I disturbi di personalità

Il presente articolo è un’esposizione dei principali criteri contenuti nel DSM- IV per la classificazione dei disturbi di personalità.
I disturbi sono raccolti in tre gruppi, denominati con le lettere A, B, C.

Il GRUPPO A include i disturbi definiti “strani” o “eccentrici”, il GRUPPO B cosiddetto “drammatico” ed infine il GRUPPO C che include i disturbi “ansiosi”.

È importante precisare che la maggior parte dei pazienti non soddisfa la totalità dei criteri di un determinato disturbo, piuttosto manifesta una combinazione dei tratti patologici dei disturbi di personalità inclusi nel DSM-IV.

GRUPPO A

Criteri diagnostici per il disturbo paranoide di personalità

Diffidenza e sospettosità pervasive nei confronti degli altri, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Sospetta, senza una base ragionevole, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubita senza giustificazione della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • È riluttante a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possono essere usate contro di lui;
  • Scorge significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Porta costantemente rancore, cioè non perdona le critiche, le ingiurie o le offese;
  • Percepisce attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, ed è pronto a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetta in modo ricorrente, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner.

Disturbo schizoide di personalità

Una modalità pervasiva di diffidenza verso le relazioni sociali e una gamma ristretta di espressioni emotive, in contesti interpersonali, che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti, come indicato da quattro o più dei seguenti elementi:

  • Non desidera nè prova piacere nelle relazioni strette, incluso il far parte di una famiglia;
  • Quasi sempre sceglie attività solitarie;
  • Dimostra poco o nessun interesse per le esperienze sessuali con un’altra persona;
  • Prova piacere in poche o nessuna attività;
  • Non ha amici stretti o confidenti, eccetto i parenti di primo grado;
  • Sembra indifferente alle lodi e alle critiche degli altri;
  • Mostra freddezza emotiva, distacco e affettività appiattita.

Disturbo schizotipico di personalità

Una modalità pervasiva di relazioni sociali e interpersonali deficitaria, evidenziate da disagio acuto e ridotta capacità riguardanti le relazioni strette e da distorsioni cognitive e percettive ed eccentricità del comportamento, che compaiono nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti.

  • Idee di riferimento;
  • Credenze strane o pensiero magico;
  • Esperienze percettive insolite, incluse illusioni corporee;
  • Pensiero e linguaggio strani (ad esempio vago, circostanziato, iperelaborato o stereotipato);
  • Sospettosità e ideazione paranoide;
  • Affettività inappropriata o coartata;
  • Comportamento o aspetto strani, eccentrici o peculiari;
  • Nessun amico stretto o confidente, eccetto i parenti di primo grado;
  • Eccessiva ansia sociale.

GRUPPO B

Disturbo antisociale di personalità

Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta fin dall’età di 15 anni, come indicato da tre o più dei seguenti elementi:

  • Incapacità di conformarsi alle norme sociali per ciò che concerne il comportamento legale, come indicato dal ripetersi di condotte suscettibili di arresto;
  • Disonestà, come indicato dal mentire, usare falsi nomi, o truffare gli altri ripetutamente, per profitto o per piacere personale;
  • Incapacità di pianificare o impulsività;
  • Irritabilità o aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti;
  • Inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri;
  • Irresponsabilità abituale, come indicato dalla ripetuta incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa, o di far fronte a obblighi finanziari;
  • Mancanza di rimorso.

Disturbo borderline di personalità

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sè e dell’umore e una marcata impulsività, comprese nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da uno o più dei seguenti elementi:

  • Sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
  • Un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
  • Alterazione dell’identità: immagine di sè e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
  • Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
  • Ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
  • Instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore;
  • Sentimenti cronici di vuoto;
  • Rabbia immotivata e intensa difficoltà a controllare la rabbia.

Disturbo narcisistico di personalità

Un quadro pervasiveo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • Ha un senso grandioso di importanza;
  • È assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza e di amore ideale;
  • Crede di essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da persone speciali o di classe elevata;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto;
  • Sfruttamento interpersonale, cioè si approfitta degli altri per i propri scopi;
  • Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;
  • Ė spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino;
  • Mostra atteggiamenti o comportamenti arroganti e presuntuosi.

Disturbo istrionico di personalità

Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:

  • È a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione;
  • L’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante;
  • Costantemente utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sè;
  • Lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e privo di dettagli;
  • Mostra autodrammatizzazione, teatralità ed espressione esagerata delle emozioni;
  • È suggestionabile, cioè facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze;
  • Considera le relazioni più intime di quanto non lo siano realmente.

GRUPPO C

Il GRUPPO C, definito “ansioso” include i distubi evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo, accomunatiappunto da livelli elevati di ansia.

