato è un bambino che esce da una storia dolorosa.
E’ una persona che, come minimo, ha nel suo vissuto l’abbandono di quella madre che l’aveva ospitato nella pancia.
E, conseguentemente, l’adozione non è un atto eroico.
E’ semplicemente, un modo per dare dei genitori a un bambino che ne ha estremo bisogno.
Genitori come tutti gli altri per figli che non sono speciali in nulla, se non per il loro strano modo di nascere nella vostra famiglia.
Mai come nella gravidanza adottiva è quindi importante parlare. La comunicazione nella coppia che si sta preparando all’adozione deve essere quotidiana, proprio per permettere all’elaborazione effettuata di diventare patrimonio comune.
E mai come in questo caso possono essere utili i confronti con le coppie che hanno già fatto questa scelta e che hanno già affrontato e superato questi dubbi e problemi.

Un percorso psicologico può essere di sostegno e aiuto alle coppie che abbiano o meno maturato questa scelta.
Lo Psicoterapeuta può essere di supporto anche alle donne per le quali il desiderio di essere madri sia divenuto una sorta di ossessione.

I giovani e il suicidio

Intorno al suicidio convergono numerosi pregiudizi. Essi sono mantenuti e indotti da un atteggiamento istintivamente difensivo che porta l’opinione pubblica, spesso maldestramente informata dai mezzi di comunicazione di massa, a prendere le distanze da un evento così sconvolgente; altre volte, i pregiudizi e i luoghi comuni sono scorciatoie e semplificazioni interpretative anch’esse ansiolitiche, tendenti a riparare dall’angoscia indotta dalla complessità dell’evento.
Il suicidio, così come il tentato suicidio, è in genere preceduto da una serie di segnali che, se capiti in tempo, possono mettere preventivamente in allarme chi ha più stretti rapporti con la persona a rischio.
L’evento impulsivo nasconde sempre e comunque un disagio antico, lungo a volte quanto la vita stessa della vittima.
E’ noto che la solitudine rappresenta una delle condizioni più ricorrenti tra i giovani suicidi; occorre tuttavia ricordare che la solitudine è qui intesa come isolamento sia emotivo che sociale.
Alcuni autori hanno infatti dimostrato che ciò che pesa di più nella vita di un adolescente con condotte suicidarie non è tanto il non avere rapporti amicali, quanto piuttosto il non avere veri amici con i quali potersi confidare e sui quali confidare.
Secondo alcuni autori gli adolescenti che hanno tentato il suicidio hanno vissuto, nei sei mesi precedenti l’atto, un evento significativamente negativo.
Le esperienze traumatiche più comuni sono la separazione o il divorzio dei genitori o, anche, la nuova unione sentimentale di uno dei due; ma anche un ambiente familiare che, pur non arrivando a ciò, sia oppresso da un costante clima di tensione può costituire un fattore così stressante da indurre nell’adolescente sentimenti di rifiuto, vissuti di mancanza di sostegno affettivo che, a loro volta, possono produrre una carenza di autostima tale da provocare comportamenti controaggressivi.

Fra i fattori precipitanti più frequenti tra i giovani vi sono anche la rottura di un legame sentimentale, i problemi scolastici e i guai con la giustizia, l’abuso di droghe e alcol, la perdita di una persona cara o di un genitore.
Tra le ragioni che causano negli adolescenti un livello di stress correlabile alle condotte suicidarie grande rilievo e notevole interesse ha, ancorchè poco esplorata, la sfera della sessualità e in particolare l’omosessualità.
Altri eventi che ricorrono nelle storie di giovani donne che hanno tentato il suicidio sono la gravidanza non voluta o rifiutata e la molestia sessuale.
I precedenti tentativi di suicidio costituiscono certamente un fattore importante.
Come già accennato , cosi’ come l’integrità del nucleo familiare può costituire un elemento protettivo nei confronti del fenomeno del suicidio degli adolescenti, la sua fragilità rappresenta, al contrario, un sicuro elemento di rischio.

Comunque sia l’idea o il proponimento di suicidarsi è, specialmente tra i giovani, un processo graduale che tende a concretizzarsi a mano a mano che nuclei di depressività, senso si sfiducia, di disistima o la sensazione che non vi sia più nulla da fare si fanno strada nella psicologia dell’individuo.
Troppo spesso l’ideazione suicidaria è vissuta con vergogna, il che rischia di isolare ancor più la persona e di farla sentire anomala; in questo modo i suoi problemi non possono che ingigantirsi, apparendo insolubili.
Il parlarne, superando l’inevitabile diffidenza e riottosità, non può che sollevare la persona da una penosa sensazione di incomunicabilità: comunicare il suicidio può significare, in questa situazione, infrangere un tabu’, costringere a pensare ai propri problemi senza l’alibi del vissuto di anormalità.

