La depressione post-partum

C’è un aspetto della giovane madre al quale bisogna prestare molta attenzione, che è la cosiddetta depressione post-partum o depressione puerperale, un perfido male in agguato. Il meccanismo ipotizzato pare sia il seguente.

Nella gravidanza, la natura ha previsto che certi ormoni abbiano un’azione distensiva, sedativa sulle cellule nervose. Alcuni metaboliti del progesterone hanno addirittura evidenziato un effetto sedativo 200 volte superiore a quello dei barbiturici.
Durante la gravidanza la donna beneficia dal punto di vista psicologico del ruolo “rasserenante” svolto da questo cambiamento ormonale.

Si verificano, certo, casi di depressione anche in gravidanza, ma solitamente per le donne questo è effettivamente un periodo sereno: persino le donne che durante la loro vita hanno sofferto di ansie o depressione dicono di non essersi mai sentite così bene.
Anche certe gravidanze inizialmente rifiutate, con conflitti e tensioni, vengono poi accettate forse grazie anche all’azione di questi ormoni.

Il problema può invece emergere al termine della gravidanza.
E si ipotizza che sia, almeno in parte, collegato all’espulsione della placenta, un organo dotato di un importante attività ormonale.
È un cambiamento improvviso, che scombussola ancora una volta gli equilibri ormonali interni della donna. In particolare, provocherebbe la mancanza degli ormoni dotati di un’azione sedativa e forse anche antidepressiva.

Spesso, quindi, durante l’allattamento, affiora un lieve stato melanconico, che col passare dei giorni si associa a uno stato di ansia e apprensione dovuto alle responsabilità delle cure nei confronti del bambino. Poi c’è la stanchezza causata dal sonno interrotto e anche dai pianti del bambino.

Alcuni ritengono invece che sia soprattutto la montata lattea e l’azione della prolattina ad agire sui centri dell’emotività rendendo certe madri più sensibili e più inclini al pianto.
In passato, quando si viveva in famiglie allargate, tutto ruotava intorno al neonato e anche intorno alla puerpera, che aveva così un maggior sostegno.
Oggi la madre invece torna a casa e spesso rimane tutto il giorno sola, senza nemmeno il marito, assente per lavoro.
Queste “melanconie”, peraltro, sono passeggere e scompaiono da sole abbastanza rapidamente. Non si può parlare quindi di depressione vera e propria.
Per ulteriori approfondimenti sui temi gravidanza, parto e maternità si rinvia all’articolo Nascere insieme.

La vera depressione, invece, è cosa ben diversa. È una brutta bestia che colpisce un numero ristretto di madri e che può peggiorare col tempo.
A volte in modo drammatico. Perché può essere l’innesco di una malattia molto seria, che scatena i disturbi dell’umore e disturbi dell’ansia.
In particolare certe donne che hanno in famiglia casi di depressione bipolare hanno maggiori probabilità di “esordire” con una loro depressione dopo il parto.

Naturalmente bisogna distinguere tra varie forme depressive di diversa gravità e che sono tutt’altra cosa rispetto a quella transitoria melanconia che è invece spesso associata al solo periodo che segue il parto.
In passato molte donne hanno sofferto di depressione suscitata dal parto.
Ma allora non si conoscevano anche i meccanismi biochimici legati a questa malattia. Veniva vista come una condizione dovuta alla prostrazione del dopo parto, un esaurimento nervoso da curare con ricostituenti e con frasi affettuose: “Su non fare così…tutti ti vogliono bene! Pensa al tuo bambino, vedrai che ti passerà! Esci, distraiti un po’!…”.
Oggi si sa che non è un problema di nutrizione, né tanto meno di buona volontà da parte di chi è veramente depresso.

È un male che colpisce dentro, in profondità: il depresso si sente come in fondo a un pozzo dal quale non riesce più a uscire.
Per questo è importante non lasciare che la depressione si installi.
La depressione post partum, se non riconosciuta e trattata, interferisce con le abilità della donna di instaurare un interscambio di comportamenti e di emozioni con il suo bambino e con l’attaccamento, capaci di prevenire le conseguenze negative a lungo teremine sullo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo del bambino.

Diagnosi e interventi terapeutici precoci risultano pertanto efficaci.