Disturbo evitante di personalità

Un quadro pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità al giudizio negativo, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

  • Evita attività lavorative che implicano un significativo contatto interpersonale, perché teme di essere criticato, disapprovato o rifiutato;
  • È riluttante nell’entrare in relazione con persone, a meno che non sia certo di piacere;
  • È inibito nelle relazioni intime per il timore di essere umiliato o ridicolizzato;
  • Si preoccupa di essere criticato o rifiutato in situazioni sociali;
  • È inibito in situazioni interpersonali nuove per sentimenti di inadeguatezza;
  • Si vede come socialmente inetto, personalmente non attraente o inferiore agli altri;
  • È insolitamente riluttante ad assumere rischi personali o a impegnarsi in qualsiasi nuova attività, poiché questo può rivelarsi imbarazzante.

Disturbo dipendente di personalità

Una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione, che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  • Ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni;
  • Ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte degli accadimento della sua vita;
  • Ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione;
  • Ha difficoltà a iniziare progetti o a fare cose autonomamente;
  • Può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli;
  • Si sente a disagio o indifeso, ma si tratta soltanto di timori esagerati di essere incapace di provvedere a se stesso;
  • Quando termina una relazione stretta, ricerca urgentemente un’altra relazione come fonte di accudimento e supporto;
  • Si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.

Disturbo ossessivo–compulsivo di personalità

Un quadro pervasivo di preoccupazione per l’ordine, perfezionismo e controllo mentale e interpersonale, a spese di flessibilità, disponibilità ed efficienza, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti come indicato da quattro (o più)dei seguenti elementi:

  • Attenzione per i dettagli, le regole, le liste, l’ordine, l’organizzazione o gli schemi, al punto che va perduto lo scopo principale dell’attività;
  • Mostra un perfezionismo che interferisce con l’assorbimento dei compiti;
  • Eccessiva dedizione al lavoro e alla produttività, fino all’esclusione delle attività di svago e delle amicizie;
  • Esageratamente coscienzioso, scrupoloso, inflessibile in tema di moralità, etica e valori;
  • È incapace di gettare via oggetti consumati o di nessun valore, anche quando non hanno alcun significato affettivo;
  • È riluttante a delegare compiti o a lavorare con altri, a meno che non si sottomettano esattamente al suo modo di fare le cose;
  • Adotta una modalità di spesa improntata all’avarizia, sia per sé che per gli altri; il denaro è visto come una cosa da accumulare in vista di catastrofi future;
  • Manifesta rigidità e testardaggine.
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Bibliografia

  • “I disturbi di personalità” di Paul M.G Emmelkamp e Jan Henk Kamphuis, ed il Mulino, 2007.

Adottare un figlio

Alla base della scelta adottiva c’è spesso una “sentenza crudele”: uno dei due partner, o entrambi, non possono procreare.
Una condanna spesso inappellabile che colpisce come una mannaia alla fine di lunghe e defatiganti analisi e visite mediche.
In questi casi succede che la coppia viva l’adozione come un ripiego, come l’unica via d’uscita al tradimento subito dal proprio corpo.
Il desiderio di un figlio proprio, in cui specchiarsi e nel quale cercare le somiglianze fin dal giorno in cui siete sicuri della sua permanenza nell’utero materno, è certamente forte e comprensibile.
Ancora oggi la maggior parte delle coppie che si rivolgono all’adozione lo fanno, almeno inizialmente, come ultima spiaggia prima della rinuncia definitiva ad avere figli.
Ma questo è sbagliato, e prima o poi anche queste coppie ne prendono coscienza: l’adozione non è mai, non può essere un ripiego a un figlio che non arriva.
L’emozione che si prova per un figlio adottato è in tutto simile a quella che si prova per un figlio “nato dalla pancia”.
Molte coppie, soprattutto quelle più giovani, all’inizio pensano all’adozione come a una risposta solidale ai problemi del mondo: sulla terra ci sono tanti bambini abbandonati che hanno bisogno di affetto, proporsi come genitori diventa il modo per sentirsi parte di un progetto “missionario”.
Se, ognuno e in modo diverso persino all’interno della medesima coppia, giunge all’adozione con un proprio percorso, con le proprie voglie e frustrazioni, con figli già avuti o con un certificato di sterilità fra le mani, con il desiderio incontenibile del novizio o il timore di chi si sente troppo avanti negli anni; se le risposte cambiano, per la stessa persona, nel corso del tempo, l’unico consiglio è di leggersi dentro, sempre, con la maggior onestà possibile.
Ma soprattutto essere consapevoli che è molto meglio riflettere sull’adozione un poco di più che rischiare un fallimento, meglio una litigata in famiglia perché non si è ancora d’accordo che dover riconoscere, a bambino adottato, che proprio non eravamo fatti per la famiglia.
Un bambino, adottato o no, non è mai la soluzione a un problema.
Può diventare lui un problema, o, peggio, voi un problema per lui.
Un bambino adottato non è mai un ripiego. A nulla. A nessun difetto del vostro corpo o del vasto corpo del mondo.
Un bambino adottato è un bambino che esce da una storia dolorosa.
E’ una persona che, come minimo, ha nel suo vissuto l’abbandono di quella madre che l’aveva ospitato nella pancia.
E, conseguentemente, l’adozione non è un atto eroico.
E’ semplicemente, un modo per dare dei genitori a un bambino che ne ha estremo bisogno.
Genitori come tutti gli altri per figli che non sono speciali in nulla, se non per il loro strano modo di nascere nella vostra famiglia.
Mai come nella gravidanza adottiva è quindi importante parlare. La comunicazione nella coppia che si sta preparando all’adozione deve essere quotidiana, proprio per permettere all’elaborazione effettuata di diventare patrimonio comune.
E mai come in questo caso possono essere utili i confronti con le coppie che hanno già fatto questa scelta e che hanno già affrontato e superato questi dubbi e problemi.

