La fobia scolare

Il termine “fobia scolare” viene comunemente utilizzato per descrivere una sindrome nella quale il sintomo preponderante è una forte paura o angoscia legata all’idea di andare a scuola. Il forte disagio emotivo percepito dal bambino è spesso associato a manifestazioni comportamentali, cognitive, e fisiologiche.

I sintomi possono iniziare in seguito ad eventi di vita stressanti che si sono verificati a casa o a scuola, tra cui:

  • la propria malattia o di un membro della famiglia,
  • la separazione tra i genitori, la separazione transitoria da uno dei genitori,
  • relazioni conflittuali nella famiglia,
  • un legame disadattivo con uno dei genitori,
  • problemi con il gruppo dei pari o con un insegnante,
  • il ritorno a scuola dopo una lunga interruzione o vacanza.

Il disturbo si caratterizza per sintomi somatici (vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle, dolori agli arti).
Il livello di angoscia può essere elevato fin dalla sera prima e il bambino può riposare male, il sonno può essere disturbato da incubi o risvegli notturni.

Fuori il ragazzo si sente inadeguato e incapace di fronteggiare la situazione, pensa di non poter tollerare il giudizio, la valutazione o il confronto con gli altri, ritiene le richieste scolastiche eccessive e adotta comportamenti di evitamento o di fuga.

Il dialogo con un esperto può aiutare il ragazzino ad esternare le proprie paure individuando le fonti del suo disagio, per cercare insieme nuove modalità e strategie utili a fronteggiare le situazioni che lo spaventano.

La semantica fobica: un problema di libertà

«Nessun uccello vola molto lontano, se vola con le proprie ali»

recita pressappoco così uno dei proverbi dell’inferno di Blake. Basta modificarne lievemente il significato, trasformandolo in:

«Non vola molto lontano l’uccello che vorrebbe volare con le proprie ali»

per condensare in poche parole il naufragio a cui un insieme di circostanze – il Destino – può condurre chi abbia un’organizzazione fobica.

La polarità semantica critica delle famiglie in cui un membro sviluppa una strategia fobica è “dipendenza, bisogno di protezione/libertà, indipendenza”.
Le emozioni che stanno alla base di questa polarità sono paura/coraggio. Il mondo esterno, a causa di eventi drammatici verificatisi nella storia familiare, o per ragioni più oscure, è visto come minaccioso, e la stessa espressione delle emozioni è talora considerata fonte di pericolo. Proprio perché la realtà incute paura, l’altro è percepito come fonte di protezione e rassicurazione. Analogamente, si è liberi e indipendenti dagli altri proprio perché si è coraggiosi e quindi in grado di fronteggiare da soli un mondo pericoloso. Va sottolineato che libertà e indipendenza sono intese entro questa dimensione semantica come libertà e indipendenza dalla relazione e dai suoi vincoli.
In primo luogo, paura/coraggio e la polarità semantica connessa sono, in queste famiglie, salienti, rappresentano cioè emozioni e categorie dei comportamenti ricorrenti esterni ed interni alla famiglia. Ciò significa che la conversazione in queste famiglie si organizza preferibilmente attorno ad episodi dove la paura, il coraggio, il bisogno di protezione e il desiderio di esplorazione e di indipendenza svolgono un ruolo centrale. Come esito di questi processi conversazionali, i membri di queste famiglie si sentiranno e verranno definiti timorosi, cauti o, al contrario, coraggiosi, o addirittura temerari; troveranno persone disposte a proteggerli o si imbatteranno in persone dipendenti, incapaci di cavarsela. Si sposeranno con persone fragili, dipendenti, ma anche con persone libere, talvolta insofferenti dei vincoli; soffriranno per la loro dipendenza, cercheranno in ogni modo di conquistare l’autonomia; in altri casi saranno orgogliosi della loro indipendenza e libertà, che difenderanno più di ogni altra cosa. L’ammirazione, il disprezzo, i conflitti, le sofferenze, le alleanze, l’amore, l’odio si giocheranno su temi di dipendenza/indipendenza. In queste famiglie ci sarà chi – come il paziente agorafobico – è così dipendente e bisognoso di protezione da avere bisogno di qualcuno che lo accompagni per affrontare anche le situazioni più consuete della vita quotidiana. Ma più di un membro della famiglia, all’opposto, avrà dato e continuerà a dare prova di particolare autonomia. In tutte le storie familiari dei pazienti fobici ci sono personaggi che esprimono autonomia in maniera estrema, anche se la natura di tale autonomia varia da nucleo a nucleo, in rapporto all’inevitabile presenza nella famiglia di altre polarità oltre a quella critica.
La letteratura ha fornito una descrizione del contesto familiare fobica tutta nel segno di bisogno di protezione e della chiusura verso l’esterno. I genitori delle persone con organizzazione fobica presentano ai figli il mondo esterno come pericoloso, sono iperprotettivi e limitano la libertà della prole.
I membri di queste famiglie sentono l’amicizia, l’amore e le altre forme di attaccamento in termini parzialmente negativi perché le costruiscono come forme di dipendenza, mentre gli episodi in cui l’individuo riesce a far fronte da solo alle circostanze sono costruiti come forme di libertà e di indipendenza, perché si oppongono all’avvilente condizione di dipendenza.
Lo sviluppo di un’organizzazione fobica dipende dalla particolare posizione che l’individuo assume rispetto alla dimensione semantica critica. Tutti i membri della famiglia condividono questo modo di organizzare la conversazione, ma soltanto uno, di regola, sviluppa una personalità fobica. Anzi in molte famiglie questa polarità semantica è presente, ma nessuno ha sviluppato, o svilupperà, una personalità di questo tipo.