Lettera alla tua famiglia

Dott.ssa Alice Nucci

Carissimo,
sento un forte desiderio di rivolgermi alla tua famiglia che, pur essendo formata da più individui e tutti con la propria specifica e ben distinta personalità, è al tempo stesso un’unità inscindibile.
Come un trio per archi o un quartetto, un ensemble musicale, in cui il violino, la viola da gamba e il violoncello hanno ciascuno capacità espressive tonali e melodiche proprie, ma la sonata emerge dall’insieme di tutti gli strumenti.
Mi sembra questa una buona metafora della famiglia, un insieme in cui le capacità del singolo, e quindi la sua personalità irripetibile, sono fondamentali, ma devono contribuire alla riuscita di un risultato comune.
Penso al contrappunto, a quando due strumenti entrano in una vera comunicazione e le note si susseguono in un dialogo serrato: la bellezza è il dialogo, non i pezzi melodici serrati di ciascuno strumento.
Se suonano insieme, danno sensazioni musicali piacevoli, separatamente fanno pensare a qualche cosa di incompleto, di rotto.
Ed ecco il primo messaggio: nessuno può essere escluso dalla famiglia di cui è parte.
La famiglia è il luogo dei sentimenti, il risultato risiede nello stare bene insieme, in particolare nel luogo fisico della famiglia, la casa.
La casa è particolarmente importante. Lo è per me, per tutti noi italiani che la desideriamo e la curiamo fino a imprimervi uno stile di famiglia.
Ognuno di noi esercita un compito proprio fuori casa, legato alle caratteristiche di ciascuno, alla propria professione, ma quando i solisti rientrano, l’ensemble si ordina per una sonata di famiglia, e abbiamo fatto cose straordinarie.
Straordinarie anche se solcate talora dal dolore, tra il dispiacere, le difficoltà, le incomprensioni.
Molte volte ho sentito la famiglia come un vincolo insopportabile, talora mi è sembrato di non essere capito e di venire criticato, come se io fossi inadeguato. Momenti in cui la famiglia mi è apparsa un inferno nemico, con la sensazione di aver sbagliato tutto.
Ma da trentasette anni faccio parte dell’organico e ora so che una famiglia cambia, che ha capacità di rinnovarsi, di ricrearsi.
Non saprei vivere senza questa famiglia, non perchè sia legato da una dipendenza, dall’incapacità a un’esistenza solitaria, ma perchè sto bene, perchè qui trovo la forza di vivere dentro il mondo, di andare verso il mondo sapendo e pensando sempre al mio punto di riferimento. La famiglia non mi toglie la libertà di agire da singolo, ma mi dà la forza di farlo.
Insomma sono parte di una famiglia che non è né perfetta, né un esempio di romanticismo poetico, ma ha retto ed è rimasta, tra qualche scossone e seguendo l’andamento da alta a bassa marea, il luogo dei sentimenti.
Chi pensa che l’affetto sia uno status continuo o che si spenga in funzione dell’età, sbaglia.
Se pensate che una famiglia vecchia abbia consumato gli affetti e sia chiusa dentro le coordinate del minimalismo, vi ingannate.
Se pensate che il gusto della relazione totale, che certo mescola anche i corpi, sia una proprietà esclusiva della giovinezza, siete in errore. Se credete che, diminuendo il vigore delle passioni, si è fuori dall’amore, prendete un grande abbaglio.
Le relazioni affettive sono sempre nuove per totalità, per eleganza, per l’accumulo dell’esperienza passata: un racconto musicale barocco, non privo di improvvisazioni e di qualche resurrezione. Oltre il tempo: una durée che parla di infinito.
Voglio ora riempire i fogli da lettera che mi rimangono con le mie riflessioni su ciascuno dei ruoli che appartengono alla famiglia.
Dopo aver composto una sonata, occorre farne una trascrizione per strumenti e dunque comporre lo spartito.

