I disturbi evolutivi specifici di apprendimento

“La conoscenza non può essere considerata principalmente qualcosa che la gente possiede in qualche luogo della testa, ma qualcosa che la gente produce, si scambia e negozia nel corso di attività che vedono impegnati più individui insieme”


Felice Carugati, Interazioni, conflitti, conoscenze, in “Prospettive sociogenetiche e sviluppo cognitivo” a cura di G. Gilli e A. Marchetti, Raffaello Cortina editore

Vi è un vasto consenso generale in ordine al fatto che i DSA abbiano una base neurobiologica; tuttavia vi è sicuramente anche una forte incidenza dei fattori ambientali, nel novero dei quali la scuola gioca un ruolo primario. In ambito italiano si usa il termine Disturbi Evolutivi Specifici di Apprendimento (DSA) per indicare “fragilità” nei processi neuropsicologici sottesi a competenze basilari per l’apprendimento e per la vita quotidiana quali leggere, scrivere, far di conto. Tali disturbi possono interferire anche su competenze di livello superiore come l’organizzazione mentale e il ragionamento astratto.
Con il termine inglese Specific Learning Disabilities (SLD) si indica un ventaglio più largo di problemi, che comprende i DSA ma non si esaurisce con essi, considerando anche l’orientamento nello spazio e nel tempo, la coordinazione, la percezione del sé corporeo, ecc.

Poiché si giunge all’individuazione certa dei disturbi specifici di apprendimento soltanto dopo i 7 anni, non è dato al momento chiarire quale sia lo spazio esatto che separa la fragilità primaria, dalle sue conseguenze non compensate.
Pertanto, oltre ad agire a posteriori individuando gli strumenti compensativi e dispensativi necessari ed opportuni, si deve agire a priori adottando metodi didattici e percorsi di insegnamento tali da poter fin dalla primissima infanzia sostenere ciascun singolo bambino nella sua specifica condizione, qualunque essa sia.
Se non esiste la possibilità di rimediare alle fragilità o ai deficit, si deve comunque agire sulla riduzione delle loro conseguenze.

La Classificazione internazionale ICD10 (International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems 10th Revision, Version for 2007) dell’Organizzazione mondiale della sanità, registra i disturbi specifici di apprendimento nell’asse F81.

F81 – Disturbi evolutivi specifici delle abilità scolastiche:
Disordini in cui le normali modalità di acquisizione delle competenze sono disturbate fin dai primi stadi di sviluppo. Ciò non in diretta conseguenza di una mancata opportunità di apprendimento, non come risultato di un ritardo mentale e non in conseguenza di alcuna forma di trauma cerebrale o di deficit.

In ambito italiano, nella classificazione generale di Disturbi Evolutivi Specifici di apprendimento si ricomprendono:

  • Disturbo specifico di lettura (Dislessia)
  • Disturbo specifico della scrittura (Disortografia, Disgrafia)
  • Disturbo specifico del calcolo (Discalculia)

Problemi psicologici che possono derivare dai Disturbi Specifici di Apprendimento mal affrontati

A causa della scarsa conoscenza generale dei loro problemi, le persone con DSA vengono spesso considerate sciatte, goffe, trascurate. Da questo tipo di “visione” sociale possono derivare problemi di costruzione dell’identità, con forte senso di disistima e demotivazione, ansia e talvolta depressione dovute all’incomprensione o alle beffe degli altri.
Di conseguenza l’azione della scuola viene sollecitata anche in termini di corretta costruzione delle relazioni interpersonali, del rispetto di tutte le differenze, di integrazione culturale e sociale, della dignità e del rispetto di ciascuna persona, di vigilanza su comportamenti ed atteggiamenti aggressivi, derisori, minacciosi, di dileggio, di emarginazione.
Più facilmente di altre, le persone in situazione di difficoltà o di handicap possono diventare vittime di abusi di ogni genere, essere perseguitate e derise senza potersi difendere.

Va inoltre sottolineato che la ripetuta esperienza di insuccesso che gli allievi con DSA sperimentano costituisce di per sé un elemento demotivante nei confronti dell’attività scolastica e “destrutturante” in termini di identità personale.

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Bibliografia

  • Disturbi specifici di apprendimento: successo scolastico e strategie didattiche. Suggerimenti operativi, Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca.

La violenza in famiglia

«Poiché violenza genera violenza, nella famiglia la violenza tende a
perpetuarsi di generazione in generazione»

– Bowlby –

Per arrivare a comprendere i casi estremi di violenza nella famiglia, può essere utile considerare prima quello che conosciamo dei casi minori ed ordinari che si verificano nella famiglia quando i suoi membri sono presi da sentimenti di rabbia.

I bambini piccoli, e spesso anche i più grandi, sono gelosi in genere dell’attenzione che la madre dà al nuovo nato. Gli amanti litigano se uno pensa che l’altro si stia rivolgendo altrove, e lo stesso vale dopo il matrimonio. Inoltre, una donna può infuriarsi con il figlio se il bambino fa qualcosa come attraversare di corsa la strada, ed anche il marito se questi per affrontare pericoli inutili rischia un arto o la vita.
Quindi diamo per scontato che usualmente, quando il rapporto con una persona particolarmente amata viene messo in pericolo, siamo non solo ansiosi ma anche arrabbiati.
Come risposte alla minaccia della perdita, ansia e rabbia vanno insieme. Non per nulla hanno la stessa radice etimologica. Spesso, nelle situazioni descritte, la rabbia è funzionale. Perciò, nel luogo giusto, al momento giusto ed al livello giusto, la rabbia non solo è appropriata ma può essere indispensabile. In ogni caso, l’obiettivo del comportamento di rabbia è lo stesso: proteggere un rapporto che ha un valore molto particolare per la persona arrabbiata. Stando così le cose, è necessario chiarire perché alcuni rapporti specifici, spesso chiamati rapporti d’amore, debbano divenire così importanti nella vita di ciascuno di noi.
I rapporti specifici, che se minacciati possono suscitare rabbia, sono di tre tipi principali: rapporti con un partner sessuale, fidanzato o coniuge, rapporti con i genitori, rapporti con i figli. Ognuno di questi rapporti è carico di forti emozioni.