Un percorso psicologico può essere di sostegno e aiuto alle coppie che abbiano o meno maturato questa scelta.
Lo Psicoterapeuta può essere di supporto anche alle donne per le quali il desiderio di essere madri sia divenuto una sorta di ossessione.

I giovani e il suicidio

Intorno al suicidio convergono numerosi pregiudizi. Essi sono mantenuti e indotti da un atteggiamento istintivamente difensivo che porta l’opinione pubblica, spesso maldestramente informata dai mezzi di comunicazione di massa, a prendere le distanze da un evento così sconvolgente; altre volte, i pregiudizi e i luoghi comuni sono scorciatoie e semplificazioni interpretative anch’esse ansiolitiche, tendenti a riparare dall’angoscia indotta dalla complessità dell’evento.
Il suicidio, così come il tentato suicidio, è in genere preceduto da una serie di segnali che, se capiti in tempo, possono mettere preventivamente in allarme chi ha più stretti rapporti con la persona a rischio.
L’evento impulsivo nasconde sempre e comunque un disagio antico, lungo a volte quanto la vita stessa della vittima.
E’ noto che la solitudine rappresenta una delle condizioni più ricorrenti tra i giovani suicidi; occorre tuttavia ricordare che la solitudine è qui intesa come isolamento sia emotivo che sociale.
Alcuni autori hanno infatti dimostrato che ciò che pesa di più nella vita di un adolescente con condotte suicidarie non è tanto il non avere rapporti amicali, quanto piuttosto il non avere veri amici con i quali potersi confidare e sui quali confidare.
Secondo alcuni autori gli adolescenti che hanno tentato il suicidio hanno vissuto, nei sei mesi precedenti l’atto, un evento significativamente negativo.
Le esperienze traumatiche più comuni sono la separazione o il divorzio dei genitori o, anche, la nuova unione sentimentale di uno dei due; ma anche un ambiente familiare che, pur non arrivando a ciò, sia oppresso da un costante clima di tensione può costituire un fattore così stressante da indurre nell’adolescente sentimenti di rifiuto, vissuti di mancanza di sostegno affettivo che, a loro volta, possono produrre una carenza di autostima tale da provocare comportamenti controaggressivi.

Fra i fattori precipitanti più frequenti tra i giovani vi sono anche la rottura di un legame sentimentale, i problemi scolastici e i guai con la giustizia, l’abuso di droghe e alcol, la perdita di una persona cara o di un genitore.
Tra le ragioni che causano negli adolescenti un livello di stress correlabile alle condotte suicidarie grande rilievo e notevole interesse ha, ancorchè poco esplorata, la sfera della sessualità e in particolare l’omosessualità.
Altri eventi che ricorrono nelle storie di giovani donne che hanno tentato il suicidio sono la gravidanza non voluta o rifiutata e la molestia sessuale.
I precedenti tentativi di suicidio costituiscono certamente un fattore importante.
Come già accennato , cosi’ come l’integrità del nucleo familiare può costituire un elemento protettivo nei confronti del fenomeno del suicidio degli adolescenti, la sua fragilità rappresenta, al contrario, un sicuro elemento di rischio.