La madre

Cara signora,
il pericolo che corri è di dedicarti completamente alla famiglia, di considerare che non c’è altro al di fuori di questo piccolo mondo e, quindi, di assumere tutto il significato al suo interno e di perderlo completamente quando ne sei fuori.
La madre deve svolgere al meglio possibile la funzione familiare, e in alcuni momenti l’impegno è enorme, ma non può ridursi ad esso e quindi deve poter coltivare e promuovere un senso fuori della famiglia.
Non rinunciare mai ad esercitare il ruolo, ma non accattare mai di esercitare solo quello.
Dunque non rinunciare mai a svolgere bene il ruolo di madre, ma non dimenticare che rimane, per lo più, il tempo per fare altro.
Se metti al mondo un bambino, e io ti auguro di fare questa esperienza eccezionale, sappi che per i primi tre anni dovrai vivere in gran parte per lui.
Tra zero e tre anni si compie nel bambino il processo di separazione – individuazione che è uno dei punti essenziali della crescita, poiché è con il compimento di questo processo che un bambino si percepisce come un’unità staccata e in grado di raggiungere un primo livello di autonomia, nel senso di potersi relazionare con gli altri.
Non ti sembri troppo scontata questa affermazione e pensa che alla nascita il bambino non si distingue come qualche cosa di separato da te e quindi deve procedere verso l’acquisizione di una diversità che sorge solo se si confronta continuamente con persone stabili, e la madre gli serve per distinguersi da lei e se cambia come in un caleidoscopio, lui non riesce a percepire un che di stabile su cui confrontare la propria individuazione, una individuazione che avviene proprio attraverso la separazione.
Ora permettimi di fare un salto e raggiungere la pubertà, quando per tuo figlio o tua figlia comincia la metamorfosi del corpo, ma anche della personalità e della sensibilità sociale.
Anche qui c’è la ricerca di un ulteriore livello di autonomia, questa volta non nell’acquisizione di un Sè che sappia relazionarsi con altri, ma un’autonomia psicologica della famiglia per poter uscire e sperimentare le relazioni sociali, non più sotto l’ombrello e la guida di mamma e papà.
Ebbene, in questo momento il pericolo per una madre è di voler esserci a tutti i costi, di voler imporsi, di controllare eccessivamente il bisogno, anche di avventura che l’adolescente cerca.
In questa fase è positivo che te ne stia anche lontana, senza rancori certo, e senza rispondere violentemente alle provocazioni che gli adolescenti mandano contro la famiglia nel suo insieme.
Ecco un momento in cui ti puoi dedicare di più a una dimensione fuori dalla famiglia, a meno di non avere altri figli che ora abbiano un’età che richiede l’impegno già superato dal primo.
Insomma, il ruolo di madre ha periodi di diversa attività e guai a non esserci quando occorre, mentre non serve o serve starne lontano, in età differenti. E ciò, ovviamente, non vuol dire abbandono, ma una presenza da lontano, una presenza che si riallaccia nel racconto e nell’ascolto della vita del figlio vissuta fuori casa, e che tende a diventare anche segreta.

Il padre

Carissimo padre,
rivolgendomi a te mi pare di scrivere a uno che non c’è, a un padre mancato, non so colpevolizzarti perchè ti voglio bene, perchè soffri e risenti del tempo presente, in cui l’uomo si muove senza sapere perchè, oberato dagli stimoli del momento e con la paura che la batteria si scarichi.
Se mi permetti un consiglio, per ritrovarti cerca di fare il padre e il marito, scoprirai la bellezza di avere un senso e la grandezza dell’affettività e del valore dei sentimenti.
Porta a casa meno roba, meno simboli e portati a casa tu, perchè i figli hanno bisogno di te e così tua moglie, e scoprendo che sei essenziale per loro avrai la dimensione anche di te stesso e allora potrai esistere senza faticare per l’inutile, per ricoprirti di cose che ti diano un senso. In quel modo non solo non lo ottieni, ma ti perdi sempre di più. Fermati, “perditi per finalmente ritrovarti”.