La tesi di Bowlby consiste nel considerare gran parte della violenza disadattiva della famiglia come una versione distorta e sproporzionata di un comportamento potenzialmente funzionale, in particolare il comportamento di attaccamento da un lato, ed il comportamento di allevamento dall’altro.
Appare evidente che cure sensibili e amorevoli determinano nel bambino lo svilupparsi della fiducia che gli altri saranno disposti ad aiutarlo se necessario, il divenire sempre più sicuro di sé e coraggioso nell’esplorare il mondo, collaborativo con gli altri, ed anche empatico e di sostegno per altri in difficoltà.
Al contrario, quando al comportamento di attaccamento del bambino si risponde lentamente e malvolentieri, come se si fosse disturbati, il bambino può attaccarsi in modo ansioso e divenire apprensivo per paura che chi lo accudisca scompaia o non sia di aiuto nel momento di bisogno e perciò è restio ad allontanarsi dalla madre, obbedisce malvolentieri ed in modo ansioso ed è indifferente ai problemi altrui. Se inoltre il bambino è rifiutato attivamente dagli adulti che lo accudiscono, può sviluppare un modello di comportamento in cui l’evitamento compare con il desiderio di vicinanza e di cure ed il comportamento di rabbia tende a divenire prominente.

Bambini maltrattati

Considerando gli effetti sullo sviluppo di personalità dei bambini maltrattati, dobbiamo tenere presente che le aggressioni fisiche non sono le uniche forme di ostilità che questi bambini hanno sperimentato da parte dei genitori. In moltissimi casi infatti gli attacchi fisici non sono che la punta dell’iceberg, i segni manifesti di quelli che sono stati gli episodi ripetuti di un rifiuto ostile, verbale e fisico. Perciò nella maggior parte dei casi gli effetti psicologici possono essere considerati come il prodotto di un rifiuto e di un disinteresse prolungato ed ostile. Ciononostante, le esperienze dei singoli bambini possono variare ampiamente.
Alcuni, ad esempio, possono ricevere delle cure materne sufficientemente buone e subire solo raramente esplosioni di violenza da parte di un genitore. Per questi motivi non c’è da sorprendersi del fatto che anche lo sviluppo socioemotivo dei bambini può variare. Qui di seguito vengono descritti alcuni risultati che sembrano essere tipici.
Gli studiosi che hanno osservato questi bambini nelle loro case o altrove li descrivono variamente come depressi, passivi e inibiti, “dipendenti” e ansiosi, arrabbiati e anche aggressivi. Graensbauer e Sands nel confermare questo quadro, sottolineano quanto possa essere disturbante un comportamento del genere per chi si prende cura del bambino. I bambini non riescono a partecipare al gioco e mostrano di divertirsi poco o affatto.
Spesso l’espressione del sentimento è così attenuata che è facile non rilevarla, o altrimenti è ambigua e contrastante. Il pianto può essere prolungato e insensibile al conforto; la rabbia può insorgere rapidamente, violenta e non facilmente risolubile.
Una volta stabiliti, questi schemi tendono a persistere.

Donne maltrattate

Passiamo ora ad esaminare il comportamento degli uomini che maltrattano le loro ragazze o mogli.
L’ipotesi che la maggioranza di uomini sia costituita da bambini maltrattati ora cresciuti è confermata da molte ricerche. Uno studio rilevava che da quanto riferivano le mogli, 51 su 100 uomini violenti erano stati picchiati a loro volta da bambini. Inoltre, 33 su 100 uomini erano stati già accusati di altri reati di violenza. Le ricerche mostrano che la maggioranza di delinquenti violenti proviene da famiglie in cui essi stessi hanno ricevuto un trattamento crudele e brutale.
Infine troviamo che molte delle mogli picchiate provengono da famiglie disturbate e rifiutanti dove in minoranza significativa sono state picchiate da bambine. Queste esperienze le hanno condotte a lasciare la loro casa durante l’adolescenza, a legarsi con quasi il primo uomo conosciuto, proveniente molto spesso da un ambiente simile al loro, e a restare presto incinte. Il doversi occupare di un bambino piccolo crea mille problemi alla ragazza che è impreparata ed ha un attaccamento ansioso; inoltre le attenzioni che rivolge al bambino provocano un’intensa gelosia nel suo partner. Questi sono alcuni dei processi attraverso cui si perpetua un ciclo intergenerazionale di violenza.
I modelli di interazione in alcune di queste famiglie sono risultati abituali: la coppia si separava ripetutamente per ritornare insieme solo dopo pochi giorni o settimane.
Talvolta, dopo le dure parole della moglie, il marito se ne andava per conto suo, per ritornare dopo poco tempo. Oppure la moglie, aggredita fisicamente dal marito, se ne andava con i figli, ma ritornava in pochi giorni alla stessa identica situazione.
Quello che appariva veramente straordinario era la durata di alcuni di questi matrimoni: che cosa teneva uniti i due partner?
È emerso che sebbene apparentemente la scena fosse dominata dalla violenza del marito e dalle parole minacciose e rabbiose della moglie, ogni partner era legato profondamente anche se in modo ansioso all’altro ed aveva sviluppato una strategia per controllare l’altro e per evitare di essere abbandonato.
Venivano utilizzate varie tecniche, soprattutto coercitive, molte delle quali potevano sembrare ad un estraneo di un genere non solo estremo ma controproducente.
Ad esempio, erano frequenti le minacce di abbandono e di suicidio, non erano rari gli atti di suicidio. Questi ultimi producevano in genere l’effetto di assicurarsi rapidamente l’attenzione premurosa del partner anche se facevano insorgere il suo senso di colpa e la sua rabbia. Si è visto che la maggior parte dei tentativi di suicidio erano in reazione ad eventi specifici, in particolare ad abbandono reali o minacciati.
Una tecnica coercitiva, utilizzata soprattutto dagli uomini, consisteva nell'”imprigionare” la moglie chiudendola dentro casa, chiudendo a chiave i suoi vestiti, oppure tenendosi tutti i soldi e facendo la spesa per evitare alla moglie di vedere chiunque altro. L’attaccamento fortemente ambivalente di un uomo che adottava questa tecnica era tale che non solo rinchiudeva la moglie dentro casa, ma la rinchiudeva anche fuori. La buttava fuori casa dicendole di non tornare mai più, ma dopo che lei si trovava per strada, la rincorreva e la portava indietro fino all’appartamento.
Una terza tecnica coercitiva consisteva nel picchiare. Come diceva un uomo, nella sua famiglia le cose si chiedevano sempre con i pugni. Nessuna donna gradiva questo trattamento, ma alcune ne ottenevano una certa soddisfazione. È risultato che nella maggioranza di questi matrimoni, ogni individuo tendeva a sottolineare quanto fosse indispensabile per l’altro, mentre non riconosceva il proprio bisogno del partner. Naturalmente, intendevano per bisogno ciò che Bowlby chiama il desiderio di una figura che li accudisse. Erano terrorizzati soprattutto dalla solitudine.

