Separazione tra coniugi: il diritto alla bigenitorialità

La bigenitorialità rappresenta il diritto di entrambi i genitori di essere coinvolti nella vita e nel benessere dei propri figli, anche dopo una separazione o un divorzio.
Questo principio è fondamentale per garantire che i bambini possano crescere in un ambiente equilibrato e che entrambi i genitori mantengano una relazione significativa con i figli.

In Italia la bigenitorialità non è solo un diritto, ma un dovere per entrambi i genitori.
Nel 2006 con la legge n.54 in Italia è stato sancito il diritto alla bigenitorialità.
Con l’affidamento condiviso è stato superato il concetto di potestà a favore di quello di responsabilità genitoriale. L’attenzione viene ora rivolta verso il ruolo di responsabilità che i genitori hanno nei confronti dei figli e non più sui diritti.
Essa ricade su entrambi i coniugi, anche in caso di separazione, così da rispondere al bisogno di continuità relazionale del minore e porre al centro il suo interesse.

Di seguito cosa riporta la legge:
“Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

La separazione rappresenta sicuramente uno dei cambiamenti più destabilizzanti all’interno del percorso di vita di una persona, sia che essa sia voluta o subìta.
Si tratta di una fase transitoria che mette a dura prova le capacità di adattamento di tutti gli attori coinvolti poiché porta con sé una ridefinizione di ruoli e compiti reciproci.
Ancora più complesso è quando la separazione sentimentale e/o giuridica riguarda due persone che condividono figli.
Alcune coppie riescono a superare il rito separativo senza che il dolore che esso comporta sia insopportabile e distruttivo, riuscendo così a determinare una consensuale ridefinizione delle posizioni personali e delle relazioni familiari, mettendo in atto una effettiva genitorialità condivisa.
Si tratta del cosiddetto divorzio psicologico “separazione di sé dalla personalità e dall’influenza dell’ex coniuge”, ovvero imparare a vivere la propria vita senza l’altro.
Spesso, però, i coniugi non riescono ad elaborare la separazione e accade che questi continuino a mantenere, tramite il conflitto, un “legame disperante”.
In questo caso i protagonisti vivono una condizione emotiva assimilabile al lutto, ovvero un’esperienza di perdita che provoca un profondo dolore a cui possono seguire agiti di vendetta e odio.

Alcune separazioni diventano, di fatto, impossibili: la paura di perdersi si trasforma in una continua lotta che si alimenta in ogni minimo pretesto.
All’interno di questo stallo non vi è spazio per l’elaborazione del dolore, che potrebbe invece condurre alla fine dei conflitti e all’inizio di una nuova vita per entrambi i coniugi.
In questa battaglia, incentrata sul desiderio di rivalsa, i figli rimangono sullo sfondo oppure diventano l’oggetto del contendere della coppia che non sa separarsi, forse perché in almeno uno dei due coniugi permane una segreta speranza di riconciliazione con l’ex partner.
E così le ex coppie innescano le dinamiche dell’alta conflittualità.
Può capitare che il processo separativo si configuri come una fase dolorosa e difficile da affrontare in cui spesso l’individuo tira fuori il peggio di sé in quanto spaventato e disorientato.
In questa cornice di instabilità si può venire risucchiati dal conflitto perdendo di vista il proprio e l’altrui benessere.

Intraprendere un percorso psicoterapeutico per essere supportati nella costruzione di una genitorialità condivisa, o individuale, per lavorare sulle proprie fatiche legate al lasciar andare l’altro, si configura come la soluzione migliore per ripristinare un funzionale benessere personale e familiare.
I genitori sono responsabili del conflitto, ma al tempo stesso sono anche vittime bloccate nel conflitto che devono essere aiutate a sbloccarsi per riattivare un adeguato processo di cura verso il figlio.

Disturbo narcisistico di personalità

Il Disturbo narcisistico di personalità è uno dei disturbi di personalità definiti dal DSM-5 ed è inserito all’interno del Cluster B insieme al disturbo borderline, al disturbo istrionico e a quello antisociale.

Gli individui con un disturbo narcisistico di personalità mostrano un senso grandioso di sè, mancanza di empatia e bisogno di ammirazione. Mostrano una irragionevole aspettativa a trattamenti speciali da parte degli altri e al soddisfacimento immediato delle proprie aspettative. Spesso sono assorbiti da fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati o di amore ideale.

Il termine narcisismo deriva da Narciso, personaggio della mitologia greca raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, figlio della ninfa Liriope e del dio Cefiso.
Nel racconto mitico Narciso, famoso per la sua bellezza, rifiuta qualsiasi pretendente e viene punito dagli dei per la sua superbia. Specchiandosi in un lago infatti, si innamora della sua stessa immagine e muore annegato nel tentativo di raggiungerla.

Nel DSM-5 con il termine “disturbo narcisistico di personalità” si descrive un quadro patologico di personalità caratterizzato da senso di grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia e sensibilità verso gli altri.
Chi soffre di disturbo narcisistico tende a sovrastimare le proprie abilità e a dare eccessiva importanza ai propri successi e traguardi personali, minimizzando e svalutando quelli altrui. Risulta quindi spesso vanaglorioso e pretenzioso, costruendo relazioni che gli permettano di confermare l’immagine grandiosa di sé.