I figli

Cari figli,
lo sapete bene di essere la parte centrale della vita della famiglia e che lo sguardo di tutti è rivolto a voi. Ebbene, vi prego, non ritenete di avere soltanto diritti. Non è vero che, poiché siete il fine, l’oggetto dell’educazione, dovete ricevere e non dare mai, e protestare e lamentarvi degli educatori e del clima in cui si svolge la relazione educativa.
Non limitatevi al lamento, anche se a ragione, senza fare il minimo sforzo per capire cosa è successo e senza nemmeno porvi il problema di un possibile aiuto da dare a vostra madre o a vostro padre.
Mi meraviglio che non facciate nulla per facilitarli in questo compito, perchè non si tratta di due robot che non possono andare mai in crisi e allora, se volete un’attenzione adeguata, aiutateli.
Suggerimento in perfetta sintonia con la certezza che l’educazione non è un processo a una sola direzione. Con ciò non sostengo affatto che si debbano scambiare i ruoli, sono ben lontano dal pensarlo; affermo con decisione che se i padri e le madri non sono motivati, fanno maggiore fatica a svolgere il loro ruolo e su questo tasto voi avete una grandissima capacità per incidere.
Fatelo e cercate poi di evitare i tono aggressivi che, se hanno bisogno di esser capiti e talora tradotti nel loro significato, demotivano e fanno sentire a padri o madri di essere inadeguati.
Insomma, l’educazione va da loro a voi con ritorni che siano di sostegno, di correzione reciproca e di rinforzo per continuare. Continuare un’esistenza assieme sentendo gratificazione, gioia di vivere, di vivere con loro anche se non sono perfetti.

Queste sono alcune considerazioni sulla famiglia, tratte dal libro “Lettera alla tua famiglia” di Vittorino Andreoli, Ed. Rizzoli, 2006.
Ho riportato una minima parte dei contenuti della lettera, sperando di suscitare nella mente di chi la legge riflessioni sulla propria famiglia, riflessioni che possono portare all’ identificazione nei ruoli e/o contenuti citati o a considerazioni su dinamiche relazionali diverse e/o opposte.
L’autore del libro ha sottolineato l’importanza del dialogo nella famiglia, un dialogo intrinseco di sentimenti talora contrastanti.
Talvolta anche il “non detto” assume una valenza comunicativa altrettanto forte di ciò viene esplicitato a parole.

 

Dott.ssa Alice Nucci

Autostima: Stare bene con sé stessi

L’autostima è l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di sé stesso (Battistelli, 1994).
Tre elementi fondamentali ricorrono costantemente in tutte le definizioni di autostima (Vascelli,2008):

  1. La presenza nell’individuo di un sistema che consente di auto – osservarsi e quindi auto – conoscersi.
  2. L’aspetto valutativo che permette un giudizio generale di sé stessi.
  3. L’aspetto affettivo che permette di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.

Una prima definizione del concetto di autostima si deve a William James, il quale la concepisce come il risultato scaturente dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi.
Alcuni anni dopo Cooley e Mead definiscono l’autostima come un prodotto che scaturisce dalle interazioni con gli altri, che si crea durante il corso della vita come una vera valutazione riflessa di ciò che le altre persone pensano di noi.
Infatti l’autostima di una persona non scaturisce esclusivamente da fattori interiori individuali, ma hanno una certa influenza anche i cosiddetti confronti che l’individuo fa, con l’ambiente in cui vive.
A costituire il processo di formazione dell’autostima vi sono due componenti: il sé reale e il sé ideale.
Il sé reale non è altro che una visione oggettiva delle proprie abilità; detto in termini più semplici corrisponde a ciò che noi realmente siamo.
Il sé ideale corrisponde a come l’individuo vorrebbe essere. L’autostima scaturisce per cui dai risultati delle nostre esperienze confrontati con le aspettative ideali.
Maggiore sarà la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, minore sarà la stima di noi stessi.
La presenza di un sé ideale può essere uno stimolo alla crescita, in quanto induce a formulare degli obiettivi da raggiungere, ma può generare insoddisfazioni ed altre emozioni negative se lo si avverte molto distante da quello reale.
Per ridurre questa discrepanza l’individuo può ridimensionare le proprie aspirazioni, e in tal modo avvicinare il sé ideale a quello percepito, oppure potrebbe cercare di migliorare il sé reale. (Berti, Bombi, 2005).

Le persone con scarsa autostima hanno una visione negativa del proprio valore, incondizionata, pervasiva e di lunga durata.
Chi ha bassa autostima sperimenta:

  • Una scarsa fiducia in sé stesso e nel mondo
  • Una difficoltà di ascoltarsi e di individuare obiettivi realistici e coerenti con le proprie aspirazioni
  • La tendenza a dipendere dagli altri per ciò che riguarda la definizione del valore come persona e delle capacità
  • Una ricerca continua del consenso degli altri, uno scarso spirito di iniziativa ed una scarsa disponibilità a rischiare
  • La tendenza a reagire d’impulso
  • La mancanza di un progetto di vita personale
  • Una vulnerabilità ai disturbi d’ansia e uno stile comportamentale passivo.