È proprio perchè in queste famiglie gli schemi tendono a perpetuarsi e le persone vengono coinvolte in rapporti contrastanti e ambivalenti senza esserne pienamente consapevoli che diviene necessario per loro richiedere un aiuto esterno, parlarne con amici, familiari e/o rivolgersi ad un professionista per elaborare assieme tali vissuti.

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Bibliografia

  • La violenza nella famiglia, John Bowlby, Terapia Familiare, 1986.
  • Attaccamento e perdita, John Bowlby, ed. Boringhieri, 1983.

La semantica fobica: un problema di libertà

«Nessun uccello vola molto lontano, se vola con le proprie ali»

recita pressappoco così uno dei proverbi dell’inferno di Blake. Basta modificarne lievemente il significato, trasformandolo in:

«Non vola molto lontano l’uccello che vorrebbe volare con le proprie ali»

per condensare in poche parole il naufragio a cui un insieme di circostanze – il Destino – può condurre chi abbia un’organizzazione fobica.

La polarità semantica critica delle famiglie in cui un membro sviluppa una strategia fobica è “dipendenza, bisogno di protezione/libertà, indipendenza”.
Le emozioni che stanno alla base di questa polarità sono paura/coraggio. Il mondo esterno, a causa di eventi drammatici verificatisi nella storia familiare, o per ragioni più oscure, è visto come minaccioso, e la stessa espressione delle emozioni è talora considerata fonte di pericolo. Proprio perché la realtà incute paura, l’altro è percepito come fonte di protezione e rassicurazione. Analogamente, si è liberi e indipendenti dagli altri proprio perché si è coraggiosi e quindi in grado di fronteggiare da soli un mondo pericoloso. Va sottolineato che libertà e indipendenza sono intese entro questa dimensione semantica come libertà e indipendenza dalla relazione e dai suoi vincoli.
In primo luogo, paura/coraggio e la polarità semantica connessa sono, in queste famiglie, salienti, rappresentano cioè emozioni e categorie dei comportamenti ricorrenti esterni ed interni alla famiglia. Ciò significa che la conversazione in queste famiglie si organizza preferibilmente attorno ad episodi dove la paura, il coraggio, il bisogno di protezione e il desiderio di esplorazione e di indipendenza svolgono un ruolo centrale. Come esito di questi processi conversazionali, i membri di queste famiglie si sentiranno e verranno definiti timorosi, cauti o, al contrario, coraggiosi, o addirittura temerari; troveranno persone disposte a proteggerli o si imbatteranno in persone dipendenti, incapaci di cavarsela. Si sposeranno con persone fragili, dipendenti, ma anche con persone libere, talvolta insofferenti dei vincoli; soffriranno per la loro dipendenza, cercheranno in ogni modo di conquistare l’autonomia; in altri casi saranno orgogliosi della loro indipendenza e libertà, che difenderanno più di ogni altra cosa. L’ammirazione, il disprezzo, i conflitti, le sofferenze, le alleanze, l’amore, l’odio si giocheranno su temi di dipendenza/indipendenza. In queste famiglie ci sarà chi – come il paziente agorafobico – è così dipendente e bisognoso di protezione da avere bisogno di qualcuno che lo accompagni per affrontare anche le situazioni più consuete della vita quotidiana. Ma più di un membro della famiglia, all’opposto, avrà dato e continuerà a dare prova di particolare autonomia. In tutte le storie familiari dei pazienti fobici ci sono personaggi che esprimono autonomia in maniera estrema, anche se la natura di tale autonomia varia da nucleo a nucleo, in rapporto all’inevitabile presenza nella famiglia di altre polarità oltre a quella critica.
La letteratura ha fornito una descrizione del contesto familiare fobica tutta nel segno di bisogno di protezione e della chiusura verso l’esterno. I genitori delle persone con organizzazione fobica presentano ai figli il mondo esterno come pericoloso, sono iperprotettivi e limitano la libertà della prole.
I membri di queste famiglie sentono l’amicizia, l’amore e le altre forme di attaccamento in termini parzialmente negativi perché le costruiscono come forme di dipendenza, mentre gli episodi in cui l’individuo riesce a far fronte da solo alle circostanze sono costruiti come forme di libertà e di indipendenza, perché si oppongono all’avvilente condizione di dipendenza.
Lo sviluppo di un’organizzazione fobica dipende dalla particolare posizione che l’individuo assume rispetto alla dimensione semantica critica. Tutti i membri della famiglia condividono questo modo di organizzare la conversazione, ma soltanto uno, di regola, sviluppa una personalità fobica. Anzi in molte famiglie questa polarità semantica è presente, ma nessuno ha sviluppato, o svilupperà, una personalità di questo tipo.

Ciò che contraddistingue l’organizzazione fobica è la presenza di un circuito riflessivo bizzarro rispetto alla dimensione semantica critica che coinvolge i livelli del sé e della relazione: il soggetto fobico avverte la sua esigenza di legami affettivi stretti e rassicuranti come minacciante la sua autostima e il suo sé. Quando la riflessività è massima il soggetto non dispone più di una trama narrativa entro cui “con – porsi”: la sua posizione oscilla entro alternative reciprocamente escludentisi.