Ciò che contraddistingue l’organizzazione fobica è la presenza di un circuito riflessivo bizzarro rispetto alla dimensione semantica critica che coinvolge i livelli del sé e della relazione: il soggetto fobico avverte la sua esigenza di legami affettivi stretti e rassicuranti come minacciante la sua autostima e il suo sé. Quando la riflessività è massima il soggetto non dispone più di una trama narrativa entro cui “con – porsi”: la sua posizione oscilla entro alternative reciprocamente escludentisi.

Essere preda di un’avvilente dipendenza
SE’
Essere libero,
indipendente,
con stima in sè
Essere protetto,
Sentirsi sicuro
RELAZIONE
Essere solo in balia di un mondo pericoloso

Il soggetto fobico tenta di trovare un equilibrio tra due esigenze ugualmente irrinunciabili: il bisogno di protezione da un mondo percepito come pericoloso e il bisogno di libertà e indipendenza. Attaccamento ed esplorazione vengono infatti sentiti come inconciliabili.
Il soggetto avverte il proprio desiderio di legami affettivi intensi e rassicuranti come inconciliabile con il bisogno di libertà e di esplorazione. Entrambe queste istanze sono sentite come irrinunciabili, sebbene persone diverse, o la stessa persona in tempi diversi, possano avvertire maggiormente l’una o l’altra. Poiché il soggetto costruisce la realtà come minacciosa e sé stesso come affetto da qualche presunta forma di debolezza psicologica e /o fisica, non può fare a meno della relazione con figure rassicuranti.
Ogni allontanamento fisico e /o psicologico da tali figure lo pone di fronte al rischio di trovarsi in balia della propria fragilità e debolezza. D’altra parte il mantenimento di una relazione stretta con figure protettive si accompagna a un senso penoso di costrizione e limitazione. Alla base dei problemi del paziente vi è il dilemma:
rinunciare alla sicurezza della compagnia ed essere libero, ma anche solo di fronte ai pericoli dell’ambiente extrafamiliare, oppure rinunciare alla libertà di esplorazione in cambio di una protezione rassicurante, ma anche soffocante (Liotti, 1987).
Da qui l’osservazione di Guidano:
la caratteristica principale di questo tipo di modello organizzazionale è una spiccata tendenza a rispondere con paura e ansia (accompagnate da una riduzione più o meno marcata del comportamento autonomo) a qualsiasi perturbazione dell’equilibrio affettivo che possa essere percepita come perdita di protezione e/o di libertà e indipendenza.

Semplificando molto, è possibile ricondurre la gamma dei modi di essere riscontrabili a un continuum con agli estremi due strategie: la prima definibile come strategia ad orientamento claustrofobico e la seconda definibile come strategia a orientamento agorafobico.
I soggetti con strategia a orientamento claustrofobico tendono ad avere un’immagine positiva di sé che si identifica con il sentirsi, e con l’essere definiti dagli altri, persone libere, indipendenti, capaci di cavarsele da sole. Per mantenere questa posizione escludono, o contengono il più possibile, i comportamenti emotivi ed espansivi che li condurrebbero a percepirsi come dipendenti dagli altri, e quindi a perdere la valutazione positiva di sé. Il mantenimento dell’autostima e del sentimento di competenza ed efficacia personale è pagato al prezzo di evitare il coinvolgimento emotivo, che viene avvertito come distruttivo e limitante la capacità di funzionamento individuale. L’intimità suscita in queste persone emozioni positive ed è avvertita come gratificante, a differenza di quanto accade ad esempio alle personalità narcisistiche; tuttavia i legami emotivi vengono sentiti come disturbanti il proprio funzionamento e quindi l’autostima.
Le persone con questa strategia non sono del tutto prive di legami, anche sentimentali, come invece si verifica spesso per chi abbia un’organizzazione a orientamento depressivo. Di regola dispongono di diverse relazioni affettive “tenute a distanza”.
Il sintomo claustrofobico, la paura degli spazi chiusi (aerei, gallerie ecc.), esprime in modo metaforico il terrore di essere intrappolati in una relazione dove “si viene fatti a pezzi”.