Comunque sia l’idea o il proponimento di suicidarsi è, specialmente tra i giovani, un processo graduale che tende a concretizzarsi a mano a mano che nuclei di depressività, senso si sfiducia, di disistima o la sensazione che non vi sia più nulla da fare si fanno strada nella psicologia dell’individuo.
Troppo spesso l’ideazione suicidaria è vissuta con vergogna, il che rischia di isolare ancor più la persona e di farla sentire anomala; in questo modo i suoi problemi non possono che ingigantirsi, apparendo insolubili.
Il parlarne, superando l’inevitabile diffidenza e riottosità, non può che sollevare la persona da una penosa sensazione di incomunicabilità: comunicare il suicidio può significare, in questa situazione, infrangere un tabu’, costringere a pensare ai propri problemi senza l’alibi del vissuto di anormalità.

Sessualità e disabilità

Iniziamo da qui, vostro figlio ha una disabilità.
Questo non è un argomento del tipo: “E  allora?”.
Una disabilità fa, nei fatti, una differenza, ma non la differenza che le persone sembrano pensare.
Vuol dire solo che vostro figlio potrà impiegare più tempo ad apprendere alcune cose rispetto agli altri bambini, in alcuni casi, molto di più.
Significa anche che potrebbe avere una disabilità molto evidente su cui gli altri faranno ipotesi per tutta la sua vita. Una disabilità fisica o cognitiva può comportare capacità di adattamento e intervento.
Significa anche che vostro figlio avrà bisogno di mettere da parte una quantità maggiore di amore e senso di accettazione per affrontare ciò a cui andrà incontro.
Ma, come mai stiamo parlando di questo quando l’argomento è la sessualità? Per capire la sessualità, è necessario capire l’amore.
Per capire l’amore occorre comprendere i legami.
Per comprendere i legami si deve comprendere l’amore incondizionato.
Toccare e parlare, accarezzare, sussurrare e sfiorare: le primissime lezioni che i bambini hanno bisogno di imparare è che essi sono essere preziosi e desiderabili.
Purtroppo studi dimostrano che i genitori toccano e parlano meno ai bambini percepiti come indesiderabili e poco attraenti. Questo è un duro fatto da affrontare.

Sono più di vent’anni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiesto uno studio esaustivo della sessualità umana all’interno del contesto dei rapporti umani.
Le persone disabili prendono coscienza del funzionamento sessuale del loro corpo spesso molto tardi nella vita rispetto ai loro coetanei non disabili.
E, a volte, nulla viene spiegato loro.
Alcune persone hanno opinioni inesatte sui propri corpi e l’ignoranza li conduce alla cattiva informazione e alla possibilità di essere abusati sessualmente (Ludwig e Hingsburger,1993).
Le persone che possono valersi di un’accurata informazione sulla sessualità sono molto meno soggette ad essere vittime di violenza rispetto a quelle che non ne hanno possibilità (Senn, 1988).
Capirete che insegnare la sessualità ad una persona con disabilità cognitiva va oltre il fargli recitare correttamente i nomi delle parti del corpo o il sapere come si fanno i bambini.
Crediamo sia importante integrare gli aspetti fisici, emotivi e sociali della sessualità in quello che si insegna.
La gente ha bisogno anche di capire i comportamenti e i valori in gioco ed apprendere le abilità pratiche per rispondere alle diverse situazioni.

Ad esempio quando una ragazza impara a conoscere il suo seno, deve sapere che:

  • il seno ha uno scopo funzionale ed estetico (aspetto fisico)
  • il seno è una parte privata del corpo (aspetto sociale)
  • ci sono modi di rifiutare le proposte indesiderate se qualcuno prova a toccare il suo seno (abilità)
  • se qualcuno prova a toccare il suo seno, lei potrebbe sentirsi a disagio (aspetto emotivo).

Ci sono altre questioni da considerare coi ragazzi con disabilità:

  1. L’adolescenza dei ragazzi con disabilità cognitive è perfettamente sovrapponibile a quella di tutti i ragazzi. Si verificano identici cambiamenti emotivi, fisici e sociali.
    In particolare i cambiamenti emotivi tipici dell’adolescenza possono essere particolarmente complessi da affrontare per i ragazzi disabili, poiché il loro nascente interesse sessuale verso altre persone può incontrare intensi rifiuti.
  2. Il sentirsi impreparati di fronte agli sconvolgimenti tipici dell’adolescenza dei ragazzi con disabilità cognitive sembra essere collegato ad un significativo aumento di problematiche psicologiche, particolarmente di carattere emotivo e comportamentale.
    Possono presentarsi difficoltà crescenti: a partire da un rifiuto a scuola, luogo dove emerge chiaramente la differenza con i coetanei, si può arrivare ad un quadro clinico di grave depressione e disistima di sé.
  3. L’educazione sessuale risulta fondamentale per gli adolescenti con disabilità cognitive. Sobsey (1994) ha messo in evidenza che le persone disabili presentano un rischio di essere abusate da due a più di cinque volte maggiore rispetto alla popolazione generale. In questa direzione, l’educazione sessuale facilita la messa in atto di comportamenti sicuri e può consentire alle persone disabili di raccontare un’esperienza di abuso.
  4. Le persone con disabilità cognitive sono capaci di amare, di sposarsi e di provare piacere sessuale. C’è bisogno di un messaggio equilibrato. La sessualità e i rapporti sessuali sono davvero possibili e desiderabili. Molte persone con disabilità cognitive si sono sposate con successo e sono state dei buoni genitori.