Essere preda di un’avvilente dipendenza
SE’
Essere libero,
indipendente,
con stima in sè
Essere protetto,
Sentirsi sicuro
RELAZIONE
Essere solo in balia di un mondo pericoloso

Il soggetto fobico tenta di trovare un equilibrio tra due esigenze ugualmente irrinunciabili: il bisogno di protezione da un mondo percepito come pericoloso e il bisogno di libertà e indipendenza. Attaccamento ed esplorazione vengono infatti sentiti come inconciliabili.
Il soggetto avverte il proprio desiderio di legami affettivi intensi e rassicuranti come inconciliabile con il bisogno di libertà e di esplorazione. Entrambe queste istanze sono sentite come irrinunciabili, sebbene persone diverse, o la stessa persona in tempi diversi, possano avvertire maggiormente l’una o l’altra. Poiché il soggetto costruisce la realtà come minacciosa e sé stesso come affetto da qualche presunta forma di debolezza psicologica e /o fisica, non può fare a meno della relazione con figure rassicuranti.
Ogni allontanamento fisico e /o psicologico da tali figure lo pone di fronte al rischio di trovarsi in balia della propria fragilità e debolezza. D’altra parte il mantenimento di una relazione stretta con figure protettive si accompagna a un senso penoso di costrizione e limitazione. Alla base dei problemi del paziente vi è il dilemma:
rinunciare alla sicurezza della compagnia ed essere libero, ma anche solo di fronte ai pericoli dell’ambiente extrafamiliare, oppure rinunciare alla libertà di esplorazione in cambio di una protezione rassicurante, ma anche soffocante (Liotti, 1987).
Da qui l’osservazione di Guidano:
la caratteristica principale di questo tipo di modello organizzazionale è una spiccata tendenza a rispondere con paura e ansia (accompagnate da una riduzione più o meno marcata del comportamento autonomo) a qualsiasi perturbazione dell’equilibrio affettivo che possa essere percepita come perdita di protezione e/o di libertà e indipendenza.

Semplificando molto, è possibile ricondurre la gamma dei modi di essere riscontrabili a un continuum con agli estremi due strategie: la prima definibile come strategia ad orientamento claustrofobico e la seconda definibile come strategia a orientamento agorafobico.
I soggetti con strategia a orientamento claustrofobico tendono ad avere un’immagine positiva di sé che si identifica con il sentirsi, e con l’essere definiti dagli altri, persone libere, indipendenti, capaci di cavarsele da sole. Per mantenere questa posizione escludono, o contengono il più possibile, i comportamenti emotivi ed espansivi che li condurrebbero a percepirsi come dipendenti dagli altri, e quindi a perdere la valutazione positiva di sé. Il mantenimento dell’autostima e del sentimento di competenza ed efficacia personale è pagato al prezzo di evitare il coinvolgimento emotivo, che viene avvertito come distruttivo e limitante la capacità di funzionamento individuale. L’intimità suscita in queste persone emozioni positive ed è avvertita come gratificante, a differenza di quanto accade ad esempio alle personalità narcisistiche; tuttavia i legami emotivi vengono sentiti come disturbanti il proprio funzionamento e quindi l’autostima.
Le persone con questa strategia non sono del tutto prive di legami, anche sentimentali, come invece si verifica spesso per chi abbia un’organizzazione a orientamento depressivo. Di regola dispongono di diverse relazioni affettive “tenute a distanza”.
Il sintomo claustrofobico, la paura degli spazi chiusi (aerei, gallerie ecc.), esprime in modo metaforico il terrore di essere intrappolati in una relazione dove “si viene fatti a pezzi”.

Le persone con strategia a orientamento agorafobico bizzarro privilegiano la relazione a scapito del sé. Tendono a costruire e a mantenere relazioni affettive molto strette, in grado di fornire un senso di protezione adeguato. Si tratta in genere di persone che rimangono tutta la vita là dove sono nate, passando da un attaccamento molto intenso, esclusivo, con uno dei genitori a un legame altrettanto ravvicinato con un partner. La relazione coniugale dura in genere tutta la vita, ma anche le altre relazioni significative vengono mantenute nel corso del tempo. È costante la paura di perdere il legame con le persone significative, dalle quali dipende in modo cruciale il loro funzionamento individuale. Altrettanto caratteristica è la tendenza a controllare le figure di riferimento e a sottoporre le relazione a continue verifiche, come anche la tendenza a soffrire per distacchi e allontanamenti fisici e/o psicologici anche temporanei. Molto attenti alla relazione e alle sue sfumature, questi soggetti possono impegnarsi in modo significativo nel lavoro, ma la priorità è sempre attribuita alla vita di relazione e alle sue esigenze. Sebbene si collochino entro l’estremo “attaccamento, bisogno di protezione”, anche loro valorizzano “libertà, indipendenza”: sono quello che sono a causa di qualche costrizione esterna.

STRATEGIA AD ORIENTAMENTO CLAUSTROFOBICO: Essere libero ed indipendente, di un livello di autostima accettabile, ma rinunciare al coinvolgimento emotivo.

STRATEGIA AD ORIENTAMENTO AGORAFOBICO: Disporre di un legame di attaccamento appagante, essere protetto, ma avere una bassa autostima.

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Bibliografia

  • V. Ugazio (1998), Storie permesse storie proibite – Ed. Bollati Boringhieri.
  • M. Bowen (1979), Dalla famiglia all’individuo – Ed. Astrolabio.
  • Alice Nucci (2010), Un problema di libertà? – Tesi 4° anno di Specializzazione in Psicoterapia Sistemica e Relazionale.