Sessualità e disabilità

Iniziamo da qui, vostro figlio ha una disabilità.
Questo non è un argomento del tipo: “E  allora?”.
Una disabilità fa, nei fatti, una differenza, ma non la differenza che le persone sembrano pensare.
Vuol dire solo che vostro figlio potrà impiegare più tempo ad apprendere alcune cose rispetto agli altri bambini, in alcuni casi, molto di più.
Significa anche che potrebbe avere una disabilità molto evidente su cui gli altri faranno ipotesi per tutta la sua vita. Una disabilità fisica o cognitiva può comportare capacità di adattamento e intervento.
Significa anche che vostro figlio avrà bisogno di mettere da parte una quantità maggiore di amore e senso di accettazione per affrontare ciò a cui andrà incontro.
Ma, come mai stiamo parlando di questo quando l’argomento è la sessualità? Per capire la sessualità, è necessario capire l’amore.
Per capire l’amore occorre comprendere i legami.
Per comprendere i legami si deve comprendere l’amore incondizionato.
Toccare e parlare, accarezzare, sussurrare e sfiorare: le primissime lezioni che i bambini hanno bisogno di imparare è che essi sono essere preziosi e desiderabili.
Purtroppo studi dimostrano che i genitori toccano e parlano meno ai bambini percepiti come indesiderabili e poco attraenti. Questo è un duro fatto da affrontare.

Sono più di vent’anni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiesto uno studio esaustivo della sessualità umana all’interno del contesto dei rapporti umani.
Le persone disabili prendono coscienza del funzionamento sessuale del loro corpo spesso molto tardi nella vita rispetto ai loro coetanei non disabili.
E, a volte, nulla viene spiegato loro.
Alcune persone hanno opinioni inesatte sui propri corpi e l’ignoranza li conduce alla cattiva informazione e alla possibilità di essere abusati sessualmente (Ludwig e Hingsburger,1993).
Le persone che possono valersi di un’accurata informazione sulla sessualità sono molto meno soggette ad essere vittime di violenza rispetto a quelle che non ne hanno possibilità (Senn, 1988).
Capirete che insegnare la sessualità ad una persona con disabilità cognitiva va oltre il fargli recitare correttamente i nomi delle parti del corpo o il sapere come si fanno i bambini.
Crediamo sia importante integrare gli aspetti fisici, emotivi e sociali della sessualità in quello che si insegna.
La gente ha bisogno anche di capire i comportamenti e i valori in gioco ed apprendere le abilità pratiche per rispondere alle diverse situazioni.

Ad esempio quando una ragazza impara a conoscere il suo seno, deve sapere che:

  • il seno ha uno scopo funzionale ed estetico (aspetto fisico)
  • il seno è una parte privata del corpo (aspetto sociale)
  • ci sono modi di rifiutare le proposte indesiderate se qualcuno prova a toccare il suo seno (abilità)
  • se qualcuno prova a toccare il suo seno, lei potrebbe sentirsi a disagio (aspetto emotivo).

Ci sono altre questioni da considerare coi ragazzi con disabilità:

  1. L’adolescenza dei ragazzi con disabilità cognitive è perfettamente sovrapponibile a quella di tutti i ragazzi. Si verificano identici cambiamenti emotivi, fisici e sociali.
    In particolare i cambiamenti emotivi tipici dell’adolescenza possono essere particolarmente complessi da affrontare per i ragazzi disabili, poiché il loro nascente interesse sessuale verso altre persone può incontrare intensi rifiuti.
  2. Il sentirsi impreparati di fronte agli sconvolgimenti tipici dell’adolescenza dei ragazzi con disabilità cognitive sembra essere collegato ad un significativo aumento di problematiche psicologiche, particolarmente di carattere emotivo e comportamentale.
    Possono presentarsi difficoltà crescenti: a partire da un rifiuto a scuola, luogo dove emerge chiaramente la differenza con i coetanei, si può arrivare ad un quadro clinico di grave depressione e disistima di sé.
  3. L’educazione sessuale risulta fondamentale per gli adolescenti con disabilità cognitive. Sobsey (1994) ha messo in evidenza che le persone disabili presentano un rischio di essere abusate da due a più di cinque volte maggiore rispetto alla popolazione generale. In questa direzione, l’educazione sessuale facilita la messa in atto di comportamenti sicuri e può consentire alle persone disabili di raccontare un’esperienza di abuso.
  4. Le persone con disabilità cognitive sono capaci di amare, di sposarsi e di provare piacere sessuale. C’è bisogno di un messaggio equilibrato. La sessualità e i rapporti sessuali sono davvero possibili e desiderabili. Molte persone con disabilità cognitive si sono sposate con successo e sono state dei buoni genitori.