Il disturbo narcisistico di personalità è categorizzato all’interno del cluster B, che raccoglie i disturbi di personalità caratterizzati da comportamenti esasperati e drammatici, con scarsa regolazione emotiva ed impulsività.
L’autostima apparentemente forte, ma nella realtà fragile, porta questi soggetti a reagire in modo esasperato alle critiche, a cui spesso rispondono con aggressività e rabbia.

Il disturbo narcisistico di personalità è un disturbo multisfaccettato.
Le caratteristiche del disturbo possono manifestarsi con modalità molte diverse le une dalle altre. Inoltre il disturbo mostra un’alta variabilità nella sua gravità.
I soggetti narcisisti possono presentarsi come estroversi o socialmente isolati, capitani d’industria oppure incapaci a mantenere un lavoro fisso, cittadini modello o proni ad attività antisociali.
Alcuni possono risultare ben integrati e con posizioni sociali di rilievo, altri possono mostrare alti livelli di disabilità psicosociale.

Nonostante questa grande variabilità, per definire la diagnosi di disturbo narcisistico di personalità, il DSM-5 si concentra su alcuni aspetti psicopatologici evidenti, evitando di considerare le strutture psicologiche sottostanti. Il disturbo è presente nella sezione II del Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali.
Per poter fare diagnosi di disturbo narcisistico di personalità sono necessarie almeno 5 delle seguenti caratteristiche:

  1. Ha un senso grandioso di sé.
  2. È frequentemente occupato da fantasie di successo illimitato, potere, gloria, bellezza o amore ideale.
  3. Crede di essere speciale e unico e che può essere compreso solamente da altre persone speciali o persone con status elevato.
  4. Ha bisogno di ammirazione eccessiva.
  5. Si aspetta di essere sempre trattato in modo speciale.
  6. Tende a sfruttare le altre persone per raggiungere i propri obiettivi.
  7. Mostra deficit di empatia: fatica a riconoscere o identificare i sentimenti e i bisogni degli altri.
  8. È spesso invidioso degli altri o crede che gli altri siano invidiosi di lui.
  9. Si mostra arrogante nei confronti degli altri.

Sebbene il DSM-5 presenti il disturbo narcisistico di personalità come un quadro sostanzialmente unico e omogeneo, diversi autori sostengono l’esistenza di differenti sottotipi del disturbo (ad es. “inconsapevole vs ipervigile” Gabbard, 1989; “arrogante vs timido” Ronningstam, 2005).
Una tipica distinzione descrive due diverse forme di narcisismo, il narcisismo overt e quello covert.

Il narcisismo overt o evidente, detto anche sottotipo grandioso, corrisponde alla descrizione canonica del DSM-5 e viene quindi riconosciuto più facilmente. Presenta una manifesta grandiosità, ricerca di attenzione, arroganza e una poco osservabile ansia di tratto. Questi individui possono essere risultare affascinanti, nonostante manifestino scarsa attenzione nei confronti dei bisogni degli altri.

Il narcisismo overt si presenta arrogante e dominatore, fatica a costruire relazioni soddisfacenti e tende ad essere manipolatorio. Risulta infine molto centrato su se stesso e poco sensibile ai bisogni degli altri. Le manifestazioni del disturbo sono manifeste e visibili, quindi più facilmente identificabili, facilitando la diagnosi e il riconoscimento.

Il narcisismo covert o nascosto, detto anche sottotipo vulnerabile, si caratterizza invece per una maggiore vulnerabilità e fragilità. Chi ne soffre viene descritto come individuo inibito, sofferente, ipersensibili alla valutazione degli altri. Nelle relazioni sociali si dimostra spesso timido, apparentemente modesto, e introverso.
Anche nella variante covert, il soggetto narcisista tende ad essere eccessivamente orientato su di sé e a coltivare, questa volta in modo coperto e non manifesto, idee di superiorità.

Le cause del disturbo narcisistico di personalità sono diverse e multisfaccetate. Alcuni studi sui gemelli hanno suggerito una predisposizione genetica allo sviluppo di tratti di personalità narcisistica (Jang et al., 1996).
Tratti come l’aggressività, la ridotta tolleranza alle frustrazioni e una disfunzionale disregolazione emotiva sono infatti presenti in soggetti con disturbo narcisistico di personalità.
Inoltre esperienze negative precoci, esperienze di rifiuto da parte dei genitori o da parte dei pari, potrebbero favorire lo sviluppo di un sé fragile favorendo così lo sviluppo del disturbo in età adulta. All’opposto anche lodi eccessive, inclusa la credenza dei genitori che i loro figli abbiano abilità straordinarie, potrebbe favorire lo sviluppo di un disturbo narcisistico di personalità.
Come per molte altre problematiche psichiatriche quindi, le cause sembrano riferirsi ad una interazione tra vulnerabilità biologiche ed eventi di vita avversi.