La coppia diventa famiglia

Con la nascita del primo figlio la coppia viene riconosciuta come famiglia a tutti gli effetti.
A tale riguardo però occorre dire che la coppia di per sé, quando è ben fondata, è già una famiglia in quanto ha carattere di generatività.
Infatti la generatività della coppia scaturisce dall’amore che la costituisce e si manifesta in alcune espressioni fondamentali: capacità di donare, di accogliere, di prendersi cura, di progettare.
La nascita del primo figlio è la naturale conseguenza di questa generatività e attribuisce alla coppia lo “status” di famiglia. Questo riconoscimento viene innanzitutto da parte dei nonni che smettono di considerare i due coniugi come “i ragazzi” e mandano loro messaggi intesi a qualificarli come genitori.
Il rapporto della giovane coppia con i reciproci genitori subisce evoluzioni diverse: si può verificare un recupero del rapporto madre – figlia, oppure può emergere una competitività latente. La giovane mamma può manifestare bisogno di aiuto e consiglio oppure può nutrire un senso geloso di esclusione.
I due coniugi portano nella famiglia che si accingono a costruire tutte le influenze vissute nella famiglia d’origine: una miriade di messaggi, tutti fedelmente registrati e incancellabili, su di sé, sui rapporti genitori – figli, sui rapporti di coppia, su ruoli e concezioni di vita, una lunga serie di giudizi e pregiudizi con tutti i sentimenti ad essi collegati. Nel rapporto con il figlio tutte queste influenze vengono attivate in modo spesso inconsapevole e in forme diverse:

  • o si tende a ripetere i comportamenti dei genitori anche quando se ne riconosce la manchevolezza o problematicità;
  • o si reagisce ad essi facendo l’esatto contrario, con una radicalità che manca ancora una volta di equilibrio;
  • o si oscilla dall’una all’altra parte.

Inoltre le influenze della famiglia paterna si amalgamano con quelle della famiglia materna.
E’ questo il punto cruciale, solo se possiamo permetterci di essere diversi dai nostri genitori potremo permettere ai figli di essere diversi da noi. Altrimenti si perpetuano catene di dipendenze e storie che si ripetono.
Per tornare alla nascita del figlio diciamo che tutti i rapporti devono essere reimpostati, emergono nuovi ruoli, quelli dei nonni innanzitutto, ma anche degli zii etc.

Ma dentro la coppia che cosa avviene?

Un figlio unisce i due per la vita, ma nello stesso tempo separa; innanzitutto si intromette nella coppia e sottrae tempo all’intimità del rapporto; la giovane madre prova sentimenti tutti nuovi di tenerezza, di protezione, di orgoglio, a volte anche di possesso.
Sente anche su di sé una nuova responsabilità, quella di accudire il figlio nel modo migliore e a volte può temere di non farcela. Questo può far nascere in lei sentimenti di inadeguatezza o di colpa, la sensazione di non essere una buona madre.
In conseguenza di ciò si aspetta dal marito un supplemento di aiuto e comprensione e questi d’altra parte si trova nella situazione di dover dare di più ricevendo di meno e spesso sentendosi escluso e trascurato.
La coppia deve tener conto che il sentimento materno è diverso da quello paterno: il primo più istintivo ed esclusivo, il secondo più razionale e bisognoso di tempo per crescere e definirsi nel rapporto col figlio.
I coniugi, prima del nuovo arrivo, hanno creato un’identità di coppia: la costruzione del nido, interessi e abitudini comuni, progetti di vita, rapporti sociali, tutto ciò che li qualifica come un “noi”. Il figlio sfida l’identità di coppia e la rimette in discussione su molti versanti.
La coppia che progetta di costruire una famiglia deve mettere in conto che occorre tutta una vita per capirsi e che il rapporto, costruito giorno dopo giorno, deve crescere nel succedersi delle diverse fasi fino alla fine. Ci vuole poco tempo per scoprire i difetti dell’altro, ma occorre una vita per scoprirne le qualità.
Riconosciuta la diversità dell’altro ci si può trovare lontani, quasi estranei. La mancanza di conoscenza dei dinamismi della coppia può ingigantire le difficoltà e creare sconforto.
Per tutto ciò bisogna mantenere vivo il dialogo, un dialogo costruito sulla manifestazione di sé e sull’ascolto.
Serve restare in contatto con i propri sentimenti, sforzarsi di percepirli e manifestarli all’altro, non dare mai niente per scontato, non pensare cioè che l’altro possa capire i sentimenti del coniuge ed i veri motivi del suo comportamento senza che questi glieli abbia detti.
Quindi saper ascoltare l’altro, saper arrivare a delle mediazioni, in quanto il matrimonio si fonda in gran parte su un saggio lavoro di mediazione, è una contrattazione continua, una spartizione di compiti e di potere dalla quale nasce lentamente una collaborazione sempre più decisa.
La coppia deve reimpostare i rapporti con le reciproche famiglie d’origine. Questo non vuol dire voltare le spalle alle proprie famiglie di origine, ma che la coppia ha bisogno di tracciare chiaramente i suoi confini, di definire uno spazio tutto suo su cui costruire una nuova famiglia con nuove abitudini e una nuova cultura, mediazione e sintesi delle culture di provenienza.
Infine occorre menzionare l’importanza dell’apertura all’esterno: agli amici reciproci e comuni, alle altre famiglie, al mondo in una dialettica continua di costruzione interna e di interazione con l’esterno in cui la coppia ha bisogno di crescere, evitando di ripiegarsi su se stessa.

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Riferimenti

  • Giannina Semprini, responsabile del “Centro Don Milani”, centro di prevenzione, psicoterapia e formazione.

Aggressività a scuola: il bullismo, come riconoscerlo

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni.

Un comportamento da “bullo” consiste in azioni che mirano deliberatamente a fare del male o danneggiare. Spesso è persistente e dura settimane o mesi e qualche volta anni. Le vittime non riescono a difendersi. Per parlare di bullismo non è sufficiente quindi che si verifichi un singolo episodio di angheria tra studenti ma deve instaurarsi una relazione che, cronicizzandosi, crei dei ruoli definiti: il ruolo di colui che le prepotenze le subisce (vittima) e di chi invece le perpetra (il bullo). Il bullismo implica sempre uno squilibrio in termini di forza. Le azioni di prevaricazione possono essere dirette ed indirette.

Le prime riguardano attacchi aperti nei confronti della vittima; le altre, invece, consistono in una forma di isolamento sociale ed un’intenzionale esclusione dal “gruppo dei pari”. Alcune volte le azioni offensive sono “verbali”, altre “fisiche” oppure si tratta di “gesti sconci” o di “esclusione dal gruppo”.