Tra i fattori di rischio meritano particolare attenzione quelli ambientali come episodi di isolamento/mobbing, eventi traumatici, stress prolungato, episodi di trascuratezza e/o abbandono dell’infanzia/adolescenza, ripetute critiche da parte delle figure di riferimento.
In generale il miglioramento dell’autostima è una premessa fondamentale per il benessere psicosociale della persona. Le persone con bassa autostima, generalmente, ricorrono alla psicoterapia lamentando sintomatologie depressive, ansiose e/o alimentari.
Il trattamento, oltre a focalizzarsi sulla riduzione e gestione di queste problematiche, si prefigge di lavorare sull’accrescimento dell’autostima.

Famiglia e valori


Dialogo tratto dal film “La storia infinita”

Atreyu: Che cos’è questo nulla?!
Gmork: È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Atreyu: Ma perché?!
Gmork: Perché è più facile dominare chi non crede in niente.


“Siamo in piena crisi dei valori!” è un’espressione che sentiamo spesso e questo perché da diverse generazioni quello che un tempo era motivo di orgoglio familiare, è caduto nell’oblio.
La famiglia è il contesto idoneo per la trasmissione di valori fondamentali, che permettano la costruzione di una società più armoniosa.
Abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli, sin da piccolissimi, i valori della famiglia e quelli sociali, così come dobbiamo spiegare loro come applicarli alla vita quotidiana.
Questi valori definiranno l’atteggiamento che assumeranno nella vita da adulti e ne definiranno la personalità.

Potremmo dire che i valori condizionano il modo in cui ci comportiamo dinnanzi a circostanze che la vita ci pone davanti. Ogni condotta che assumiamo è un esempio per i nostri figli.
Per questo motivo, in veste di genitori, dobbiamo essere il loro principale e più importante modello di valori. Semplicemente, con l’esempio si educa.
Da ciò deriva l’importanza di curare al massimo il modo in cui reagiamo a ogni circostanza.
Questo aspetto è essenziale per trasmettere principi e valori ai nostri figli, che diano loro la possibilità non solo di credere in un futuro migliore, ma di gettare le basi per poterlo loro stessi costruire.

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Bibliografia

Il diritto all’ozio nei bambini

Gianfranco Zavalloni, maestro e dirigente scolastico, teorico della pedagogia della lumaca scriveva: quando si “perde tempo” si “guadagna tempo”, compaiono idee, si trovano soluzioni creative, si cercano antidoti alla noia e nuove strade di ricerca.
“Mi piace giocare, prosegue Zavalloni, disegnare, raccontare e ascoltare storie, fare e vedere uno spettacolo di burattini.
Insomma mi piace il mondo dei bambini e delle bambine, anche perché credo che sia importante che in noi resti vivo una parte di bambino.
E per 16 anni ho giocato con I bambini dai 3 ai 6 anni.
Per questo più di 15 anni fa ho scritto il Manifesto diritti naturali di bimbi e bimbe.
Questo manifesto è rivolto ai grandi, anche perché i bimbi lo capiscono al volo”.
Tra I diritti naturali di bimbi e bimbe Zavalloni ricorda il “diritto all’ozio, a vivere momenti di tempo non programmati dagli adulti”.

I bambini della scuola primaria o media hanno spesso una settimana piena di impegni.
Spesso capita che I genitori riversino sui figli le proprie aspettative , non consentendo loro di trovare un momento libero per giocare in tranquillità o semplicemente oziare.
C’è il corso di basket, poi piscina, inglese, lo studio, I compiti etc.
Succede che spesso i genitori abbiano un livello di aspettative elevato nei confronti dei propri figli, come se questi dovessero riuscire e primeggiare in svariati contesti, ma questo può ripercuotersi nei bambini stessi che avvertono una pressione eccessiva, aumentando di conseguenza il livello di ansia e stress, l’irrequietezza, la stanchezza.
Non è necessario avere un tempo sempre scandito, è importante che I bambini abbiano un po’ di tempo libero per fare ciò che desiderano, sperimentare la fantasia, la creatività o anche la noia.