Il disturbo narcisistico di personalità può manifestarsi in soggetti che presentano un’altra diagnosi psichiatrica. Il disturbo più frequentemente correlato al disturbo narcisistico è l’abuso di sostanze stupefacenti (Ronningstam, 2010). Inoltre il disturbo si manifesta frequentemente in comorbilità con altri disturbi di personalità, tra cui: disturbo antisociale, disturbo borderline di personalità, disturbo istrionico e disturbo schizotipico.
È infine frequente osservare in questa tipologia di pazienti sintomi depressivi o vere e proprie sindromi depressive, spesso collegate al mancato raggiungimento di alti obiettivi personali o professionali. La depressione può quindi essere interpretata come una reazione al narcisismo umiliato del paziente.
Nel caso in cui sia presente un disturbo narcisistico di personalità e un altro disturbo psichiatrico in comorbilità entrambi i disturbi devono essere trattati.

La cura del disturbo narcisistico di personalità richiede, in genere, un percorso di psicoterapia. Il ricorso alla terapia farmacologica è indicato per gestire sintomi e curare eventuali disturbi in comorbilità, come i disturbi dell’umore, ed è di stretta competenza medico-psichiatrica.
L’accesso alle cure da parte di questi pazienti è spesso ridotto, infatti i tratti di grandiosità e i meccanismi di difesa di questi pazienti li rendono meno inclini a riconoscere le proprie vulnerabilità e richiedere un aiuto professionale (Ronningstam, 2011).
La psicoterapia individuale è la terapia d’elezione per coloro che soffrono di disturbo narcisistico di personalità. Esistono numerosi approcci e psicoterapie ad approccio differente.

L’eventuale ricovero per pazienti che presentano un disturbo di personalità è relativo alla gravità del disturbo e al funzionamento sociale. I pazienti con narcisismo ad alto funzionamento tendono ad accedere più frequentemente a setting ambulatoriali. L’eventuale ricovero può rendersi necessario qualora emergano altri disturbi psichiatrici in comorbilità (come l’abuso d’alcol o l’abuso di sostanze) che suggeriscano un tipo di trattamento più intensivo.

Disforia di Genere: Comprendere il Malessere Psicologico

La disforia di genere identifica un’incongruenza tra sesso di nascita e identità di genere da cui deriva un malessere psicologico.

Questo concetto, introdotto nella quinta e ultima edizione del Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali (DSM-5) sostituisce la precedente terminologia “disturbo di identità di genere”, segnando un’importante svolta nella considerazione di questa condizione.

La nuova definizione, infatti, non presume uno stato intrinsecamente patologico, un disturbo mentale, ma si sofferma piuttosto sul disagio psichico che deriva da questa situazione clinica, sottolineando la necessità e la volontà di migliorare la comprensione nei confronti di chi la vive.

Il termine “disforia di genere” sta ad indicare tutte quelle condizioni di sofferenza psichica causate dalla sensazione di un mancato allineamento tra il sesso di nascita, altrimenti detto sesso biologico e l’identità di genere.

L’individuo che presenta una disforia di genere è dunque quello che non si riconosce nel sesso che gli viene assegnato alla nascita e si sente come intrappolato in un corpo estraneo.

Freud ad inizio secolo, aveva ipotizzato uno sviluppo “psicosessuale” complesso a partire da una fase di indifferenziazione (bisessualità congenita); non è affatto scontato il percorso che ci porta a divenire soggetti sessuali.

Nei bambini l’identificazione con il sesso opposto si manifesta con un eccessivo interesse per le attività femminili, come indossare abiti femminili, essere attratti da giochi femminili, tipo bambole, interpretare ruoli femminili ed evitare quelli maschili.

Manifestare il desiderio di essere bambine, urinare seduti o fingere (desiderare) di non avere il pene, sostenere che gli attributi maschili sono disgustosi e che cadranno o che verranno tolti.

Per le bambine si manifestano intense reazioni negative nei confronti delle aspettative genitoriali, come evitare di portare abiti femminili o portare capelli corti e mascolini, preferire eroi maschili e preferire giocare con i maschi, rifiutare di urinare sedute, sostenere di avere il pene, di non volere le mammelle e le mestruazioni, sostenere apertamente che quando sarà adulta sarà o diventerà un uomo.

Negli adolescenti e adulti può essere presente il desiderio di vivere come membro del sesso opposto e desiderare o utilizzare trattamenti ormonali e/o operazioni chirurgiche per raggiungere tale scopo.

Sono infastiditi dall’essere classificati secondo il loro genere sessuale, adottano comportamenti e vestiti del sesso opposto, tentano di farsi passare per soggetti dell’altro sesso, l’attività sessuale è condita da fantasie omosessuali.

Tutto questo causa disagio o compromissione nell’area sociale o lavorativa.

Per poter diagnosticare la disforia di genere è necessaria una marcata incongruenza tra il genere espresso e il genere di appartenenza, con una durata di almeno 6 mesi.

La persona che ha raggiunto la consapevolezza di un disagio profondo e non più eludibile può rivolgersi a un professionista nella speranza che sia in grado di aiutarlo ad affrontare le proprie problematiche e a “dare un nome” al proprio disagio; la richiesta implicita sembra quella di essere inclusi in una categoria diagnostica che, per quanto limitante, possa rivelarsi comunque rassicurante rispetto ad un malessere profondo e confuso cui non si riesce a dare né senso né nome.