L’infanzia dei bambini con disabilità cognitive è diversa da quella degli altri bambini.
La differenza più rilevante, tuttavia, non si trova nel vostro bambino ma in coloro che lo circondano.
Dovete essere certi che gli altri ascoltino il modo in  cui parlate a vostro figlio e capiscano come vi aspettate che gli parlino.
In questo caso, non dovete tenere in considerazione il contenuto delle vostre parole, ma il tono della voce con il quale le pronunciate.
Ricordate inoltre il concetto fondamentale di autoconsapevolezza, che è alla base di una sana sessualità.
Questo si compone di due elementi: sono amato e sono accettato.

Intimità digitali

Internet diviene, attraverso i siti di social network, uno strumento utile agli adolescenti per le conoscenze fatte nella vita “off-line”.
Sempre più spesso anche le relazioni romantiche passano attraverso la grande rete e trovano nei social network importanti alleati per ciò che concerne soprattutto la fase di corteggiamento iniziale.
Una danza digitale che gradualmente avvicina i due interessati sino a sfociare anche in incontri faccia a faccia.
Il flirt parte solitamente dalla richiesta di amicizia in Facebook, primo passo obbligato per capire se vi sia un minimo di interesse da parte del potenziale partner.
Attenzione che consiste nell’apprezzare attraverso la funzione “mi piace” di Facebook, determinati contenuti della bacheca personale del soggetto da corteggiare in modo da fare notare la propria presenza.
Se gli apprezzamenti vengono corrisposti si passa in un secondo momento a commenti e poi a sessioni private di chat.
Gli adolescenti imparano una vera e propria grammatica del corteggiamento che va dall’attenzione ai tempi che precedono la risposta del soggetto corteggiato, ai modi di chiudere una sessione di chat, ecc.
I social network sites diventano per i giovani un ausilio per combattere l’imbarazzo iniziale e per gestire in modo meno diretto un eventuale rifiuto. Ma non solo. Utilizzare queste piattaforme, infatti, permette agli adolescenti di estendere l’esperienza dell’altro ben oltre le interazioni faccia a faccia per farsi un’idea, sebbene superficiale, in base a ciò che l’altro pubblica nella propria bacheca.
Questa è vista come un punto di accesso all’intimità secondo due differenti accezioni che riguardano il mostrarsi e l’osservare l’altro.
Da una parte, si utilizza la propria pagina personale come palcoscenico per mettere in scena la propria performance identitaria.
Dall’altra la bacheca diviene il buco della serratura grazie al quale osservare l’altro senza essere troppo invadenti, raccogliendo comunque informazioni utili a capire quanto possa essere interessante il soggetto in questione e quali carte giocare nell’interazione mediata o non mediata.
Guardare la rappresentazione che il ragazzo o la ragazza che si vuole conquistare mette in scena in Facebook si rivela, pertanto, una sorta di chiaccherata preparatoria.
Che internet inoltre non sia quel territorio egualitario in cui si annullano le differenze è mostrato anche dallo studio dei modi di flirtare online degli adolescenti.
Infatti, il nostro lavoro palesa le differenze di genere nel corteggiamento e le aspettative di ruolo che ciascuno deve mantenere.
Mantenere una certa reputazione e rimanere spendibili nel mercato amoroso sono azioni che possono passare anche da ciò che ciascun adolescente fa nei siti di social network. Spesso le aspettative di comportamento legate al genere si riproducono all’interno degli ambienti digitali, il che dimostra, ancora una volta, che non stiamo parlando di un ambiente differente rispetto a quello “reale”, ma, piuttosto, di uno strumento che amplifica le potenzialità dell’interazione dotandola di nuovi spazi e nuovi tempi.
Per ciò che riguarda il flirt e il ruolo assunto da internet, le interviste hanno fatto emergere la persistenza di quello che in sociologia viene definito doppio standard.
Mentre i ragazzi sono ritenuti liberi di sperimentare le proprie doti seduttive nel nome di una figura maschile rappresentata secondo l’immagine stereotipata del cacciatore, le ragazze devono mantenere un certo contegno per evitare di essere etichettate come “facili”.
Lo studio ha fatto emergere due differenti livelli: uno connesso al modo di mostrarsi in internet, quasi esclusivamente mediante il proprio profilo Facebook e l’altro riguardante il corteggiamento vero e proprio.
Dal primo punto di vista è interessante notare che emergono alcune ambivalenze nei discorsi degli adolescenti.
Vi è una sorta di doppio binario su cui muove il corteggiamento.
La discriminante sta nel fine ultimo che i giovani si pongono e che si distingue tra il tentare di instaurare un rapporto che possa trasformarsi in relazione – potenzialmente – di lungo periodo e, invece, un incontro più o meno occasionale, basato quasi esclusivamente sul rapporto sessuale.
Il modo di presentarsi di una ragazza nel suo profilo e la reputazione che crea all’interno del gruppo dei pari, anche attraverso la sua facciata digitale, possono diventare rilevanti.
Per ciò che concerne l’amore e i sentimenti in generale gli adolescenti ritengono che i social network possono rappresentare piattaforme in cui esprimersi in tale senso, stando attenti però a non rendere alcune emozioni eccessivamente pubbliche: un comportamento che espone i sentimenti allo sguardo di tutti, soprattutto all’interno di un sito internet, li indebolirebbe facendogli perdere l’aura di sacralità che li circonda e rendendoli più freddi e dozzinali.
Gli argomenti personali e i discorsi intimi trovano nelle chat implementate nei siti di social network i luoghi più adatti per un confronto, che si rivela spesso solo preliminare e utile a sopperire il bisogno di uno sfogo immediato che dovrà trovare lo spazio necessario nell’interazione faccia a faccia.
Quest’ultima è ritenuta ancora l’unico ambito in cui affrontare in maniera più approfondita discorsi che vadano a toccare la sfera emotiva e sessuale.