La noia e l’ozio sono fattori importanti nello sviluppo della creatività e personalità.
I momenti di noia, di pausa, liberi da ogni impegno, sono essenziali per uno sviluppo equilibrato e sereno, perché consentono al bambino di conoscere se stesso, di capire quali sono I suoi interessi, desideri, emozioni.
Scrive Winnicott : “E’ soltanto mentre gioca che il bambino o l’individuo adulto è in grado di essere creativo e di far uso dell’ intera personalità, ed è solo nell’ essere creativo che l’individuo scopre la parte più profonda di sè; il proprio Sè corporeo; sulla base del gioco viene costruita l’intera esistenza dell’ uomo, come esperienza di Sè”.
Tutto questi spunti presuppongono la capacità di ascoltare i nostri bambini, cercando di capire quali sono le loro reali inclinazioni e interessi, imparando anche che I tempi degli adulti non vanno necessariamente di pari passo con i loro.

Come sviluppare l’autostima nel bambino

Come giungono i bambini ad avere un livello alto o basso di autostima? In larga misura lo traggono dall’ambiente: interagendo con le persone e gli oggetti intorno a loro, ricevono di continuo nuove informazioni e raccolgono nuove percezioni su se stessi, che li portano a mantenere o a modificare il senso della propria dignità e valore.
Se il feedback è costantemente negativo, è molto probabile che l’autostima raggiunga un livello basso, mentre se invece comunica una sensazione di dignità e di valore, l’autostima tenderà a essere alta.

I bambini hanno bisogno di quel certo tipo di comunicazione con i genitori che li aiuti non solo a crescere e ad imparare, ma che sia anche in grado di stimolarli a sentirsi bene con se stessi.
Il primo passo da compiere per aiutare i nostri figli a sviluppare un senso di autostima è cercare di capire il modo in cui guardano il mondo e imparare ad accettarlo come quello più adeguato a loro in quella fase specifica dello sviluppo. I bambini ragionano in modo diverso dagli adulti. Molto spesso non sono in grado di pensare a nessuno se non a se stessi e molte volte trovano difficoltà a guardare avanti, a fare un piano in anticipo, a ricordare ciò che gli ė stato detto.
Nell’affrontare il compito di costruire nei propri figli il senso di autostima, è bene tenere a mente queste caratteristiche psicologiche infantili: I bambini tendono ad essere impulsivi, pretendono qualcosa e vogliono ottenerla subito, nelle prime fasi evolutive sono incapaci di rimandare la gratificazione, anche per breve tempo.

I bambini tendono ad essere egocentrici, i bambini sono il centro del loro mondo, sono egoisti: bene è ciò che dà loro piacere, male ciò che causa dolore. Man mano che crescono sono più disposti a considerare gli altri, ma solo se ottengono in cambio qualcosa (almeno all’inizio).
I bambini tendono a pensare in termini semplici e concreti. Con il termine “concretamente” intendiamo dire che i bambini pensano in termini di oggetti che possono vedere e toccare e di suoni che possono udire: sperimentano la vita attraverso i loro sensi.
I bambini tendono a cercare la ricompensa e a evitare la punizione, vanno a letto presto per farsi leggere una storia prima di dormire, oppure svolgono qualche piccola incombenza affidata loro per mettere una stellina in più sul “tabellone dei lavoretti” o colorano una figura per essere lodati dai genitori.

Allo stesso tempo i bambini cercano di evitare il disagio della punizione. Così per sottrarsene a volte non dicono la verità, danno la colpa agli altri e cercano di trovare scuse per evitare problemi.
I bambini inoltre si lasciano facilmente influenzare dall’ambiente in cui si trovano, differentemente dagli adulti trovano molto difficile resistere alle attrattive di ciò che li circonda.
Comprendere la natura dei bambini ci offre le fondamenta su cui costruire i nostri sforzi per aiutare i figli ad avere una visione positiva di se stessi e delle proprie capacità.
Quando riusciamo a trovare il tempo di ascoltare i nostri figli e siamo capaci di dar loro tutta la nostra attenzione quando ci parlano, la nostra comprensione ed empatia e sappiamo rendere con parole compiute i loro pensieri e sentimenti, tutto questo è un modo di comunicare loro che li accettiamo, che contano e sono importanti per noi.
Bisognerebbe cercare di rafforzare nei nostri bambini la convinzione di essere capaci e degni di affetto, lodandoli e abbracciandoli, coccolandoli; non esiste limite al bisogno di conferma e rassicurazione che hanno i bambini.
Alcuni genitori non lasciano ai propri figli un controllo sufficiente di se stessi, ma con la loro iperprotezione non fanno altro che comunicare loro un senso di inadeguatezza, una sensazione di incapacità.