Quando il primo contatto avviene con uno psicologo, spesso la richiesta evolve in una psicoterapia, affinché la persona possa chiarire a se stessa il senso del proprio disagio esistenziale e delle limitazioni ad esso connesse.

Nel percorso terapeutico è fondamentale dare spazio alla persona perché possa sostenere il dubbio per il periodo necessario per potersi identificare in maniera unica ed individuale come essere umano con le sue caratteristiche personali prima ancora che con il suo genere.

Lo scopo dell’intervento psicologico è quello di accrescere la consapevolezza della persona sofferente cioè quello di fare luce sulle sue paure, sui suoi desideri più autentici, sulle motivazioni della sua sofferenza o del disagio che sta vivendo.

Qualora l’individuo si rivolga allo psicologo avendo già intrapreso l’iter di riattribuzione chirurgica di sesso si può iniziare un percorso di sostegno psicologico che accompagni la persona durante l’iter stesso.

Un percorso di psicoterapia inoltre aiuterà a trattare eventuali sintomi associati, come stati ansiosi o depressivi ed identificare le forme di espressione di sé più adeguate per abbracciare la propria identità di genere.

Ragazzi violenti

La violenza giovanile è un problema complesso con molte cause e diverse manifestazioni.

Le motivazioni dietro questi comportamenti possono essere molteplici: il desiderio di riconoscimento sociale, la ricerca di potere, la rabbia e la frustrazione, oltre a fattori psicopatologici in alcuni casi.

Tra i fattori di rischio che possono contribuire allo sviluppo di comportamenti violenti ci sono l’educazione, l’ambiente familiare aggressivo, il bullismo e l’esposizione a contenuti violenti.

Uno dei problemi centrali dei comportamenti violenti riguarda la comprensione del rapporto fra fattori costituzionali (endogeni) e fattori sociofamiliari (esogeni) nella loro determinazione.

Tenendo presente che nessuno di questi fattori può essere ritenuto causale se considerato in modo isolato, è possibile proporre un modello bidirezionale che considera una costante interazione tra le due classi di fattori.

Secondo questo modello, il comportamento violento emerge come prodotto finale di una continua e reciproca interazione tra comportamento del bambino, effetti di tale comportamento sugli atteggiamenti dei genitori, tipo di personalità dei genitori e suoi effetti sulle modalità di accudimento del bambino. Tale modello descrive una costruzione progressiva sia del comportamento patologico del ragazzo che delle difficoltà dei genitori, all’interno di una visione che supera il punto di vista tradizionale e che affronta la natura dei comportamenti violenti da due prospettive separate: quella del deficit costituzionale interno al ragazzo e quella delle circostanze ambientali difettose.

Secondo questo modello bidirezionale soggetto e ambiente si influenzano reciprocamente in modo continuo nel corso dello sviluppo, andando a definire relazioni che servono poi da modello e tendono ad essere ripetute in ogni relazione successiva.

Nei ragazzi violenti è molto facile che un temperamento predisponente si associ ad un comportamento genitoriale coercitivo, ruvido o incoerente, che trasforma il tratto temperamentale in un disturbo stabile caratterizzato dal difetto di autocontrollo interno, dalla difficoltà a concepire le relazioni come stati mentali reciproci e dalla facilità ad assumere comportamenti violenti.

Il modello bidirezionale trova diverse assonanze con la descrizione degli antecedenti psicopatologici presenti in ragazzi che mettono in atto comportamenti violenti durante l’adolescenza.

Nella storia precoce di questi adolescenti violenti è infatti quasi sempre possibile rintracciare situazioni di carenza o di insoddisfazione che li imprigionato in relazioni povere che lasciano senza limite la loro sensazione di onnipotenza.

Spesso nelle loro famiglie è mancata la funzione, solitamente svolta dal padre, di chi riesce a dare regole e limiti a tale sensazione di onnipotenza; altre volte, anche se fisicamente presente, il padre, a causa di problemi personali o a causa di un ruolo marginale datogli dalla moglie, non è in grado di svolgere il suo ruolo di autorità capace di dare limiti.

A partire da ciò, durante l’adolescenza si viene a creare una situazione nuova in quanto, a causa della sensazione di paura e di solitudine vissuta nella separazione da figure genitoriali non soddisfacenti, il bisogno di differenziazione e di indipendenza tipico di quest’età non può essere soddisfatto.

La violenza allora diviene il tentativo estremo per differenziarsi e assume il senso di un’azione che dà all’adolescente quella sensazione di forza, di autoaffermazione e di esistenza di cui ha estremo bisogno.

Il comportamento violento sottende quindi un disturbo di funzionamento mentale per cui l’attività simbolica, che abitualmente contribuisce a creare legami stabili tra pensieri, sentimenti, e emozioni ed azioni, viene rimpiazzata da una tendenza ad agire i propri stati d’animo, permettendo all’adolescente di fuggire dal contatto con i vissuti depressivi suscitati dalle fragili relazioni precoci.