Ho voluto riportare questa ricerca riguardo un tema attuale tra i ragazzi, per evidenziare, oltre le opinioni degli adolescenti, i vantaggi e i limiti dell’ausilio dei social network: limiti di cui fortunamente pare che i giovani intervistati siano consapevoli.

La depressione post-partum

C’è un aspetto della giovane madre al quale bisogna prestare molta attenzione, che è la cosiddetta depressione post-partum o depressione puerperale, un perfido male in agguato. Il meccanismo ipotizzato pare sia il seguente.
Nella gravidanza, la natura ha previsto che certi ormoni abbiano un’azione distensiva, sedativa sulle cellule nervose. Alcuni metaboliti del progesterone hanno addirittura evidenziato un effetto sedativo 200 volte superiore a quello dei barbiturici.
Durante la gravidanza la donna beneficia dal punto di vista psicologico del ruolo “rasserenante” svolto da questo cambiamento ormonale.
Si verificano, certo, casi di depressione anche in gravidanza, ma solitamente per le donne questo è effettivamente un periodo sereno: persino le donne che durante la loro vita hanno sofferto di ansie o depressione dicono di non essersi mai sentite così bene.
Anche certe gravidanze inizialmente rifiutate, con conflitti e tensioni, vengono poi accettate forse grazie anche all’azione di questi ormoni.
Il problema può invece emergere al termine della gravidanza.
E si ipotizza che sia, almeno in parte, collegato all’espulsione della placenta, un organo dotato di un importante attività ormonale.
È un cambiamento improvviso, che scombussola ancora una volta gli equilibri ormonali interni della donna. In particolare, provocherebbe la mancanza degli ormoni dotati di un’azione sedativa e forse anche antidepressiva.
Spesso, quindi, durante l’allattamento, affiora un lieve stato melanconico, che col passare dei giorni si associa a uno stato di ansia e apprensione dovuto alle responsabilità delle cure nei confronti del bambino. Poi c’è la stanchezza causata dal sonno interrotto e anche dai pianti del bambino.
Alcuni ritengono invece che sia soprattutto la montata lattea e l’azione della prolattina ad agire sui centri dell’emotività rendendo certe madri più sensibili e più inclini al pianto.
In passato, quando si viveva in famiglie allargate, tutto ruotava intorno al neonato e anche intorno alla puerpera, che aveva così un maggior sostegno.
Oggi la madre invece torna a casa e spesso rimane tutto il giorno sola, senza nemmeno il marito, assente per lavoro.
Queste “melanconie”, peraltro, sono passeggere e scompaiono da sole abbastanza rapidamente. Non si può parlare quindi di depressione vera e propria.
La vera depressione, invece, è cosa ben diversa. È una brutta bestia che colpisce un numero ristretto di madri e che può peggiorare col tempo.
A volte in modo drammatico. Perché può essere l’innesco di una malattia molto seria, che scatena i disturbi dell’umore e disturbi dell’ansia.
In particolare certe donne che hanno in famiglia casi di depressione bipolare hanno maggiori probabilità di “esordire” con una loro depressione dopo il parto.
Naturalmente bisogna distinguere tra varie forme depressive di diversa gravità e che sono tutt’altra cosa rispetto a quella transitoria melanconia che è invece spesso associata al solo periodo che segue il parto.
In passato molte donne hanno sofferto di depressione suscitata dal parto.
Ma allora non si conoscevano anche i meccanismi biochimici legati a questa malattia. Veniva vista come una condizione dovuta alla prostrazione del dopo parto, un esaurimento nervoso da curare con ricostituenti e con frasi affettuose: “Su non fare così…tutti ti vogliono bene! Pensa al tuo bambino, vedrai che ti passerà! Esci, distraiti un po’!…”.
Oggi si sa che non è un problema di nutrizione, né tanto meno di buona volontà da parte di chi è veramente depresso.
È un male che colpisce dentro, in profondità: il depresso si sente come in fondo a un pozzo dal quale non riesce più a uscire.
Per questo è importante non lasciare che la depressione si installi.
Da psicoterapeuta il mio parere è che è importante curare soprattutto le forme gravi di depressione con il farmaco giusto (non separo l’aspetto psicologico da quello fisiologico quando sono così interconnessi), ma altrettanto rilevante è un aiuto psicologico che aiuti ad affrontare questo momento di vita così delicato per la giovane madre.