Sarebbe invece importante riuscire a dare ai nostri figli un senso ragionevole di controllo della loro vita.
Da ultimo cerchiamo di dare ai nostri figli un’immagine positiva di noi stessi: questo è un principio molto saggio perché implica che i nostri figli possono afferrare e far loro il senso di autostima secondo il grado di autoconsiderazione che siamo capaci di modellare per loro.
Non possiamo controllare totalmente le emozioni e i sentimenti che proviamo nei confronti di noi stessi, ma siamo in grado, di controllare almeno entro certi limiti, il modo in cui parliamo di noi e il nostro modo di reagire alle circostanze di vita.
Dunque modellare per i nostri figli una sana autostima di noi stessi è fondamentale per sviluppare in loro un’autostima altrettanto sana verso sé stessi.

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Bibliografia

  • “Come sviluppare l’autostima del bambino” di Eugene Anderson, George Redman, Charlotte Rogers, edizioni Red, 2005.

L’Autostima

Nel senso comune spesso si crede erroneamente che le persone che hanno una buona autostima siano quelle che si mostrano forti, molto competenti e/o con tante abilità.
In questo modo più ci si sente bravi e competenti a fare una cosa, più l’autostima dovrebbe rafforzarsi.
Non è così! Difatti a rafforzarsi sarà il senso di autoefficacia, non l’autostima!
L’autostima è la capacità di essere trasparenti, perspicui, di non identificarsi né con le proprie convinzioni, né con ciò che le altre persone dicono di noi.
E’ la capacità di mettersi da parte e di sentirsi liberi, indipendenti e autonomi nei confronti dell’approvazione altrui.
L’autostima nasce dalla consapevolezza di essere persone uniche, irripetibili e quindi speciali.
Nasce dall’essere e non dal fare.
In realtà raggiungere l’autostima non significa sentirsi superiori alle altre persone, chi raggiunge l’autostima non si lascerà scalfire da nessuna offesa.
Comprendere perché ci comportiamo in modo da essere sempre sconfitti, non ci aiuterà a smettere di farlo.
E’ necessario agire e per questo dobbiamo agire in modo diverso da come abbiamo sempre fatto.

“Quando non ho avuto più niente da perdere, ho ottenuto tutto.
Quando ho cessato di essere chi ero, ho ritrovato me stesso.
Quando ho conosciuto l’umiliazione ma ho continuato a camminare, ho capito che ero libero di scegliere il mio destino”. – Paulo Coelho

Accettarsi non significa rassegnarsi o sentirsi impotenti.
Al contrario accettare vuol dire non combattere e non lottare contro se stessi. Significa essere consapevoli che non abbiamo nemici e che quindi non c’è nessuno da sconfiggere.
Vuol dire affrontare le nostre paure e le nostre paranoie mettendole, ogni giorno, in discussione.
L’accettazione nasce da una soddisfazione profonda.
La raggiungiamo quando in profondità non diciamo più di no e tutto il nostro essere diviene soddisfazione.
Non lottiamo più, non ci opponiamo più a nulla, accettiamo ogni cosa del nostro essere ed oltre a imparare ad accettare noi stessi, dobbiamo anche imparare ad accettare la realtà.

“Non siete quello che pensate o sentite di essere.
Siete tutto cio’ che potete diventare”.
– Owen Fitzpatrick

Bisogna prendersi tutto il tempo che serve e ricordare sempre che, come dice Lao Tzu “Invece di maledire il buio, è meglio accendere una candela”.
E la candela illuminerà la strada verso il raggiungimento dell’autostima.

Ho ripreso alcuni dei tanti passaggi del libro dello psicologo Fabio Gherardelli, quelli che hanno attirato maggiormente la mia attenzione e che per me sono significativi.
L’autostima, il benessere, quella pace che sembrano quasi impossibili da ottenere, ma che in realtà attraverso un viaggio interiore possiamo raggiungere, liberandoci da tutte quelle paure e insicurezze che offuscano la nostra esistenza.