Sono indicatori primari:

  • Ripetute prese in giro
  • Intimidazioni
  • Umiliazioni
  • Aggressioni fisiche
  • Sottrazioni di oggetti
  • Ferite evidenti per le quali non è possibile fornire una spiegazione esauriente

Vengono invece annoverati come indicatori secondari:

  • Isolamento dal gruppo dei pari
  • Attaccamento all’adulto piuttosto che ai propri compagni
  • Difficoltà a parlare in classe
  • Apparire abbattuti, depressi, piagnucolosi
  • Peggioramento nel rendimento scolastico

Il bullo è un ragazzo che prende in giro ripetutamente in modo pesante, ha una forte autostima, danneggia le cose degli altri, spinge, prende a pugni, prende a calci, rimprovera, intimidisce, minaccia, ingiuria, mette in ridicolo, comanda.

Il bullo può essere aggressivo, ansioso, passivo o sobillatore.

È aggressivo quando ha bisogno di un capro espiatorio su cui sfogare la propria rabbia.

È ansioso quando, se sgridato, cade di fronte ai suoi sensi di colpa.

È passivo o sobillatore quando svolge un ruolo di sostegno per il bullo aggressivo.

È bene cercare di individuare se la vittima è “passiva” o “provocatrice”.

La vittima “passiva” si caratterizza per mancanza di autostima , debolezza fisica e mentale.

La vittima “provocatrice” sembra essere invece una persona iperattiva che ha bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione, vuole essere elogiata in continuazione, non si ferma mai e finisce per infastidire il bullo.

È necessaria la collaborazione di tutti gli adulti di riferimento dal Dirigente scolastico, agli insegnanti, ai genitori, ai collaboratori scolastici, allo psicologo per recuperare i conflitti e adottare percorsi di relazioni umane ed educative per i ragazzi.

“Due sorelle avevano un’arancia. Entrambe pretendevano l’intera arancia e avevano le loro ragioni per volerla: il litigio appariva inevitabile.

Alla fine divisero a metà la loro arancia. La maggiore, irritata, bevve una mezza spremuta e buttò via la buccia. La minore, ancora più stizzita, usò la mezza buccia per fare un’insipida torta e buttò via il succo che non le interessava..

Avessero parlato, avrebbero scoperto di poter avere un’intera spremuta e un’intera buccia con cui preparare unottima torta”.

M. Martello, Oltre il conflitto (2002)

Anoressia, punta di un iceberg

Tutti sappiamo dell’importanza nella società odierna dell’immagine.

Sono soprattutto le ragazzine che vivono in piena età adolescenziale ad imitare coloro che appaiono loro più belle e a rifiutare la propria immagine corporea (questo aderire ai canoni proposti può comportare talvolta problematiche di anoressia).

Un tempo l’anoressia veniva trattata da un punto vista strettamente medico, nel senso che vedeva il problema alimentare da un punto di vista strettamente fisico e nutrizionale, seguendo un approccio “riduzionista”.

Selvini Palazzoli inizia a trattare il disturbo con la Terapia Familiare, avvicinandosi al modello circolare sistemico.
La famiglia è in continua crescita e trasformazione e gli accadimenti di vita (malattia di un membro, separazioni, lutti, trasferimenti etc) stimolano fortemente un adattamento evolutivo della famiglia verso un cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio.

Se però il cambiamento non avviene si produce nella famiglia un blocco nel processo evolutivo che può esprimersi attraverso una sofferenza in uno dei membri.

In tale blocco evolutivo la famiglia mantiene il “livello precedente” senza affrontare il cambiamento che permette di creare un nuovo equilibrio.
Seguendo questo modello il comportamento anoressico o bulimico della/del ragazza/o è la spia di un sistema che non funziona, è il livello più alto di un allarme e di una richiesta di aiuto che è se e per tutta la famiglia. Il sintomo è anche la difesa più forte e decisa che la famiglia mette in campo contro un cambiamento che sente angoscioso ed impossibile.

I disturbi del comportamento alimentare non sono considerati riguardanti unicamente la sfera dell’alimentazione.
In realtà sono patologie complesse dove il disturbo alimentare è solo la punta dell’iceberg, ove possono essere presenti disturbi dell’umore, alterazioni dello schema corporeo, dipendenza da alcol e sostanze, conflittualità familiare, modelli comunicativi disfunzionali etc.

Affrontare l’anoressia significa “abbracciarla” nella sua complessità, tenendo in considerazione tutte le problematiche connesse.

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Bibliografia

  • SELVINI PALAZZOLI M., “L’anoressia mentale in una prospettiva sistemica”, in Psicobiettivo, anno ottavo, n.2, pp.37-51, Maggio-Agosto 1988.

Il ciclo vitale della coppia e della famiglia

La famiglia è un sistema vivente, il cui sviluppo avviene per “stadi” all’interno della dimensione tempo: essa passa attraverso una serie di “epoche”, ognuna consiste in un “periodo di transizione”.

Durante le transizioni si verificano profonde trasformazioni psicologiche e a livello strutturale.
Nel corso del suo ciclo di vita, ogni gruppo familiare passa attraverso una serie di stadi che richiedono dei cambiamenti di ruolo intrafamiliari, dall’altra parte il coinvolgimento dei singoli membri in altri sistemi sociali (scuola, mondo del lavoro etc…) fa si che ogni soggetto di fronte a determinati “passaggi” debba affrontare dei cambiamenti del proprio ruolo, proprio perché tale fase lo richiede.
Secondo J. Haley (1973) quando una famiglia non riesce ad effettuare il cambiamento e si blocca in una certa tappa del ciclo vitale, interrompendone l’evoluzione, nascono i sintomi a carico di uno o più membri della famiglia. L’obiettivo della psicoterapia familiare è allora quello di riattivare una crescita della famiglia, che si evidenzia con il passaggio alla fase successiva di ciclo vitale.