Perciò le azioni violente vengono sentite da questi adolescenti come qualcosa che dona un beneficio immediato, che calma le tensioni interne, che fornisce quella sensazione di potenza di cui ha così bisogno.

Il legame tra violenza e senso di potenza è d’altronde sottlineato dal significato etimologico della parola violenza, che trae la propria origine dalla parola latina vis, che significa appunto forza, potenza.

Anche l’influenza dei pari, la presenza di gruppi fuorvianti e l’esposizione a un ambiente sociale che normalizza comportamenti devianti possono avere un ruolo importante.
Il gruppo dei pari può sostenere o aumentare i comportamenti a rischio, così come può essere presente il bisogno di appartenere a un gruppo e di essere socialmente accettati.
La violenza giovanile è un problema complesso che richiede un approccio multi-dimensionale per essere affrontato efficacemente.
E’ importante agire con interventi educativi, familiari e sociali in grado di sviluppare in questi ragazzi l’empatia, il rispetto per le regole di convivenza comune e per tutti gli esseri viventi.

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Bibliografia

  • “Ragazzi violenti” di Filippo Muratori, ed. Il Mulino, 2005.

Mobbing e stress lavoro-correlato

Il mobbing è un insieme di angherie, vessazioni, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, abusi perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso.

I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell’insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.

Il termine indica i comportamenti violenti che un gruppo (sociale, familiare, animale) rivolge ad un suo elemento. Il termine mobbing è stato coniato agli inizi degli anni settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondano in gruppo un proprio simile e lo assalgono rumorosamente per allontanarlo dal branco. In etologia mobbing indica anche il comportamento di gruppi di uccelli di piccola taglia nell’atto di respingere un rapace loro predatore.

Per quanto la normativa italiana fornisse da tempo specifiche previsioni e disposizioni in materia, il rischio stress lavoro-correlato, risulta ora esplicitato formalmente nell’art.28 del Dlgs. 81/2008.

L’Ordine degli Psicologi definisce una serie di orientamenti per valutare il rischio stress lavoro-correlato.

Chiarisce che parlare di stress lavoro-correlato significa considerare come un pericolo presente nel contesto di lavoro (ovvero una condizione descrivibile in cui l’individuo può subire l’eventualità di un danno) possa effettivamente procurare danni da stress di una certa entità e con una certa frequenza.
Quando questa condizione rischiosa, dovuta a differenti fattori lavorativi, si manifesta per un periodo prolungato di tempo e con una intensità elevata, tende a produrre conseguenze significative per l’individuo. Definiamo questi possibili effetti come strain o esiti da stress lavoro-correlato che possono presentarsi in forma acuta o cronica. Tali esiti non sono una malattia in senso stretto, ma possono a loro volta, ridurre l’efficienza, influenzare lo stato di salute psicofisica ed essere causa di infortuni e malattie professionali.

Vi possono essere esempi di fattori legati al compito, al contesto fisico-ambientale, a rapporti interpersonali, alle condizioni di lavoro, al contesto organizzativo.

Lo “straining”, invece, individua una condotta vessatoria caratterizzata da un’azione di molestia unica ed isolata, che tende a far cadere la propria vittima in una situazione di stress forzato, i cui effetti negativi sono duraturi nell’ambiente lavorativo.
In altre parole, nello “straining” non vi è la “continuità” delle azioni vessatorie tipica del mobbing.

Lo psicologo può contribuire ad una più appropriata individuazione dei rischi stress lavoro-correlati, alla loro valutazione e alla proposta di interventi mirati di prevenzione, correzione e protezione, che il datore di lavoro deve adottare, programmando i necessari passi per il miglioramento delle condizioni di lavoro in relazione ad ordini di priorità motivati.

Considerando che il fine dell’intervento psicologico concerne la promozione globale della salute personale e organizzativa, lo psicologo può concorrere al raggiungimento di questo obiettivo contribuendo al programma di promozione e gestione della salute psicofisica.

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Bibliografia

  • BUONE PRATICHE DI INTERVENTO SULLO STRESS LAVORO-CORRELATO: Orientamenti per gli Psicologi in merito alle valutazioni e agli interventi previsti dal Dlgs. 81/2008 – Ordine degli Psicologi Emilia Romagna.