L’Autostima

Nel senso comune spesso si crede erroneamente che le persone che hanno una buona autostima siano quelle che si mostrano forti, molto competenti e/o con tante abilità.
In questo modo più ci si sente bravi e competenti a fare una cosa, più l’autostima dovrebbe rafforzarsi.
Non è così! Difatti a rafforzarsi sarà il senso di autoefficacia, non l’autostima!
L’autostima è la capacità di essere trasparenti, perspicui, di non identificarsi né con le proprie convinzioni, né con ciò che le altre persone dicono di noi.
E’ la capacità di mettersi da parte e di sentirsi liberi, indipendenti e autonomi nei confronti dell’approvazione altrui.
L’autostima nasce dalla consapevolezza di essere persone uniche, irripetibili e quindi speciali.
Nasce dall’essere e non dal fare.
In realtà raggiungere l’autostima non significa sentirsi superiori alle altre persone, chi raggiunge l’autostima non si lascerà scalfire da nessuna offesa.
Comprendere perché ci comportiamo in modo da essere sempre sconfitti, non ci aiuterà a smettere di farlo.
E’ necessario agire e per questo dobbiamo agire in modo diverso da come abbiamo sempre fatto.

“Quando non ho avuto più niente da perdere, ho ottenuto tutto.
Quando ho cessato di essere chi ero, ho ritrovato me stesso.
Quando ho conosciuto l’umiliazione ma ho continuato a camminare, ho capito che ero libero di scegliere il mio destino”. – Paulo Coelho

Accettarsi non significa rassegnarsi o sentirsi impotenti.
Al contrario accettare vuol dire non combattere e non lottare contro se stessi. Significa essere consapevoli che non abbiamo nemici e che quindi non c’è nessuno da sconfiggere.
Vuol dire affrontare le nostre paure e le nostre paranoie mettendole, ogni giorno, in discussione.
L’accettazione nasce da una soddisfazione profonda.
La raggiungiamo quando in profondità non diciamo più di no e tutto il nostro essere diviene soddisfazione.
Non lottiamo più, non ci opponiamo più a nulla, accettiamo ogni cosa del nostro essere ed oltre a imparare ad accettare noi stessi, dobbiamo anche imparare ad accettare la realtà.

“Non siete quello che pensate o sentite di essere.
Siete tutto cio’ che potete diventare”.
– Owen Fitzpatrick

Bisogna prendersi tutto il tempo che serve e ricordare sempre che, come dice Lao Tzu “Invece di maledire il buio, è meglio accendere una candela”.
E la candela illuminerà la strada verso il raggiungimento dell’autostima.

Ho ripreso alcuni dei tanti passaggi del libro dello psicologo Fabio Gherardelli, quelli che hanno attirato maggiormente la mia attenzione e che per me sono significativi.
L’autostima, il benessere, quella pace che sembrano quasi impossibili da ottenere, ma che in realtà attraverso un viaggio interiore possiamo raggiungere, liberandoci da tutte quelle paure e insicurezze che offuscano la nostra esistenza.