Le persone con strategia a orientamento agorafobico bizzarro privilegiano la relazione a scapito del sé. Tendono a costruire e a mantenere relazioni affettive molto strette, in grado di fornire un senso di protezione adeguato. Si tratta in genere di persone che rimangono tutta la vita là dove sono nate, passando da un attaccamento molto intenso, esclusivo, con uno dei genitori a un legame altrettanto ravvicinato con un partner. La relazione coniugale dura in genere tutta la vita, ma anche le altre relazioni significative vengono mantenute nel corso del tempo. È costante la paura di perdere il legame con le persone significative, dalle quali dipende in modo cruciale il loro funzionamento individuale. Altrettanto caratteristica è la tendenza a controllare le figure di riferimento e a sottoporre le relazione a continue verifiche, come anche la tendenza a soffrire per distacchi e allontanamenti fisici e/o psicologici anche temporanei. Molto attenti alla relazione e alle sue sfumature, questi soggetti possono impegnarsi in modo significativo nel lavoro, ma la priorità è sempre attribuita alla vita di relazione e alle sue esigenze. Sebbene si collochino entro l’estremo “attaccamento, bisogno di protezione”, anche loro valorizzano “libertà, indipendenza”: sono quello che sono a causa di qualche costrizione esterna.

STRATEGIA AD ORIENTAMENTO CLAUSTROFOBICO: Essere libero ed indipendente, di un livello di autostima accettabile, ma rinunciare al coinvolgimento emotivo.

STRATEGIA AD ORIENTAMENTO AGORAFOBICO: Disporre di un legame di attaccamento appagante, essere protetto, ma avere una bassa autostima.

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Bibliografia

  • V. Ugazio (1998), Storie permesse storie proibite – Ed. Bollati Boringhieri.
  • M. Bowen (1979), Dalla famiglia all’individuo – Ed. Astrolabio.
  • Alice Nucci (2010), Un problema di libertà? – Tesi 4° anno di Specializzazione in Psicoterapia Sistemica e Relazionale.

Il disturbo ossessivo compulsivo di personalità

Tra i criteri diagnostici ricordati nel DSM per definire il Disturbo Ossessivo Compulsivo di personalità vi sono: pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti vissuti come intrusivi e inappropriati.
Nel DOC vi è un’eccessiva importanza attribuita ai pensieri con una necessità di controllo totale su su di essi, un eccessivo senso di responsabilità, perfezionismo, controllo sulle circostanze di vita, un’intollerabilità dell’ansia.

Bisogna però distinguere tra ossessioni, ossia pensieri che ritornano continuamente e in maniera tormentosa e compulsioni, ovvero impulsi volontari a compiere determinate azioni, col fine di placare, seppur momentaneamente, l’ansia generata dal contenuto delle ossessioni.

Per questo le ossessioni sono a livello mentale, mentre le compulsioni si traducono nell’atto pratico.
Ad esempio la compulsione di lavarsi più e più volte le mani può derivare dall’ossessione che si ha di contaminazione, di prendere ad esempio malattie infettive.

Vi sono vari tipi di ossessioni, da quelle di sporco e contaminazione, ossessioni numeriche (sui numeri, sulle date), ossessioni esistenziali (sulla vita, sulla morte), sessuali (stupro, omosessualità), religiose, dubitative, ossessioni collegate alla paura di arrecare danni agli altri.

Le compulsioni si traducono in rituali che possono essere di vario tipo, dai rituali di ordine e pulizia, di ripetizione e conteggio, di conservazione e accumulo a quelli di controllo (gas, luce) etc.

Le ossessioni e compulsioni causano disagio e interferiscono con il funzionamento lavorativo e/o scolastico e con le relazioni sociali. La persona riconosce che le proprie ossessioni sono inappropriate, tuttavia tende a ripeterle.