L’ipocondriaco, il malato immaginario

Il pensiero è diventato nell’essere umano una formidabile arma di controllo dell’ambiente per mezzo della quale egli si è impadronito del pianeta, perché mediante il pensiero l’essere umano è diventato capace di risolvere i problemi ambientali.
Le azioni simulate dal pensiero, infatti, possono essere non soltanto semplicemente consolatorie nei confronti di condizioni ambientali negative, ma anche atte a eliminare quelle stesse condizioni ambientali negative che hanno attivato il pensiero e che costituiscono un problema.
Se sei chiuso in una trappola, il pensiero può aiutarti ad uscirne.
Questo è diventato il pensiero nell’essere umano: un sistema di problem solving, un sistema capace di risolvere i problemi ambientali attraverso la simulazione delle azioni atte alla loro soluzione.
A patto però che le azioni pensate vengano attuate, cioè che le azioni da simulate divengano reali e quindi che il pensiero dia luogo all’azione: questa elimina le condizioni ambientali negative e scarica la tensione ristabilendo l’equilibrio omeostatico, cioè lo stato di benessere.
Il pensiero che dà luogo all’azione capace di eliminare le condizioni ambientali negative assolve dunque pienamente alla sua funzione di difesa dalle aggressioni ambientali.
Ma esso è un pensiero attinente alla realtà.
Ma quante volte tu traduci il tuo pensiero in azione? Quante volte tu usi il tuo pensiero per risolvere problemi reali utilizzando la sua funzione più evoluta?
Quante volte invece ti immagini azioni che non sei stato o non sei in grado di compiere?
Quante volte utilizzi la funzione più primitiva del pensiero semplicemente per contenere la tensione generata dai problemi reali non risolti con l’azione?
Tu puoi facilmente constatare che la maggior parte del tuo pensiero è rivolto ad assolvere la sua funzione primitiva di contenimento della tensione simulando azioni immaginarie sostitutive delle azioni reali non compiute, piuttosto che a risolvere, con l’azione reale, problemi reali.
E che dire di quando l’azione simulata dal tuo pensiero non può essere attuata o di quando non è in grado di eliminare le aggressioni ambientali neppure sul piano dell’immaginazione?
In questi casi la tua tensione non soltanto non diminuisce, ma addirittura aumenta, in quanto il diminuire della tua capacità di difesa aumenta il grado di pericolosità da te attribuito alle aggressioni ambientali e quindi la tua reazione tensiva, ossia la tua sofferenza.
Da sistema di difesa della tensione, il pensiero si trasforma in questo caso in un sistema di incremento della tensione, cioè della sofferenza, e quindi in un processo autolesivo.
Il pensiero che genera sofferenza è una sega mentale malefica.
Il massimo della sega mentale malefica si ha quando il problema alla cui soluzione si applica il tuo pensiero non è un problema reale, ma soltanto un problema inventato dal tuo stesso pensiero, cioè un problema immaginario.
Come può avvenire che il pensiero, inventato per risolvere o alleviare i problemi reali, diventi invece il creatore di problemi immaginari?
In realtà il problema immaginario non può essere risolto.
Infatti non esiste soluzione reale del problema immaginario per il semplice fatto che il problema immaginario non è reale.
La tensione causata da un problema immaginario, quindi, non può essere eliminata.
Anzi lo stesso problema immaginario diventa fonte di tensione.
Da sistema di difesa della tensione, il pensiero si trasforma quindi, nel caso di problemi immaginari, in un sistema di incremento della tensione e quindi in un processo autolesivo che si protrae nel tempo e si accresce indefinitamente in quanto si autoalimenta.
Tutto questo si rispecchia nella definizione di nevrosi ipocondriaca.
Il paziente ipocondriaco è colui che continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate e nonostante abbia le capacità intellettive per poter compiere le inferenze opportune da tali informazioni ed è proprio per questo che l’ipocondriaco viene anche definito “malato immaginario”.
L’ipocondria o Disturbo d’Ansia da Malattia è oggi inclusa nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali ed è considerata una forma di disturbo d’ansia.
L’elemento principale dell’ipocondria è la paura costante di essere affetti da una malattia, nonostantre esami medici confortanti.
Questo disturbo è associato a notevoli livelli d’ansia che possono risulare debilitanti per chi ne soffre.
In questi casi l’intervento di uno psicoterapeuta preparato può aiutare in quanto l’illusione di non avere bisogno di un aiuto esterno fa parte del quadro nevrotico, divenuto, assetto autolesivo.

“Ma allora, mi dirai, bisogna smettere di pensare? Ebbene, ti devo confessare che non sarebbe male, smettere di pensare, e ti devo anche confidare che è bellissimo.
Tuttavia è sufficiente usare il pensiero soltanto in quelle poche occasioni in cui serve davvero a salvarci e a stare meglio: non poi così spesso come si crede”.

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Riferimenti bibliografici

  • “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”, di Giulio Cesare Giacobbe, Casa Editrice Ponte alle Grazie, 2004.

Intimità digitali

Internet diviene, attraverso i social network, uno strumento utile agli adolescenti per le conoscenze fatte nella vita “off-line”.
Sempre più spesso anche le relazioni romantiche passano attraverso la grande rete e trovano nei social network importanti alleati per ciò che concerne soprattutto la fase di corteggiamento iniziale.

Una danza digitale che gradualmente avvicina i due interessati sino a sfociare anche in incontri faccia a faccia.
Il flirt parte solitamente dalla richiesta di amicizia in Facebook, primo passo obbligato per capire se vi sia un minimo di interesse da parte del potenziale partner.
Attenzione che consiste nell’apprezzare attraverso la funzione “mi piace” di Facebook, determinati contenuti della bacheca personale del soggetto da corteggiare in modo da fare notare la propria presenza.
Se gli apprezzamenti vengono corrisposti si passa in un secondo momento a commenti e poi a sessioni private di chat.
Gli adolescenti imparano una vera e propria grammatica del corteggiamento che va dall’attenzione ai tempi che precedono la risposta del soggetto corteggiato, ai modi di chiudere una sessione di chat, ecc.
I social network diventano per i giovani un ausilio per combattere l’imbarazzo iniziale e per gestire in modo meno diretto un eventuale rifiuto. Ma non solo. Utilizzare queste piattaforme, infatti, permette agli adolescenti di estendere l’esperienza dell’altro ben oltre le interazioni faccia a faccia per farsi un’idea, sebbene superficiale, in base a ciò che l’altro pubblica nella propria bacheca.
Questa è vista come un punto di accesso all’intimità secondo due differenti accezioni che riguardano il mostrarsi e l’osservare l’altro.