Quando i genitori si dividono: i temporali che scoppiano all’alba

La donna, anche se nei primi due anni di vita del figlio è soprattutto una mamma, fa parte comunque della coppia coniugale e non sempre questa doppia appartenenza procede in modo armonioso.
In un certo senso tutto ciò che turba i rapporti coniugali turba anche quelli materni e il figlio, che si trova nel punto d’intersezione delle coordinate, può venire sottoposto a tensioni non sempre tollerabili.
Nei primi tempi è la mamma che dovrebbe adattarsi al figlio. Se questo non avviene, sarà il bambino a adattarsi alla madre, sottoponendosi a uno sforzo eccessivo per la sua età.
Quando il piccolo, che non sa ancora parlare, si sente dimenticato o incompreso, reagisce con l’unico linguaggio che possiede, quello del corpo. I sintomi “parlano” per lui e molti disturbi dei neonati – come il pianto, l’insonnia, la diarrea, il vomito, le dermatiti atipiche- cessano di manifestarsi appena si comprende che cosa intendono esprimere e si risponde in modo adeguato.
Non solo adottando comportamenti più attenti, ma anche rassicurando il bambino con frasi come: “Ho capito che ti senti solo, ma ora ti starò più vicina, mi prenderò più cura di te. Sai la mamma in questi giorni è un po’ turbata perché papà è andato via, ma vedrai che domani verrà a prenderti e giocherete assieme”.
In questo modo si colloca il piccolo nella posizione di soggetto, anziché di oggetto, e si conferma la sua capacità di interagire emotivamente, di comunicare, se non verbalmente, nel codice degli affetti.
Un grave sintomo di rottura dell’equilibrio infantile è rappresentato da atteggiamenti, quali assenze mentali, scatti d’ira, irrequietezza motoria, incapacità di attenzione. Sembra che, spezzato il contenitore materno, il bambino non riesca ad assemblare i suoi pezzi e rincorra, da solo, un’impossibile unità.
Una delle soluzioni più comuni di fronte alla separazione, è quella di isolare la coniugalità dalla filiazione, di non dire nulla al figlio, di continuare la vita familiare come niente fosse, nascondendogli, per il “suo bene”, ogni indizio di crisi.

Aldo racconta: “I miei si sono separati quando ero ancora all’asilo e ricordo che la maestra preoccupata perché stavo sempre in un angolo, cupo e silenzioso, li mandò a chiamare. Venne così a sapere che si erano appena lasciati ma non credevano che io avessi problemi, dato che della questione non ne sapevo niente.”

Il bambino non parla perché non trova parole per esprimere il suo scompenso profondo. Occorre che il figlio si senta autorizzato a raccontare che cosa sta accadendo a casa sua e lo può fare solo se i genitori, informandolo, gli hanno mostrato che è giusto e possibile e hanno trovato espressioni che lui stesso può utilizzare.
Spesso queste omissioni, apparentemente casuali, provocano conseguenze a lungo termine.
Il mondo del bambino è stato destrutturato dalla separazione familiare e per ricomporlo egli ha bisogno di renderlo dicibile e condiviso.
Quando però il bambino è molto piccolo e non è ancora in grado di parlare, nel senso di comprendere e formulare un discorso articolato e compiuto, il silenzio sembra la cosa migliore.
Invece neppure in questo caso lo è, perché i più piccoli hanno mille antenne per captare le nostre tensioni, per condividere, anche senza saperlo, i nostri stati d’animo e, se li teniamo all’oscuro della realtà in cui sono immersi, oscuriamo anche parte della loro mente.
Nel momento della separazione, l’etica risiede nel porre al primo posto il bene dei figli.
Una constatazione troppo ovvia per essere esplicitata, un atteggiamento troppo difficile per non essere mai disatteso. Forte è infatti la tentazione di discolparsi, di porsi in buona luce, di far valere le proprie ragioni contro quelle dell’altro; impossibile non cedere mai, neppure per un attimo, alle pressanti richieste del narcisismo.
Ma non si chiede ai genitori di essere perfetti, tanto meno in questi frangenti, basta che siano genitori abbastanza buoni.

“I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili,
quanto dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia.

JAMES HILLMAN, Il Codice dell’anima

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Bibliografia

  • “Quando i genitori si dividono, le emozioni dei figli” di Silvia Vegetti Finzi, Mondadori Editore, 2005.