Prova con una storia: Un racconto sulla lontananza

Nella calda savana africana, vivevano molti branchi di elefanti.
In uno di questi branchi viveva Bingo, un elefantino davvero speciale: era piccolo piccolo e tutto rosa. Bingo era vispo, allegro e rendeva tutti felici.
Un giorno Bingo si fece un grande amico: Fred, che viveva in un altro branco.
Anche Fred era un elefantino molto speciale: era tutto a pois.
Fred e Bingo passavano il tempo a fare chiasso, a sguazzare nelle pozze, a spruzzarsi acqua e a poltrire all’ombra dei baobab.
Andavano così d’accordo che si capivano anche senza parlare: bastava loro un solo sguardo, o una leggera sventolata d’orecchi, o un piccolo movimento della proboscide.
Ma un giorno la mamma di Fred disse: “Il nostro branco ha deciso di andare a vivere altrove. Purtroppo dovete dirvi addio”.
I due elefantini si salutarono stringendosi a lungo la proboscide.
Erano entrambi molto tristi.
Bingo, immobile, seguì con lo sguardo il suo amico, finché non lo vide sparire dietro l’orizzonte.
Fred si voltò più volte indietro, finché Bingo fu solo un puntino rosa che si stagliava contro il cielo.
Bingo ora si sentiva così triste che non aveva più voglia di giocare.
Senza Fred, non c’era più gusto.
A volte era anche arrabbiato con la mamma di Fred, che si era portata via il suo amico.
“Piangere non serve a niente, tanto non può tornare” gli ripeteva un elefante del branco.
“Capita a tutti di perdere un amico. Ma vedrai, te ne farai presto uno nuovo” cercava di consolarlo un altro.
“Inventa qualche nuovo gioco, così penserai meno a lui e un giorno lo dimenticherai” gli diceva un altro ancora.
Tutti i membri del branco si preoccupavano molto per Bingo.
Visto però che non si riprendeva, l’elefantessa più anziana del branco gli consigliò un giorno di andare da Enrica, la civetta.
Enrica era conosciuta in tutta la savana per la sua saggezza e tutti, quando avevano bisogno di un consiglio, andavano da lei.
Fu così che Bingo, dopo ore di viaggio, arrivò all’albero dove abitava la civetta.
Enrica ascoltò la sua storia con molta attenzione.
Poi dondolò più volte la testa da sinistra a destra e da destra a sinistra, si schiarì la voce e finalmente disse:
Ci sono tre cose che devi fare.
“Prima cosa: quando sei triste, devi piangere, senza badare a chi ti sta intorno. Piangere è come quando ci sono le nuvole nere e piove. Quando smette di piovere tutto diventa più splendente.
Seconda cosa: racconta tutti i tuoi dispiaceri solo a chi ti vuole veramente bene.
Terza cosa: fai a Fred un po’ di posto nel tuo cuore, così lo avrai sempre vicino a te, anche se sarà lontano”.
“Grazie” disse Bingo, “ora mi sento già molto meglio”.
Quando Bingo arrivò a casa seguì i consigli della civetta.
Per prima cosa liberò tutta la sua tristezza, pianse per tre giorni e un’ora, finché dovette smettere per non annegare nelle sue stesse lacrime.
Poi Bingo raccontò alla mamma di quanto gli mancava Fred.
“Lo so è terribile perdere un grande amico” gli disse la mamma abbracciandolo forte con la sua proboscide.
Allora Bingo si strinse a lei e si sentì ancora meglio di quando aveva smesso di piangere.
Poi andò a sedersi da solo sotto un albero e cercò nel suo cuore un posto per Fred.
Quando l’ebbe trovato, Bingo di colpo si sentì molto meglio di quando si era confidato con la mamma.
Nel suo cuore c’era ora un grande e bellissimo posto per Fred.
Poi Bingo trovò che, di posto, nel suo cuore ce n’era ancora tanto: per tutti gli elefanti del branco, per tutti quelli che percorrevano la savana e anche per altri animali che ancora non conosceva.

Questo può sembrare un semplice racconto per bambini, in realtà ha una sua importanza, in quanto può essere utilizzato dall’adulto che diviene mediatore dei bisogni del bambino, permettendo di canalizzare le sue emozioni in maniera sana e costruttiva.
Nella storia, in questo caso, la civetta diventa l’adulto o anziano che dà consigli saggi al piccolo elefantino (nel quale il bambino si può identificare):
Piangere, raccontare agli altri i propri dispiaceri e fare all’amico lontano un posto nel proprio cuore.
Ecco che in caso di trasferimenti, cambio residenza o scuola, lontananza da parenti o amici, questa storia può rivelarsi utile e acquistare una valenza emotiva importante per il bambino coinvolto.

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Riferimenti bibliografici

  • “Come il piccolo elefante rosa divenne molto triste e poi tornò molto felice” di MoniKa Weitze ed Eric Battut, Edizioni Arka.