Da una parte, si utilizza la propria pagina personale come palcoscenico per mettere in scena la propria performance identitaria.
Dall’altra la bacheca diviene il buco della serratura grazie al quale osservare l’altro senza essere troppo invadenti, raccogliendo comunque informazioni utili a capire quanto possa essere interessante il soggetto in questione e quali carte giocare nell’interazione mediata o non mediata.
Guardare la rappresentazione che il ragazzo o la ragazza che si vuole conquistare mette in scena in Facebook si rivela, pertanto, una sorta di chiacchierata preparatoria.
Che internet inoltre non sia quel territorio egualitario in cui si annullano le differenze è mostrato anche dallo studio dei modi di flirtare online degli adolescenti.
Infatti, il nostro lavoro palesa le differenze di genere nel corteggiamento e le aspettative di ruolo che ciascuno deve mantenere.

Mantenere una certa reputazione e rimanere spendibili nel mercato amoroso sono azioni che possono passare anche da ciò che ciascun adolescente fa nei siti di social network. Spesso le aspettative di comportamento legate al genere si riproducono all’interno degli ambienti digitali, il che dimostra, ancora una volta, che non stiamo parlando di un ambiente differente rispetto a quello “reale”, ma, piuttosto, di uno strumento che amplifica le potenzialità dell’interazione dotandola di nuovi spazi e nuovi tempi.
Per ciò che riguarda il flirt e il ruolo assunto da internet, le interviste hanno fatto emergere la persistenza di quello che in sociologia viene definito doppio standard.
Mentre i ragazzi sono ritenuti liberi di sperimentare le proprie doti seduttive nel nome di una figura maschile rappresentata secondo l’immagine stereotipata del cacciatore, le ragazze devono mantenere un certo contegno per evitare di essere etichettate come “facili”.
Lo studio ha fatto emergere due differenti livelli: uno connesso al modo di mostrarsi in internet, quasi esclusivamente mediante il proprio profilo Facebook e l’altro riguardante il corteggiamento vero e proprio.

Dal primo punto di vista è interessante notare che emergono alcune ambivalenze nei discorsi degli adolescenti.
Vi è una sorta di doppio binario su cui muove il corteggiamento.
La discriminante sta nel fine ultimo che i giovani si pongono e che si distingue tra il tentare di instaurare un rapporto che possa trasformarsi in relazione – potenzialmente – di lungo periodo e, invece, un incontro più o meno occasionale, basato quasi esclusivamente sul rapporto sessuale.
Il modo di presentarsi di una ragazza nel suo profilo e la reputazione che crea all’interno del gruppo dei pari, anche attraverso la sua facciata digitale, possono diventare rilevanti.
Per ciò che concerne l’amore e i sentimenti in generale gli adolescenti ritengono che i social network possono rappresentare piattaforme in cui esprimersi in tale senso, stando attenti però a non rendere alcune emozioni eccessivamente pubbliche: un comportamento che espone i sentimenti allo sguardo di tutti, soprattutto all’interno di un sito internet, li indebolirebbe facendogli perdere l’aura di sacralità che li circonda e rendendoli più freddi e dozzinali.
Gli argomenti personali e i discorsi intimi trovano nelle chat implementate nei siti di social network i luoghi più adatti per un confronto, che si rivela spesso solo preliminare e utile a sopperire il bisogno di uno sfogo immediato che dovrà trovare lo spazio necessario nell’interazione faccia a faccia.
Quest’ultima è ritenuta ancora l’unico ambito in cui affrontare in maniera più approfondita discorsi che vadano a toccare la sfera emotiva e sessuale.

Ho riportato questa ricerca riguardo un tema attuale tra i ragazzi, per evidenziare, oltre le opinioni degli adolescenti, i vantaggi e i limiti dell’ausilio dei social network: limiti di cui fortunamente pare che i giovani intervistati siano consapevoli.
La comunicazione faccia a faccia presenta infatti numerosi vantaggi tra cui mostrare il linguaggio del corpo, creare relazioni, valorizzare l’altra persona, migliorare la fiducia e la credibilità, proteggere la riservatezza.
Comunicare faccia a faccia permette di percepire le emozioni degli altri in modo più completo e di reagire con empatia.
Permette di cogliere non solo le parole ma anche l’intonazione, l’espressione facciale e il linguaggio del corpo.
Questi elementi sono fondamentali per comprendere appieno il significato del messaggio e ridurrre le possibilità di fraintendimento.