Le autrici Carter e Mc Goldrick hanno elaborato un modello di funzionamento della famiglia normale che implica la considerazione di almeno tre generazioni e che si snoda su due livelli differenti, uno verticale (generazionale) e uno orizzontale, legato agli accadimenti della vita.
In accordo con questo modello, il sintomo o il conflitto che blocca il sistema familiare nel suo percorso evolutivo si colloca quindi nell’intersezione tra gli eventi stressanti verticali (vincoli e difficoltà ereditate dalle generazioni precedenti) ed eventi stressanti orizzontali (legati agli accadimenti della vita).
Talvolta tale intreccio può risultare incrinato, rallentato o ingarbugliato. In tal senso per  un ciclo di vita bloccato risulta terapeutico ri-narrare e ridare un significato più funzionale alla storia vissuta.

Carter e McGoldrick presentano una suddivisione del ciclo di vita in sei stadi: il giovane adulto, la nuova coppia, la famiglia con bambini piccoli, la famiglia con adolescenti, l’allontanamento dei figli, la famiglia in tarda età.

Nella fase precedente la formazione della famiglia, è indispensabile il “distacco emotivo” del giovane dal gruppo di origine e ciò si concretizzerà attraverso la differenziazione e definizione del proprio sé rispetto ai familiari, nell’ambito del lavoro e delle relazioni con i pari.

E’ il periodo in cui si passa dall’adolescenza all’età adulta. Il giovane deve apprendere delle competenze relazionali e utilizzarle nella sua vita sociale, lasciando la base sicura offerta dalla famiglia per affrontare esperienze di studio, lavorative, sentimentali, che comportano un distacco fisico o emotivo dai familiari. Questo processo di distacco è chiamato individuazione; inizia nell’adolescenza e si conclude con il distacco fisico e/o emotivo della persona dalla famiglia.  Per arrivare a questa differenziazione è necessario un movimento disgiuntivo da parte di tutti i membri del sistema, tra i quali avviene la negoziazione delle modalità di distacco. Le famiglie invischiate avranno maggiori difficoltà a negoziare questo distacco perché i vari membri lo sentiranno come una sorta di tradimento.

La fase della coppia

Un lavoro positivo di ristrutturazione, deve portare all’organizzazione del sistema di coppia e si devono “ridefinire” le relazioni con le famiglie estese e con i gruppi di appartenenza dei coniugi o conviventi. Si può verificare che in alcune famiglie, uno o entrambe i membri della coppia non hanno rielaborato in modo costruttivo, il distacco dalla propria famiglia di origine (scarsa differenziazione), per cui risulta limitata la capacità di realizzare un efficace coinvolgimento nel nuovo gruppo familiare e da qui possono sorgere problemi all’interno della nuova coppia.

La nuova coppia dovrà negoziare un considerevole numero di regole relazionali, che non vengono discusse, ma semplicemente agite. Nel mettere in atto il processo di accomodamento reciproco, ognuno dei membri della coppia mette in atto una serie di modelli transazionali appresi dalla propria famiglia d’origine cercando di imporli al partner. Questo produrrà tensioni, ma gradualmente la coppia giungerà a creare modelli transazionali condivisi da entrambi.
Un altro compito molto importante sarà quello di stabilire una giusta distanza emotiva dalle famiglie d’origine, costruendo un nuovo tipo di rapporto con i genitori, i fratelli  e i parenti acquisiti, allo scopo di avere uno spazio in cui sperimentare la propria autonomia di persone adulte.

Nel terzo stadio, quello della famiglia con bambini piccoli, il processo emozionale centrale è l’accettazione di questi come nuovi membri del sistema.
La nascita di un figlio, soprattutto del primogenito, produce nel sistema familiare innumerevoli cambiamenti; nasce infatti il sottosistema genitoriale accanto a quello coniugale già esistente, mentre nelle famiglie d’origine dei neo-genitori si creano i ruoli di nonni e di zii. Molti accordi stabiliti nel primo periodo del matrimonio devono essere rivisti e subiscono cambiamenti, così come i modelli transazionali messi a punto in precedenza, in virtù del fatto che da uno schema relazionale a due si passa ad una triade.
Con la nascita di un bambino si passa dallo stato di figli a quello di genitori, con un’ulteriore maturazione psicologica della coppia genitoriale; tuttavia in questo periodo problemi pratici ed organizzativi fanno sì che la giovane coppia sia piuttosto coinvolta con le rispettive famiglie d’origine. Ciò può provocare ingerenze da parte degli altri nell’educazione del figlio.
La stessa educazione della prole può essere causa di conflitto tra i genitori, i quali possono avere stili educativi differenti, più o meno permissivi.

Nella famiglia con adolescenti, deve essere aumentata la flessibilità dei confini all’interno della famiglia, per permettere l’indipendenza dei giovani. Se ciò avviene, l’adolescente si sentirà libero di entrare e uscire dal sistema famiglia senza nessun tipo di condizionamento o di costrizione.
Uno dei momenti critici del periodo centrale del matrimonio è l’ingresso dei figli a scuola, per due ragioni: I° perché eventuali discrepanze nello stile educativo dei due genitori più facilmente diventano evidenti, in un contesto nel quale se ne può valutare l’effetto; II° perché l’ingresso del bambino a scuola rappresenta la prima esperienza di uscita del bambino dal nucleo familiare e i suoi genitori cominciano a fare esperienza del fatto che mano a mano che il figlio cresce, sempre più si allontanerà dai genitori e i due coniugi resteranno soli, uno di fronte all’altro.
In questo periodo del ciclo vitale della famiglia non ci sono cambiamenti nella composizione, tuttavia i cambiamenti strutturali sono causati dal fatto che i figli crescono e si verifica un lento e progressivo svincolo dalle figure genitoriali. La crisi adolescenziale può essere vista come una lotta tra genitori e figli per mantenere le vecchie posizioni gerarchiche all’interno del sistema familiare, a fronte di richieste di crescita e di cambiamento da parte dell’adolescente.

Con i figli adulti, il processo emozionale centrale sarà l’accettazione di un numero sempre maggiore di movimenti in uscita da e di entrata nel sistema: in pratica ciò comporterà nuovi interessi entro il sottosistema coniugale degli adulti, lo sviluppo di relazioni alla pari tra genitori e figli adulti e la ridefinizione di relazioni per includere nipoti e generi/nuore.