L’infanzia dei bambini con disabilità cognitive è diversa da quella degli altri bambini.
La differenza più rilevante, tuttavia, non si trova nel vostro bambino ma in coloro che lo circondano.
Dovete essere certi che gli altri ascoltino il modo in  cui parlate a vostro figlio e capiscano come vi aspettate che gli parlino.
In questo caso, non dovete tenere in considerazione il contenuto delle vostre parole, ma il tono della voce con il quale le pronunciate.
Ricordate inoltre il concetto fondamentale di autoconsapevolezza, che è alla base di una sana sessualità.
Questo si compone di due elementi: sono amato e sono accettato.

Gli attacchi di panico, come affrontarli

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) l’attacco di panico corrisponde ad un periodo preciso di paura e disagio intensi, durante il quale una serie di sintomi si sviluppa improvvisamente:

  1. palpitazioni o tachicardia,
  2. sudorazione,
  3. tremori fini o a grandi scosse,
  4. dispnea o sensazioni di soffocamento,
  5. sensazioni di asfissia,
  6. dolore o fastidio al petto,
  7. nausea o disturbi addominali,
  8. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento,
  9. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi),
  10. paura di perdere il controllo o di impazzire,
  11. paura di morire,
  12. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio),
  13. brividi o vampate di calore.

Un’esperienza di attacchi di panico ha peculiarità uniche, come unica è la storia dell’individuo, ma è possibile delineare alcune caratteristiche più comuni: in primo luogo, l’attacco di panico ha una durata relativamente breve, da pochi minuti fino a poco più di mezzora, che può sembrare però un’eternità.

La persona colpita sente il panico come una sensazione estranea al proprio vissuto in quel momento, una sensazione incontrollabile che costringe ad interrompere ciò che si sta facendo in quanto i sintomi fisici richiamano la totale attenzione.

L’età di esordio è solitamente tra i 15 e i 35 anni; la frequenza e la gravità degli attacchi varia moltissimo da individuo a individuo: alcuni sperimentano attacchi di panico ogni settimana, oppure mensilmente, mentre altri riferiscono periodi in cui gli attacchi sono più frequenti intervallati a mesi senza che si verifichi un vero e proprio attacco, ma magari solo uno stato di ansia piuttosto controllabile.

La ricerca di aiuto è di solito immediata e con tutti i caratteri dell’urgenza medica; l’attacco di panico è sentito come primariamente corporeo e dunque ci si rivolge al Pronto Soccorso pensando di avere un principio di infarto, o una compromissione dell’apparato respiratorio o una crisi acuta di un’altra malattia organica.

Quando però gli esami diagnostici e le visite mediche non riscontrano alcuna patologia fisica, il paziente prova spesso uno stato di terribile incertezza e non si sente affatto rassicurato.

Il panico è descritto da sintomi fisici concreti, il terrore è collocato dentro il proprio corpo, il pericolo è identificato all’interno di se stessi e il proprio mondo interno sembra rivelarsi un luogo sconosciuto, contenitore di sensazioni sconvolgenti a cui non si può sfuggire.

L’ansia e il panico sono sintomi di disagio psicologico in cui più si avverte la dimensione corporea, biologica: si percepisce aumento della frequenza cardiaca, difficoltà di respirazione, vertigini, nausea, tremori, sudorazione, vampate di calore, senso di freddo improvviso agli arti o sensazione di torpore, dolori al torace, fitte al cuore etc.

Queste manifestazioni somatiche dell’ansia trovano una parziale spiegazione nel meccanismo di attivazione naturale del corpo in situazioni stressanti; le nostre emozioni si correlano ad un’ampia serie di ormoni cerebrali (come la dopamina, la noradrenalina, le endorfine) e gli eventi esterni hanno la capacità di modificare l’equilibrio neuroendocrino (per esempio un evento piacevole può stimolare la produzione di endorfine, l’attività fisica e sportiva può avere un effetto eccitatorio ecc), ma la risposta agli stessi eventi è differenziata da individuo a individuo, in rapporto sia alla struttura fisica, che all’influenza delle esperienze precedenti.

Si possono considerare stressanti tutti gli eventi che comportano un cambiamento nella nostra vita, specialmente se improvviso.

Pur essendo stato riconosciuto un substrato biologico che sottende il panico, la modalità di cura più adatta per questo disturbo è l’intervento integrato che unisce la terapia farmacologica, utile nel momento di presa in carico e gestione di emergenza, con la terapia psicologica, al fine di chiarire le cause che hanno determinato questo disagio ed attivare un processo di reale cambiamento.

Lo scopo della farmacoterapia è ridurre i sintomi o eliminarli; la scelta di intraprendere un trattamento psicologico nasce invece dalla constatazione che nella maggioranza dei casi talune situazioni come la perdita o rottura di importanti relazioni personali sono associate con il disturbo di panico e che gli studi suggeriscono certamente delle influenze psicologiche (Gabbard, 1995).