Gli attacchi di panico, come affrontarli

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) l’attacco di panico corrisponde ad un periodo preciso di paura e disagio intensi, durante il quale una serie di sintomi si sviluppa improvvisamente:

  • palpitazioni, tachicardia, cardiopalma,
  • sudorazione,
  • tremori fini o a grandi scosse,
  • dispnea o sensazioni di soffocamento,
  • sensazioni di asfissia,
  • dolore o fastidio al petto,
  • nausea o disturbi addominali,
  • sensazioni di vertigine, di instabilità, di testa leggera o di svenimento,
  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione ( essere distaccati da se stessi),
  • paura di perdere il controllo o di impazzire,
  • paura di morire,
  • parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio),
  • brividi o vampate di calore.

Non è necessario che durante un attacco siano presenti tutti questi sintomi, infatti spesso la manifestazione di un attacco di panico può differire da soggetto a soggetto.

La frequenza con cui si manifestano i sintomi del panico definisce, in genere, la gravità del disturbo.

E’ possibile infatti che gli attacchi di panico si manifestino con una relativa bassa frequenza, ad esempio uno al mese.
In casi più gravi gli attacchi possono essere diversi nell’arco della stessa giornata.

Quando un soggetto è vittima di frequenti attacchi di panico allora si parla di disturbi di panico.

Un’esperienza di attacchi di panico ha peculiarità uniche, come unica è la storia dell’individuo, ma è possibile delineare alcune caratteristiche più comuni: in primo luogo, l’attacco di panico ha una durata relativamente breve, da pochi minuti fino a poco più di mezz’ora, che può sembrare però un’eternità.

La persona colpita sente il panico come una sensazione estranea al proprio vissuto in quel momento, una sensazione incontrollabile che costringe ad interrompere ciò che si sta facendo in quanto i sintomi fisici richiamano la totale attenzione.

L’età di esordio dei primi attacchi di panico può essere verso i 12 anni.

L’età media di insorgenza è, tuttavia, tra i 20-24 anni. Dopo i 45 anni l’esordio è insolito.

Già in adolescenza le femmine sono più colpite dei maschi.

La ricerca di aiuto è di solito immediata e con tutti i caratteri dell’urgenza medica; l’attacco di panico è sentito come primariamente corporeo e dunque ci si rivolge al Pronto Soccorso pensando di avere un principio di infarto o una compromissione dell’apparato respiratorio o una crisi acuta di un’altra malattia organica.

Quando però gli esami diagnostici e le visite mediche non riscontrano alcuna patologia fisica, il paziente prova spesso uno stato di terribile incertezza e non si sente affatto rassicurato.

Il panico è descritto da sintomi fisici concreti, il terrore è collocato dentro il proprio corpo, il pericolo è identificato all’interno di se stessi e il proprio mondo interno sembra rivelarsi un luogo sconosciuto, contenitore di sensazioni sconvolgenti a cui non si può sfuggire.

L’ansia e il panico sono sintomi di disagio psicologico in cui più si avverte la dimensione corporea, biologica: si percepisce aumento della frequenza cardiaca, difficoltà di respirazione, vertigini, nausea, tremori, sudorazione, vampate di calore, senso di freddo improvviso agli arti o sensazione di torpore, dolori al torace, fitte al cuore ecc.

Queste manifestazioni somatiche dell’ansia trovano una parziale spiegazione nel meccanismo di attivazione naturale del corpo in situazioni stressanti; le nostre emozioni si correlano ad un’ampia serie di ormoni cerebrali (come la dopamina, la noradrenalina, le endorfine) e gli eventi esterni hanno la capacità di modificare l’equilibrio neuroendocrino (per esempio un evento piacevole può stimolare la produzione di endorfine, l’attività fisica e sportiva può avere un effetto eccitatorio ecc), ma la risposta agli stessi eventi è differenziata da individuo a individuo, in rapporto sia alla struttura fisica, che all’influenza delle esperienze precedenti.

Si possono considerare stressanti tutti gli eventi che comportano un cambiamento nella nostra vita, specialmente se improvviso.

Pur essendo stato riconosciuto un substrato biologico che sottende il panico, la modalità di cura più adatta per questo disturbo è l’intervento integrato che unisce la terapia farmacologica, utile nel momento di presa in carico e gestione di emergenza, con la terapia psicologica, al fine di chiarire le cause che hanno determinato questo disagio ed attivare un processo di reale cambiamento.

Lo scopo della farmacoterapia è ridurre i sintomi o eliminarli; la scelta di intraprendere un trattamento psicologico nasce invece dalla constatazione che nella maggioranza dei casi talune situazioni come la perdita o rottura di importanti relazioni personali sono associate con il disturbo di panico e che gli studi suggeriscono certamente delle influenze psicologiche (Gabbard, 1995).

Le evidenze hanno mostrato un aumento del 25% degli attacchi di panico tra i giovani, anche a scuola.

Gli attacchi di panico a scuola in adolescenza rappresentano una delle situazioni di manifestazioni di ansia più frequenti in questa fascia di età.

Le situazioni scolastiche stressanti più comuni come passaggio fra scuole medie e superiori o tra scuola primaria e media, cambio di scuola, verifiche, interrogazioni, compiti ecc, essendo circostanze stressanti diventano spesso l’occasione delle prime manifestazioni ansiose.