Il movimento di emancipazione dalla famiglia d’origine deve essere incoraggiato dai genitori i quali devono inviare messaggi incentivanti e di stima, comunicando al figlio che è pronto per farcela.
La ragione per la quale il passaggio a questa fase può essere difficoltoso sta nel fatto che spesso la coppia dà più spazio agli aspetti genitoriali della relazione, rispetto agli aspetti coniugali. Perciò in genere il matrimonio entra in una crisi che progressivamente si dissolve, mano a mano che i due coniugi risolvono i loro conflitti e trovano un nuovo modo di essere coppia, permettendo al figlio di avere il proprio partner e la propria professione.

Il momento del pensionamento e della vecchiaia. Il pensionamento produce dei cambiamenti nella struttura familiare dal momento che la persona, concludendo la sua vita lavorativa, si ritrova a vivere la più rilevante parte del tempo in famiglia, coinvolgendosi maggiormente all’interno della famiglia. Dal momento che si conclude la vita lavorativa dell’individuo, il periodo del pensionamento è spesso connotato da tristezza, sentimenti depressivi, senso di inutilità legato alla mancanza di produttività. Allora accade talvolta che una persona della famiglia sviluppi una sofferenza psichica, dando modo al pensionato di occuparsene e di farlo sentire utile.
Ad un certo punto della vita uno dei due coniugi rimarrà vedovo e dovrà rientrare in famiglia, dove le generazioni più giovani si prenderanno cura di lui. Anche questo può essere un momento di crisi che può indurre la famiglia a ricoverare l’anziano in un istituto.

Riguardo alle fasi del ciclo vitale sopra descritte è indispensabile avere la flessibilità di cambiare i ruoli dei singoli membri e la flessibilità di cambiare la “struttura” della famiglia per arrivare ad un nuovo equilibrio che sappia fare fronte davanti al “cambiamento” (Minuchin, Famiglie e Terapia della Famiglia).

Quando questo non avviene, il terapeuta può aiutare i membri a rinegoziare il quid pro quo a ogni passaggio, da una fase del ciclo vitale a un’altra.
La psicoterapia  ha come scopo quello di capire, con l’aiuto del terapeuta, come la storia delle relazioni possa aver portato ad una situazione di impasse, di sofferenza ed eventualmente alla presenza di un sintomo in uno dei suoi membri.
Con la terapia si favorisce la possibilità di trovare nuove e più funzionali modalità di ascolto reciproco e di espressione dei bisogni personali. L’intervento terapeutico ha come scopo, sia la soluzione del problema, o del conflitto, presentato dalla famiglia, che il benessere psicofisico di ciascun suo membro, favorendo un incremento della differenziazione del sé rispetto agli altri.

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Bibliografia

  • Andolfi M., La crisi della coppia, Cortina, Milano, 1999.
  • Minuchin S., Famiglie e Terapia della Famiglia, 1977.

Adolescenza e paure

L’adolescenza è una fase dell’età evolutiva che comporta uno sviluppo fisico, inteso come ridefinizione del sé corporeo, uno sviluppo sessuale con conseguenti ripercussioni a livello emotivo-affettivo e uno sviluppo cognitivo. In questo periodo di grandi cambiamenti gli adolescenti presentano paure, date dallo sviluppo delle capacità cognitive e da nuove consapevolezze che aprono la strada a sofferenze, ma anche a bisogni e speranze che sono il versante opposto di ogni paura.

Speltini sottolinea l’aspetto positivo della paura considerandola come presa di coscienza della problematicità del vivere, purchè non degeneri in angoscia nevrotica o in fobie ossessive; ma soprattutto propone di leggere la paura come un indicatore dell’ambiente psicologico dell’adolescente che, come tale, fornisce informazioni utili riguardo alla rappresentazione del sé e del mondo. Riconosce che la maggior parte delle paure sono apprese dall’ambiente familiare e sociale, ma non trascura l’aspetto innato di alcune paure.

Le paure dell’adolescente possono essere tra le più svariate, dalla scuola (come banco di prova delle capacità personali collegate al giudizio e alle attese dell’ambiente familiare ), ai genitori, visti come detentori di potere, giudizio e sanzione.
Ma ci sono anche le paure centrate sull’individuo, sui complessi di inferiorità, insicurezze, senso del ridicolo, incertezze sul futuro, solitudine, paura di non farcela.
Ci sono poi le paure centrate sul sociale, le paure date dal confronto con gli altri, la paura di essere inferiore o inadeguato, nonché la paura per tutti quegli avvenimenti che sfuggono al controllo personale.

In questo tumulto emotivo e di fronte a tutte queste paure, l’adolescente può rispondere con modalità differenti.
Può padroneggiare razionalmente le situazioni che lo avviano all’età adulta, o all’opposto agire in contrapposizione al mondo degli adulti, trasgredendone le regole. Il gruppo dei pari assume una notevole importanza nell’esplorazione e sperimentazione di bisogni innovativi e nella condivisione della trasgressione in un rapporto paritario di confronto e di sostegno reciproco all’interno del gruppo.

Le condotte trasgressive dell’adolescente possono andare dall’assunzione di droghe e alcol, ad atteggiamenti di sfida e di rischio, all’instaurare relazioni sentimentali autodistruttive, a comportamenti alimentari scorretti (disturbi alimentari). Questi comportamenti in realtà sono solo la punta di un iceberg, che spesso nasconde altre problematiche, quali scarsa autostima, insicurezza data dal confronto con gli altri, conflittualità nella propria famiglia d’origine,confini e ruoli familiari non chiari, problemi di comunicazione tra genitori e figli o nella coppia genitoriale.

In tutto ciò gli adulti rivestono particolare importanza per l’adolescente, la possibilità di confronto con loro permette al ragazzo di prendere le distanze dall’urgenza dei bisogni presenti legati alle sensazioni e agli impulsi per accedere al pensiero riflessivo in vista di un progetto futuro.
Ma questo è possibile solo se gli adulti stessi sono persone equilibrate e mature con un buon rapporto con la loro stessa parte bambina e adolescente.