Tra le possibili cause vengono menzionate l’influenza di fattori ambientali, individuali e neurobiologici.
Anche la storia familiare della persona è importante. A tale proposito Selvini menziona tra le possibili cause del DOC “un bambino che si è caricato o è stato caricato da un eccesso di regole e rigida disciplina”.
Per questo oltre all’utilizzo di tecniche strategiche/comportamentali che agiscono sui processi mentali che sono responsabili del mantenimento del disturbo agendo sul qui ed ora, una psicoterapia ad orientamento familiare è importante nell’aiutare la persona a ripercorrere e rileggere il proprio vissuto, lavorando anche sul suo passato per comprendere le cause di possibili comportamenti.

Cos’è l’ansia? Come si manifesta?

L’ANSIA E I SUOI SIGNIFICATI

L’ansia è espressione di un conflitto interno che è importante indagare per poi rielaborarlo. È una forma di paura, un campanello d’allarme lanciato dall’Io che avverte un pericolo che va individuato. In questi disturbi in genere le aree di funzionamento generale della persona sono prevalentemente conservate o compromesse in modo circoscritto. L’’Io continua a svolgere le sue funzioni anche se con disagio e difficoltà. Il rapporto con la realtà appare quindi mantenuto.
L’aspetto centrale da esplorare riguarda il conflitto e le pulsioni sottostanti la sintomatologia ansiosa. È importante sapere da quanto tempo si è presentato il disturbo, quali sono state le circostanze di insorgenza del sintomo e su quali tematiche verte principalmente l’eccessiva preoccupazione del soggetto. A questo proposito può essere d’aiuto raccogliere informazioni sui momenti della giornata (per esempio mattina presto prima di andare a lavoro) e circostanze in cui la sintomatologia diviene più acuta.
L’ansia è in genere un segnale di pericolo e quindi è opportuno indagare quali sono gli aspetti del Sé che la persona teme possano essere minacciati e da cosa sta cercando faticosamente di proteggersi. Per accertare il livello di gravità del disturbo e le risorse della persona è utile conoscere il livello di compromissione delle aree di funzionalità generale, gli stili difensivi messi in atto e la percezione di sé.
L’ansia è uno stato d’inquietudine, di attesa affannosa, di pericolo imminente e indefinibile vissuto come un fenomeno primario, globale e irriflessivo. L’ansia si associa inoltre ad un sentimento di incertezza e impotenza. Mentre la paura è una risposta emozionale a una minaccia reale (e che viene riconosciuta come tale dall’individuo), l’ansia è priva di un oggetto scatenante o meglio questo non viene chiaramente riconosciuto dall’individuo. All’esperienza emozionale soggettiva dell’ansia si associa un corteo di sintomi neurovegetativi (tachicardia, ipertensione, tachipnea, midriasi, sudorazione,tremori, turbe degli apparati digerente, genito-urinario, ecc.) che vengono comunemente considerati come elementi secondari alla turba affettiva, ma che si ripercuotono sul vissuto emozionale esacerbandolo.
Si distinguono le crisi d’angoscia, dette anche ansia acuta, da un’ansia definita cronica.

CRISI DI ANGOSCIA (ANSIA ACUTA / ATTACCHI DI PANICO)

Si manifestano acutamente con un sentimento penoso di attesa di qualche cosa di profondamente sgradevole o dannoso, vissuto in una condizione di impotenza. Questo sentimento è accompagnato da disturbi vegeto-emotivi (palpitazioni, difficoltà respiratorie, pallore, midriasi, ecc..) e da disorganizzazione comportamentale. L’ansia acuta può avere una diversa intensità e durata: si possono osservare brevi episodi caratterizzati da un improvviso emergere di emozioni spiacevoli che il paziente riesce a dominare, ed episodi, che si protraggono per ore, durante i quali il soggetto vive uno stato di continua, intensa dolorosa angoscia punteggiata da esacerbazioni di panico e di terrore.
L’angoscia è descritta come una pena misteriosa, terribile e spaventosa; un sentimento di imminente catastrofe fatto di inquietudine, scoramento, disperazione e terrore. Concomita il sentimento di morte imminente per un attacco cardiaco o la paura di svenire; il timore di essere visto in questo stato di malattia e di incapacità accentua lo stato di pena. L’ansia comporta inoltre una spinta impellente a fare qualcosa, a correre, urlare, scappare.
Lo stato affettivo spiacevole si associa ad una serie di disturbi somatici. In primo piano sono i disturbi cardiaci: tachicardia con senso di vuoto nel petto, dolori acuti in sede precordiale, all’apice del cuore o nel quadrante superiore sinistro del torace con irradiazione all’ascella ed al braccio sinistro. Frequenti sono i disturbi respiratori caratterizzati da sensazione di non immettere sufficiente aria nei polmoni (respiro che si arresta, che non si completa: “respiro interciso”) e dall’aumento della frequenza e profondità della respirazione.
Altri sintomi somatici di frequente riscontro sono quelli a carico del disturbo digerente (secchezza della bocca, bolo esofageo, spasmi gastrici e intestinali, nausea, vomito, diarrea, tenesmo rettale), delle vie urinarie (poliuria, pollachiuria, tenesmo vescicale), dell’apparato neuromuscolare (tremore, spasmi, fibrillazioni), degli organi sensitivo-sensoriali (ronzii auricolari, mosche volanti, visione offuscata, ecc.).
Lo stato di ansia acuta disorganizza il comportamento e compromette le funzioni cognitivo-volitive e le capacità prestazionali: il soggetto non può concettualizzare ed agire in modo corretto ed adeguato. La frequenza ed il numero degli attacchi d’ansia variano notevolmente da caso a caso.
Alcuni individui possono presentare solo sporadici episodi in concomitanza con definite situazioni conflittuali; mentre altri possono avere periodi di giorni, settimane o mesi durante i quali gli attacchi si manifestano con notevole frequenza e intensità.

ANSIA CRONICA

Gli attacchi di ansia acuta si presentano talora senza alcun segno premonitore in soggetti in apparenza tranquilli, ma il più spesso emergono da un fondo di ansia cronica. Molti soggetti invece vivono in uno stato continuo di ansia senza andare incontro ad esplosioni acute.
Nello stato permanente di ansia i disordini psichici e i disturbi vegetativi sono quantitativamente minori pur conservando la stessa qualità della crisi d’ansia: l’attesa di un danno, la prospettiva peggiorativa dell’esistenza, i sentimenti di inquietudine, sono vissuti con una tonalità minore e l’esperienza di angoscia si trasforma nella tematica della perplessità, dell’insicurezza, del timore, del dubbio, dell’incapacità ad assumere qualsiasi decisione.
Talora i pazienti non sono capaci di riferire la causa della loro ansia, molti tuttavia riconducono il loro stato a definiti problemi per lo più familiari o di lavoro.
Le manifestazioni cliniche dell’ansia cronica sono polimorfe. Il soggetto esperisce uno stato di nervosismo e di tensione pressoché continuo; è iperestesico ed irritabile e reagisce con manifestazioni emotive esagerate a qualsiasi stimolazione sensoriale od emotiva.
Riferisce disturbi del sonno sotto forma di difficoltà di addormentamento, di interruzione della sua continuità o di risveglio nelle prime ore del mattino (polo mattutino dell’angoscia). Più di rado è il sonno eccessivo. Frequenti sono le condotte alimentari improprie (eccessiva assunzione di alimenti o viceversa diminuzione) e le sensazioni di astenia. Concomitano numerose somatizzazioni dell’ansia, in particolare a carico dell’apparato gastro-intestinale (sensazioni di farfalle nello stomaco, di bruciore, di ripienezza gastrica, diarrea, ecc.).
Un sintomo frequente è la cefalea descritta come un senso di peso e di tensione occipitale o frontale, o di dolore pulsante in sede frontale. Il paziente può lamentare inoltre tensione o dolori muscolari, in particolare al collo e alla schiena, sudorazioni e sensazioni di caldo e di rossore al viso, secchezza della bocca, disturbi sessuali (impotenza e frigidità).
Sul piano psicologico si riscontrano difficoltà di concentrazione e di concettualizzazione e labilità mnemonica. La psiconevrosi ansiosa può portare ad una rilevante compromissione dei livelli prestazionali e dell’integrazione sociale del soggetto.

Concludendo l’ansia è la manifestazione emergente di conflitti psicologici più o meno consapevoli.
La psicoterapia può aiutare la persona ad individuare le cause dell’ansia, indagandone i conflitti connessi e mettendoli al controllo della coscienza. Una volta divenuti consapevoli delle proprie “paure” ci si può preparare ad affrontarle in maniera più costruttiva.

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Tratto dai seguenti riferimenti bibliografici:

  • ABC della psicopatologia, M. Falabella, ed. scientifiche Magi, 2001.
  • Manuale di psichiatria, P. Sarteschi, C. Maggini, ed. SBM, 1982.